venerdì, Maggio 14

Minibond per le Pmi field_506ffb1d3dbe2

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minibond

Le piccole e medie imprese devono iniziare a ricorrere ai minibond per diversificare le fonti di finanziamento alternative al canale bancario. La proposta arriva da un advisor finanziario, Alessandro Sannini, amministratore delegato della società inglese Twin Advisors, nonché fondatore del sito minibond.eu. Si tratta di uno strumento finanziario ancora poco diffuso in Italia, ma che potrebbe essere utile per le imprese che cercano di finanziare i propri investimenti.

In finanza con il termine bond (obbligazione) si indica un titolo di debito emesso da una società, un ente pubblico o uno Stato, che attribuisce al suo possessore il diritto al rimborso del capitale prestato all’emittente alla scadenza, con un interesse su tale somma. Ma a quale scopo? Semplice, per il reperimento di liquidità da parte dell’emittente. In un’intervista Sannini ci ha spiegato che i minibond, a parte il prefissoide ‘mini’, «non sono altro che obbligazioni» introdotte dal decreto Sviluppo 2012 sostanzialmente per far fronte al grande problema del credit crunch che affligge le piccole imprese italiane. Come strumento di immissione di liquidità in azienda rappresentano uno strumento davvero utile per le società non soltanto dal punto di vista economico, ma anche amministrativo e di governance.

La portata innovativa dei minibond sta nel fatto che rendono possibile la realizzazione di un canale di finanziamento indipendente, diverso sia dal proprio portafoglio, sia dal flusso del credito bancario. L’art. 32 del decreto Sviluppo è volto ad ampliare le opportunità di ricorso al mercato del debito per le società italiane non quotate, anche di media e piccola dimensione (a esclusione delle micro-imprese), mediante l’emissione di strumenti di debito a breve termine (cambiali finanziarie) e a medio lungo termine (obbligazioni e titoli similari, obbligazioni partecipative e/o subordinate). Il governo Monti e l’allora ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, comprendendo i problemi derivanti dalla difficoltà di accesso al credito delle piccole medie imprese hanno ritenuto strategico introdurre questo strumento, le cui caratteristiche peculiari sono la flessibilità e la snellezza operativa, il che li rende accessibili anche ad aziende che intendono raccogliere importi più limitati rispetto alle grandi aziende corporate. La «grande novità per l’Italia è stata perciò la possibilità data alle pmi di poter accedere ai mercati di capitali disintermediando il sistema bancario». Concettualmente sono uguali alle altre obbligazioni, anche se i mercati di riferimento possono essere diversi. I minibond, infatti, sono un investimento che è adatto tipicamente a investitori istituzionali o professionali. La stessa Borsa Italiana ha «prontamente istituito, nel febbraio 2013, uno specifico segmento di mercato (l’extramot Pro), riservato ai soli investitori professionali, che presenta requisiti e procedure di ammissione decisamente semplificate rispetto alle altre emissioni di corporate bond, soprattutto per quanto riguarda il documento informativo che è destinato agli investitori e non viene passato al vaglio della Consob come i prospetti informativi tradizionali. Anche l’informazione sui fondamentali dell’azienda si ferma al solo bilancio certificato. E’ chiaro, però, che più informazioni si danno al mercato più si può risultare interessanti per gli investitori».

Comunemente chiamati minibond, sono ancora poco sviluppati nello Stivale, ma la tendenza è in aumento: nell’ultimo mese ne sono stati collocati 8,40mld nell’ultimo anno. Ma come mai incontrano tante resistenze? Parliamo di un mercato che potrebbe valere tra i 50 e i 100 miliardi di euro all’anno, ma ci sono due problemi di fondo che si intrecciano e che coinvolgono attori diversi: banche da una parte, imprenditori dall’altra. Secondo Sannini, dalla lettura del documento Bce sulle prossime operazioni che verranno avviate a partire da settembre, emerge infatti che «i vincoli d’utilizzo per concedere prestiti alle pmi risultano deboli, benché – in linea di principio – non sia espressamente previsto che queste operazioni vengano utilizzate come le precedenti che furono invece in larga parte sfruttate per acquistare titoli di Stato». Proprio per questo motivo, Sannini ritiene che esista un pericolo concreto «che anche questa ondata di finanziamenti si possa tradurre in un carry trade». Da qui l’esigenza di cercare forme alternative per finanziarsi, come i minibond e le cartolarizzazioni. Dall’altra parte, gli imprenditori devono cambiare modo di pensare e abbandonare la visione ristretta per una di ampio respiro. Le aziende con prospettive di crescita devono prendere confidenza con un mondo in continuo cambiamento; ci si deve avvicinare ai mercati abbracciando criteri di trasparenza e di accountability. La scelta è tra vivere e svilupparsi o morire». Tre concetti chiave nella ricetta di Sannini: portare avanti l’idea di valorizzarsi, guardare ai mercati internazionali e sviluppare una cultura d’impresa. «Il tempo delle chiacchiere da bar è finito, ora le aziende devono porsi come beni sociali e diventare interessanti per i mercati».

Cosa succede all’estero? Il modello di riferimento a cui guarda Sannini è il mondo anglosassone. Il Regno Unito presenta infatti un mercato «più maturo», dove le aziende anche di piccole dimensioni utilizzano i minibond quale canale di finanziamento alternativo. In Italia, invece, solo le aziende di grandi dimensioni ne fruiscono, nonostante sia ormai «urgente e irrinunciabile» sostenere tale mercato. Insomma, il decreto Sviluppo 2012 è rimasto sostanzialmente un granello di sabbia nell’oceano. L’attuale Governo è piuttosto «silente» a riguardo, quando invece potrebbe intervenire in maniera concreta. Innanzitutto abbassando il cuneo fiscale, magari anche con degli incentivi. Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è per ora alle prese con il nodo coperture per le misure della ‘terapia shock’, ma ben presto dovrà occuparsi di credit crunch e rafforzamento della struttura produttiva del Paese. Quando lavorava all’Ocse definiva le pmi «cruciali proprio perché portano nuove idee sul mercato» e che gli ostacoli principali che incontrano sono «l’accesso ai finanziamenti e la scarsità di personale qualificato».

I dati parlano di 100 mila imprese in meno ogni anno: si tratta di quota corposa per l’industria italiana, più per occupazione che per fatturato. Per uscire dall’impasse bisogna guardare oltre il proprio naso e rafforzare i rapporti con altre imprese nelle catene globali del valore; le parole chiave sono innovazione e investimenti in formazione e competenze. Purtroppo peró la situazione delle startup in Italia non è così rosea: «ce ne sono di molto innovative però l’ecosistema per creare startup è ancora immaturo. Uno dei principali problemi sta nella mancanza di un’adeguata consulenza da parte dei commercialisti per quanto concerne ai sistemi di finanziamento e all’insufficienza di luoghi idonei dove svilupparle. Inoltre a livello legislativo ci sono forti lacune, basti pensare che una startup in Inghilterra a un euro la puoi fare ma in Italia difficilmente ti viene dato credito con un capitale sociale di un euro». Se la classe politica deve occuparsi di far diminuire la pressione fiscale, gli emittenti devono aumentare il livello di trasparenza e investire nella comunicazione, con la consapevolezza che non si tratta di soldi «buttati». Basta con le voci incomprensibili nei bilanci: «nei piani industriali i manager devono chiarire come intendono investire, ma soprattutto devono essere messi in condizione di evitare l’illegalità e puntare solo sulla concorrenza leale».

 

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