sabato, Ottobre 23

Mina vagante coreana tra Mosca e Pechino field_506ffbaa4a8d4

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La nuova Guerra Fredda riavvicina Russia e Cina”. E’ uno dei titoli che si incontrano con frequenza sul web, di questi tempi, riguardo ad un tema cruciale della scena internazionale come i rapporti tra due suoi colossi, lo Stato più esteso e quello più popoloso del mondo. Non certo i più ricchi e neppure vicini ai più ricchi (benchè l’ex ‘celeste impero’ abbia ormai un’economia inferiore solo agli USA in termini assoluti) ma, ciò nonostante, situati rispettivamente al quarto e al secondo posto nella graduatoria delle spese militari planetarie.
E’ un titolo sostanzialmente corretto. Si trovano sotto gli occhi di tutti il rafforzamento e l’intensificazione dei loro rapporti, nella fase attuale di rinnovata turbolenza est-ovest, a coronamento del progressivo miglioramento verificatosi proprio dopo che il partner eurasiatico si è sbarazzato dell’ideologia e del regime comunisti, mentre quello estremo-orientale ha conservato entrambi, pur avviando, con straordinario successo, una profonda trasformazione economica.

In politica si può parlare tranquillamente di amicizia, che pur non significa pieno allineamento a tutti gli effetti (Pechino, per dire, non ha mai riconosciuto l’annessione russa della Crimea), e si riscontra a livello ufficiale più che di opinione pubblica e di sentimenti popolari. In Russia, in particolare, l’uomo della strada trova certo conforto nel prevalente appoggio cinese, ma preferirebbe tornare in armonia con l’Occidente, come emerge dai sondaggi demoscopici, anche perché ancora un po’ sensibile all’ancestrale ‘pericolo giallo’.

L’amicizia si accompagna comunque ad una cooperazione in costante espansione in ogni campo a cominciare da quello economico. E’ recentissimo ad esempio, tra le primizie, il preannuncio di progetti spaziali comuni che puntano su Marte e Luna suscitando immediato allarme a Washington e dintorni. Per contro, l’allarme destato a Mosca e Pechino dalla ventilata installazione in Corea del sud di un sistema antimissili (sigla inglese THAAD), per parare la crescente minaccia anche nucleare della Corea del nord, ha indotto i due governi a mettere in programma la loro prima esercitazione comune di difesa antimissilistica.

La penisola coreana, in realtà, è oggetto da sempre di uno dei capitoli più ambigui del rapporto bilaterale cinorusso. Da quando, praticamente, Stalin spinse il regime comunista del nord ad invadere il sud (1950) provocando la reazione americana e la controreazione della neonata Repubblica popolare cinese in modo da legare strettamente all’URSS il regime di Mao Zedong, del quale diffidava come di qualsiasi altro tipo di comunismo nato e affermatosi autonomamente, a cominciare da quello jugoslavo di Tito con il quale Mosca era già arrivata alla rottura.

Il legame all’insegna della bandiera rossa tra Mosca e Pechino durò più a lungo, ma non molto. Si spezzò, infatti, all’inizio degli anni ’60, rendendo ancora più difficile l’inevitabile barcamenarsi di Pyongyang, capitale della Corea del nord, tra le due grandi potenze comuniste, divenute reciprocamente ostili al punto da rischiare il conflitto aperto. Sotto la guida del padre fondatore, Kim Il Sung, i comunisti coreani se la cavarono discretamente nel preservare una relativa autonomia, anche quando le cose si complicarono ulteriormente in seguito alla distensione tra Cina e USA, ferma comunque restando la divisione della penisola lungo il 38° parallelo.
Meno abili ma anche meno fortunati sono stati i successori, figlio e nipote, di Kim, costretti a fare i conti con il decesso dell’URSS, il ripudio russo del comunismo e il confronto ravvicinato con la ben più grande e prospera Corea del sud, umiliante e temibile, peraltro, anche a causa della loro incapacità o renitenza ad effettuare riforme economiche simili a quelle cinesi. Sempre formalmente legato in esclusiva alla Cina dal Trattato di mutua assistenza e cooperazione del 1961, due volte rinnovato fino al 2021, il regime di Pyongyang ne ha ricevuto la principale protezione contro la paventata minaccia americana e un determinante contributo materiale alla propria sopravvivenza. Contributo interessato, naturalmente, per gli stessi motivi di sicurezza esterna che avevano indotto Pechino ad intervenire con le armi nel 1950 per ricacciare indietro il nemico imperialista.

