sabato, Aprile 10

Miracolo a Roma: tra speranza e santità 40

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papi-santi-27-aprile-2014

 

Doverosa premessa iniziale: questo articolo non ha l’intenzione di essere anticlericale o antireligioso, non intende offendere nessuno né in alcun modo sottovalutare il significato di avvenimenti o, come oggi si dice, eventi  che in tutta evidenza rivestono importanza per una notevolissima massa di  persone.

Avrete di certo capito che sto parlando della canonizzazione, celebrata  a Roma, di due Papi, definita dai grandi mezzi d’informazione ‘una grande festa della Fede‘.

I due Papi promossi al top della gerarchia umana, o sovrumana, prevista dalla religione cattolica sono Angelo Roncalli, il Papa Buono col nome di Giovanni XIII, il primo a bucarela barriera mediatica grazie all’arcifamosa frase della «carezza ai vostri bambini», e Karol Woijtila, Giovanni Paolo II, ‘santo subito a furor di popolo, demolitore del muro di Berlino e irriducibile avversario di tutti i comunismi del mondo.

Due personaggi opposti in tutto, a partire dal fisico. Corpulento e anziano l’italiano, atletico e scattante il pastore di Cracovia, almeno nei primi decenni di un pontificato, ben ventisette anni. Sguardo mite per il contadino di Sotto il Monte, ecumenico, come il Concilio da lui promosso che rivoluzionò la Chiesa sonnacchiosa degli anni sessanta, volto scolpito nella pietra del nord e volontà di ferro, quasi militaresca, trasparente nell’espressione pur amabile del polacco dal passato non banale di ex teatrante, scampato alla deportazione nazista,  studioso vorace e instancabile.

Tralascerei, per manifesta ignoranza, l’analisi delle motivazioni che hanno fatto, per chi lo crede possibile, di questi due uomini qualcosa di più di semplici esseri umani: dei santi, entità di collegamento tra il genere umano e la divinità, capaci di compiere  miracoli.

Tralascerei anche di esternare l’impressione, puramente intuitiva e dunque non fondata su fatti certi, che il più meritevole tra i defunti Pontefici a ricevere onori, di qualunque genere, fosse Albino Luciani, dolce Papa per un solo mese, trentatrè giorni in cui l’intero apparato ecclesiastico ha temuto di essere spazzato via dall’imprevista risolutezza di un uomo forse sottovalutato al momento della sua salita al soglio di Pietro.  

Ciò che colpisce il mio sguardo miscredente è altro.

Non riesco a capire, è un mio evidente limite, cosa spinge milioni di pellegrini  a convergere a Roma, creando di fatto il vero evento, il fatto concreto che impatta fisicamente sulla città e monopolizza il palinsesto di molte reti televisive alla faccia di guerre, crisi, ammazzamenti  e scandali assortiti.

Qual è il focus, la scintilla irresistibile che fa muovere tante persone, magari inerti o indifferenti davanti a stragi orrende e tragedie che passano sullo schermo tv che fa da sfondo ai salotti di tutto il mondo? Cos’è, ma per davvero, questa canonizzazione? Un’occasione di stare insieme, di vivere in tanti una ‘grande festa della Fede’? Di partecipare, di esserci? Di essere testimoni di un evento, obiettivamente piuttosto sfuggente nei suoi contorni reali, o di esserlo, un evento?    

Confesso, non ho una risposta.

Temo, però, che l’essenza sia da ricercare, come in tutto ciò che ha a che fare con la religiosità e la ricerca spirituale, nella fragilità della condizione umana, del tragico destino che attende tutti noi nessuno escluso, condanna che nessun dio benevolo avrebbe giammai inflitto a una propria creatura.

E dunque tutti insieme, tutti uniti in un grande abbraccio che rafforzi la certezza, sempre vacillante, che non sia così, che alla fine del viaggio ci sia una via d’uscita diversa, che ci sia una possibilità di salvezza, una soluzione al grande problema.

Che ci sia qualcosa

 

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