sabato, Maggio 8

Misoginia strisciante a 'La Nuova Sardegna' Una raccolta firme lanciata da Emanuela Valente lanciata per stigmatizzare un articolo pro-aggressore

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Uno dei temi ricorrenti che ritroverete nei miei circa 850 articoli riguarda la violenza alle donne.
E’ un argomento che mi sta particolarmente a cuore per una serie di motivi che, se comincio a elencarli, mi ficco in uno dei miei soliti labirinti e vi tedio oltremisura.
D’altronde non mi pare che ci sia qualcuno che possa avere la faccia di bronzo di affermare a cuor leggero di essere favorevole alla violenza sulle donne.

I vari media, però, paiono veri e propri bollettini di guerra e non c’è giorno che non spunti qualche crimine efferato contro le donne, persino quando sono bambine … così qualche giorno fa è accaduto negli USA l’assassinio di un ragazzino di 8 anni che voleva difendere dallo stupro la sorellina dodicenne.

Non credo, però, che esistano bei tempi andati da rimpiangere: la violenza sulle donne è vecchia quanto il mondo … (non a caso circolano immagini rappresentanti i nostri avi preistorici mentre si trascinano la donna -preda nella caverna … per non parlare del Ratto delle Sabine), solo che ora sembrano convergere due elementi.

Si tratta della pervasività dei media, new e old, che diffondono capillarmente le notizie, quindi di una donna efferatamente uccisa in Papuasia si sa ai quattro angoli del Pianeta (con l’eccezione di dittature schermo: in Corea del Nord, probabilmente, ne rimarranno ignari); ma dipende anche dall’emancipazione femminile che scuote le certezze di supremazia maschile radicatesi nei secoli. E chi si sente messo in discussione reagisce con la più cieca aggressività.

Persino il linguaggio è indicativo, declinandosi in una maniera misogina riverberata dai media. Ve ne do un esempio, segnalatomi dalla fantastica Emanuela Valente, che è proprio valente di nome e di fatto, giacché è una vera paladina dei diritti delle donne e della lotta contro la violenza misogina.

Tutto nasce con un episodio di ‘ordinaria violenza’, accaduto lo scorso 19 aprile e riportato dal quotidiano ‘La Nuova Sardegna’, che vede come protagonista un pizzaiolo sassarese di 26 anni, che ha mandato all’ospedale la sua fidanzata perché aveva ‘osato’ rimproverarlo per la sua pigrizia: pur avendola incaricata di svegliarlo alle 9 del mattino, si era infastidito quando lei effettivamente gli aveva telefonato per eseguire la sua richiesta.
L’è persino andata ad aggredire a casa, non passando per la porta principale, ma scavalcando il cancello. Non sto qui a raccontarvi la storia, perché potete apprenderla qui.

Se sto questionando, però, è per il tono e le parole scelte dal giornalista per narrare i fatti, che sembrano investire il pizzaiolo-ghiro dello ius di menare la ragazza (e pare che non fosse la prima volta, essendosela scapolata solo per la solita, vecchia questione che c’è una sorta di imperativo atavico che, se ti mena, lo fa perché ti vuole bene … E, magari, perché te lo meriti e, a volte, sei tu stessa a sentirti un tappetino che gli è consentito di calpestare).

Riporto, innanzitutto, alcuni calzanti commenti della scrittrice Michela Murgia, rivolti al giornale che ha pubblicato l’articolo irrispettoso e quasi complice col mazzolatore, semplicemente siglato Lu. So.

Scrive la Murgia: «Cosa vuol dire non avere un’etica del linguaggio quando si scrive un articolo di giornale su un caso di violenza? Vuol dire questo:
1) Si fa un titolo che descrive la violenza dell’uomo come conseguenza di un comportamento della donna.