A differenza della Cina, la Russia condivide con la Corea del nord un confine di solo pochi chilometri, reso però di rilevanza strategica dalla vicinanza a Vladivostok e ad altri porti del Litorale, ossia alla fascia costiera di quel suo estremo oriente che la Cina, per quanto amica, ‘invade’ da anni con una massa di lavoratori, imprese, merci e capitali riempiendo vuoti ma sollevando anche malumori e malcelate preoccupazioni.

Ne consegue un interesse geopolitico di Mosca a coltivare a sua volta il vecchio legame con Pyongyang, al quale si aggiunge poi un interesse economico in quanto può rifornirsi convenientemente dalla Corea del nord di numerosi minerali (carbone e ferro, oro e titanio, vanadio e terre rare) che Pyongyang ha a sua volta un interesse vitale a smerciare anche in cambio di armi o altro.

Malgrado la duplice protezione e in qualche modo concorrenziale assistenza da parte dei grandi vicini la Repubblica ‘democratico-popolaredei Kim permane in uno stato di cronica penuria e degrado, socialmente aggravato dai privilegi e dalla corruzione della classe dirigente. Il che però, da un lato, non le impedisce di armarsi senza risparmio fino a dotarsi dei maggiori strumenti di distruzione di massa, e le consente dall’altro da minacciarne senza ritegno l’uso per tenere a bada veri o presunti nemici giurati e ricattarli ad ogni buon fine.

Russia e Cina hanno a lungo sopportato, e in qualche modo coperto, fino a pochi mesi fa, questo pericoloso comportamento, non senza destare sospetti di connivenza dell’una o dell’altra, o di entrambe. Negli ultimi mesi Pyongyang ha tuttavia esagerato, inscenando una serie di esperimenti nucleari e lanci di missili accompagnati da atti aggressivi nei confronti della sorella meridionale e da plateali minacce all’indirizzo degli USA.

A questo punto Mosca e Pechino hanno perso la pazienza e dato via libera a pesanti sanzioni decretate dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, oltre ad ammonire l’alleato o protetto a moderarsi. Poi, però, si è assistito ad una certa divaricazione delle rispettive linee. Mentre quella cinese è rimasta sostanzialmente ferma, quella russa ha preso una piega più favorevole a Pyongyang, nonostante un marcato indurimento verbale.

Il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov, infatti, si è spinto fino ad avvertire Kim e i suoi che continuando di quel passo rischiano di esporsi loro ad attacchi nucleari. Ma al tempo stesso la delegazione russa al Palazzo di vetro si è battuta energicamente per un’attenuazione delle sanzioni, ottenendole, ed è stata l’unica ad impuntarsi per emendare un progetto di risoluzione di condanna di un ultimo test missilistico nordcoreano (peraltro fallito) nel senso di sottolineare piuttosto le asserite provocazioni sudcoreane e americane alle quali avrebbe reagito.

L’approvazione della risoluzione è stata così ritardata con generale disappunto anche cinese, malgrado la sopra menzionata adesione di Pechino ad esercitazioni nucleari comuni con Mosca. Il comportamento russo si spiega certamente, almeno in parte, con lo sforzo di salvare il salvabile degli scambi commerciali con il partner nordcoreano dalla scure delle sanzioni, anche se da qualche parte si insinua che Mosca troverebbe sempre il modo di aggirarle di fatto con già sperimentati espedienti. Da rilevare che è riuscito in extremis il salvataggio di un collegamento ferroviario tra porti dei due Paesi utilizzato per il trasporto di carbone e per il rinnovamento del quale la parte russa ha investito oltre 300 milioni di dollari.

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