martedì, Ottobre 19

Ministero della ‘Solitudine’: perché serve anche nel resto d’Europa Ne parliamo con Domenico Secondulfo, professore ordinario di sociologia generale presso l'Università di Verona

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Inoltre, la riduzione dei nuclei famigliari ad un singolo membro è un altro degli aspetti che agisce contro la rete delle relazioni sociali a favore dell’isolamento sociale. Nelle regioni europee le famiglie con un singolo componente sono in continua espansione, ben il 33 % delle famiglie è composto da una sola persona e all`interno di questa categoria gli ultrasessantacinquenni sono circa il 40 %

Ad sentirsi più ‘sole’ sono le generazioni over65, colpite anche dalla progressiva mancanza di associazioni e strutture terziarie atte all’assistenza, che in passato hanno creato legami e connessioni all’interno delle piccole e grandi comunità. “I problemi legati alla solitudine sono strettamente legati a delle politiche sociali carenti che portano delle difficoltà e anche eccentuare l’essere soli porta a volte a degli aspetti depressivi. Il peso forte ce l’hanno le strutture intermediarie che hanno il compito di relazionare le persone e mettere insieme le persone”.

Ad incrementare le problematiche riguardanti l’abbandono e il sentimento di solitudine, è anche il progressivo aumento dell’età media, un fenomeno europeo che colpisce in particolar modo l’Italia. Se si guadano gli ultimi dati Istat infatti, si nota come le generazioni over60 occupino il 30,2% della popolazione nazionale, con le persone comprese tra i 60 e i 90 che corrispondono a 17,6milioni (il 29,1 del totale).

Tra l’invecchiamento della popolazione e la solitudine c’è una stretta correlazione” spiega Secondulfo, e la motivazione riguarda la crescente fragilità emotiva della persona una volta superata una certa età. “Non creandosi le condizioni per crearsi dei nuovi legami, si tende a rimanere anche da soli a cui si collega il fatto che l’anzianità porta ad una fase di decrescenza di legami lavorativi e familiari, e non si ha più la spinta vitale che porta alla socialità. Molti elementi convergono nel fatto che con l’età avanzata sia più difficile la relazione e più facile la solitudine, e se i meccanismi di assistenza e strutture sociali vengono a mancare di riflesso aumentano i problemi legati alla solitudine e all’abbandono” .

Se da una parte ci sono le generazioni più anziane, dall’altra ad essere sensibili al problema dell’abbandono sociale ci sono gli under40, colpiti sia dalla crescente disoccupazione e sia da un mercato del lavoro che mette al centro precarietà e flessibilità e non permette così la stabilità relazionale e la certezza di rapporti continuativi. “Il fenomeno è trasversale”, continua il professore, “anche se quantitativamente è concentrato in alcune fasce d’età, qualitativamente rigurda l’intera popolazione colpita dal lavoro precario che incide moltissimo sulle relazioni interpersonali, in quanto non garantisce la stabilità e porta le persone a non pensare a legare dei rapporti duraturi a causa proprio dell’incertezza lavorativa, e questo aspetto colpisce le generazioni particolarmente soggette al precariato come gli under40”.

L’Istituzione di un Ministero ad hoc per la risoluzione del problema legato all’abbandono sociale, ha sollevato il dibattito riguardo i mancati investimenti nelle politiche sociali e un sistema di welfare, che, specialmente nei Paesi del Nord Europa, tende a non garantire più sicurezze e stabilità una volta superata l’età pensionabile.

É quindi utile in Europa un istituzione governativa che si occupi di assistenza e salute pubblica? Secondo Secondulfo è utile se gli investimenti e la forza lavoro è concentrata in obiettivi specifici e dettagliati. “Da quanto detto da Theresa May il lavoro verrà concentrato con la charity, le associazioni e il volontariato anche per andare a trovare queste persone, e secondo me è una cosa molto utile, anche se sarebbe più funzionale un gruppo di lavoro specifico, soprattutto per avere un idea dettagliata del fenomeno anche in aree dove è difficile arrivare normalmente. Nel resto d’Europa potrebbe essere un modello trasferibile ma il problema riguarda la destrutturazione del welfare, che abbandona il cittadino una volta superata l’età non lavorativa. Per questo bisogna potenziare i gruppi intermedi e creare dei nuclei di volontariato che vanno però sostenuti e incoraggiati, sopratutto con indicazioni precise di reperibilità delle persone”.

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