2) Nel raccontare i fatti si assume il punto di vista dell’abusatore.
3) Si associa la violenza al clima della discussione (“volano insulti”) e non alla volontà diretta dell’uomo. La scena della violenza viene descritta come la lotta di due gatti selvatici.
4) La violenza scatenata dell’uomo viene proposta come “la versione della fidanzata”, in barba a un referto medico con 10 giorni di prognosi. Il pestaggio viene definito “darle una lezione”.
5) I graffi in faccia subiti dall’aggressore vengono equiparati ai calci e pugni su tutto il corpo subiti dalla sua vittima.
6) L’arresto e i provvedimenti di restrizione stabiliti dal giudice sono minimizzati come interpretazioni di cose non certe, basate sulla versione della donna, la cui credibilità viene ulteriormente minata agli occhi dei lettori dall’informazione (assolutamente non necessaria) sulla paternità dei figli che hanno assistito alla violenza.
7) L’ultima parola viene data all’aggressore che si descrive come vittima a sua volta, colpevolizzando di conseguenza la vittima.
Nel 2014 non è più giustificabile raccontare così una violenza di genere. L’Unione Sarda ha un codice deontologico specifico sul tema e lo sta rispettando. Cosa aspetta la Nuova Sardegna a fare altrettanto?
»

Dopo l’intervento della Murgia, su FB, in un post successivo emerge il redattore siglante, tal Luigi Soriga e … dallo scambio di risposte fra i due si scopre che il sunnominato era stato già segnalato all’Ordine dei Giornalisti sardo, per un altro articolo, in cui aveva utilizzato lo stesso linguaggio che lui assevera come scanzonato e pro-donna e a noi pare tanto cripto-maschilista …
A sua giustifica parla del titolo … ma anche i bebé sanno che, nei quotidiani, i titoli non li fanno gli autori.

E qui interviene la mia amica Emanuela che, quale autrice del blog di successo In quanto donna’  -grazie, Silvia Simoncini, fatina osimana, per aver propiziato la nostra conoscenza al Festival del Giornalismo d’Inchiesta-  scrive personalmente al direttore de’ ‘La Nuova Sardegna‘ (Gruppo L’Espresso  -quotidiano co-fondato nel 1891 anche dal nonno di Enrico Berlinguer, suo omonimo…), Andrea Filippi, la seguente lettera di protesta:

«Gentile Direttore,
vogliamo invitarla a rileggere l’articolo pubblicato sul suo sito il 20 aprile dal titolo “Lei lo sveglia troppo presto e lui la riempie di botte”, a firma lu.so. , per riflettere con noi sul tono dello scritto e su alcuni passaggi che ne fanno un testo grave, violento, misogino e scorretto, irrispettoso nei confronti della donna picchiata e dunque di noi tutte e tutti.
Rileggendolo, infatti, le salterà agli occhi che gravi e gravissimi episodi di violenza vengono trattati dal punto di vista di chi commette il reato, sovvertendo le basilari regole di informazione e trasformando quello che dovrebbe essere un articolo giornalistico in un comunicato stampa redatto dal colpevole o da un maldestro difensore.
Fatti di gravità assoluta come “non ha nemmeno bussato, ha scavalcato il cancello” e “dopo averle dato una lezione” vengono rivestiti di un’ emotività quasi condivisibile da altri svegliati la mattina alle 9 dalla telefonata della fidanzata, invece che essere identificati ed annotati come reati penali quali sono. Al delinquente viene anche lasciata l’ultima parola, una battuta gradassa che conclude (in)degnamente il pezzo.
Noi chiediamo e pretendiamo che chi si occupa di informazione inizi a chiamare le cose con il proprio nome e che si smetta di sminuire qualsiasi forma di sopruso se commessa da ex, fidanzati, mariti o aspiranti amanti respinti, e La invitiamo a rivedere l’articolo in questione. Siamo sicuri che di fronte agli episodi di violenza contro le donne lei non intenda avallare l’idea che, come suggerisce l’articolo, occorra “pestarne una per educarne cento”.
In attesa di un Suo riscontro»

Seguono oltre 80 firme, fra cui anche la mia …

Vi prego di collegarvi qui al blog, unendo anche la vostra voce alla nostra.

Smettiamola di far sentire ‘compresi’ e ‘giustificati’ i violenti … Quelli che devono volare, non son gli schiaffi, ma le denunce!

 

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