lunedì, Ottobre 18

Mimmo Lucano: un caso di stato di necessità, di fronte ad uno Stato inadempiente Il diritto di ogni Stato a decidere chi e quando ammettere sul proprio territorio, è un diritto certo e conclamato, ma va letto e interpretato alla luce dell’altro, che è quello che assicura ad ogni uomo il diritto sacrosanto di lasciare il luogo in cui vive

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Non conosco a fondo la vicenda di Mimmo Lucano, ma dico di più, non voglio conoscerla. Perché non voglio essere influenzato da documenti, carte, dichiarazioni e … codicilli.
La sua figura è stata un punto di riferimento per i molti, moltissimi, che credono che, in ogni caso, il principio umano dell’accoglienza non possa essere mai dimenticato, né mai soffocato dai formalismi di una legislazione chiara o meno che sia. E nemmeno dall’odio preconcetto e talvolta belluino di sedicenti uomini. E non parlo dei tanti anche di più che dicono una cosa e ne fanno un’altra: l’opposta a seconda del Governo dal quale sono mantenuti.

In nome dei diritti dell’uomo, proclamati nella nostra Costituzione all’art. 2, ingiustamente e indegnamente derubricato a norma di riferimento al diritto naturale, io credo, come immagino creda ogni uomo dabbene, anzi, come deve credere ogni uomo che sia tale, che ogni uomo ha diritto ad una vita dignitosa e sana, rispettosa e nel rispetto del diritto: sempre e comunque, perché il diritto è la garanzia unica che si può offrire ad ogni uomo perché la sua vita sia difesa e rispettata sempre e da tutti, a cominciare dai potenti di turno.

L’obbligo di cui parlo, dunque, non riguarda solo le singole persone, anzi, certamente no. Riguarda gli Stati tutti, che hanno il dovere sacrosanto di difendere la vita e la speranza di vita di ciascuno, nei termini e nei modi delle norme, che le norme stesse definiscono: sia quelle dello Stato, sia quelle del Diritto internazionale, che è lo strumento che regola i comportamenti degli Stati. Diritto internazionale che non può, a sua volta, essere derubricato a strumento utile se serve e da ignorare quando non serve o quando non conviene.
Ciò implica, innanzitutto, che ogni Stato, e quindi anche il nostro, deve creare condizioni tali da rendere chiara ed inequivoca la propria volontà, nei limiti della propria capacità, di ricevere adeguatamente persone in fuga dalla morte o dalla fame, o, come spesso accade, da entrambe.
E qui, si fissa un primo punto ineludibile, del quale noi tutti dovremmo vergognarci e del quale devono (non uso il condizionale) vergognarsi coloro che ci governano, o pensano di governarci: le norme debbono essere chiare semplici e inequivoche; le procedure trasparenti e svolte in tempi ragionevoli.
Inutile nascondersi dietro un dito: questo non è il caso del nostro Paese. Dove la normativa è confusa, contraddittoria, farraginosa e sempre e comunque ipocrita, basta pensare a certe sentenze della Corte Costituzionale, della quale, ovviamente, io non aspiro più di diventare membro. Il compromesso tra chi vuole i migranti e chi fa della migrazione uno strumento di lotta politica per la conquista del potere, magari usando la ‘bestia’, o proponendo fascistoidi ‘blocchi navali’, o utilizzando le pieghe della legge per perseguire un obiettivo di respingimento, dicendo di volere l’accoglienza, quel compromesso è impossibile e inaccettabile.
Anche se ciò non toglie che non può certamente l’Italia accogliere tutti i migranti che vogliono andare in Europa, Italia inclusa, e che all’Europa possono accedere necessariamente solo attraverso la Grecia, l’Italia e la Spagna. Ciò vuol dire che laddove lo Stato utilizza norme ambigue e strumenti inadeguati per gestire un fenomeno come la migrazione, e non si adopera per ottenere che anche gli altri Stati si facciano carico del fenomeno, è uno Stato che merita la condanna di quei cittadini puliti dei quali parlavo prima -che poi siano una minoranza o una maggioranza, poco importa.
Ma nulla e nessuno può, in linea di principio, permettere o adoperarsi per realizzare violazioni oaggiramenti della legge. Chi lo fa, si pone sul medesimo piano di chi disonorevolmente vuole respingere per ovvi e soli sordidi motivi di odio razziale e di realizzazione di obiettivi di potere, da realizzare aizzando il popolo a decidere senza ragionamento e senza conoscere la realtà. Poi magari, ci si ‘salva l’anima’ battagliando per i diritti degli omosessuali, come se non fosse la stessa identica cosa.
È un principio sacrosanto di diritto internazionale e anche di diritto costituzionale, quello per il quale di fronte ad una norma che impedisca la realizzazione di un giusto (badate: giusto) diritto, tutti hanno diritto di ribellarsi, impedendo, se del caso, che la norma in questione possa pienamente funzionare. È il diritto di ribellione, che è connaturale ad ogni popolo e vigente al di sopra e al di là dello Stato.
Certo, nei limiti della Costituzione e del rispetto dei diritti fondamentali. Perché tutti i diritti sono uguali e vanno difesi egualmente. Quando la realizzazione di un diritto è impedita dall’affermazione di un altro diritto, non si deve cercare, oscuramente, di valutare se l’uno possa prevalere sull’altro o se l’uno possa sopprimere l’altro.
Il diritto di ogni Stato a decidere chi e quando ammettere sul proprio territorio, è un diritto certo e conclamato, ma va letto e interpretato alla luce dell’altro, che è quello che assicura ad ogni uomo il diritto sacrosanto di lasciare il luogo in cui vive. Vale a dire che il diritto di lasciare il proprio Paese è strumentale, rispetto a quello di decidere chi e come accogliere. Solo se ed in quanto il diritto di stabilire chi accogliere sia gestito in maniera da garantire anche l’altro, quel diritto può essere rivendicato.

A parte le eventuali irregolarità amministrative, o truffe, delle quali come ho detto non so e non voglio sapere, il comportamento del signor Lucano risponde all’obbligo in questione e quindi esercita il dritto di pretendere, se necessario con strumenti di fatto (insomma illeciti, ma non truffaldini), che la realizzazione del diritto a migrare alla fine sia assicurato a chi vuole farlo.
Come ho detto e ripeto, se per ottenere quel risultato si è ‘aggirata’ la legge, l’esigenza di garantire quel diritto può valere a discolpa o attenuante del comportamento illecito, se, invece, o per quella parte in cui si siano commessi reati (assegnazioni false di case, trasferimenti falsi di denaro eccetera) quei reati vanno perseguiti e condannati. Aggirare la legge in nome di un diritto assoluto è una cosa, truffare è ben altro. Su ciò non si transige.
E, inoltre, non è una scusante (esimente in termini tecnici) il fatto di non sapere di commettere un atto illecito. E quindi, così come ho molti dubbi su una sentenza apparentemente severa, ma specialmente puntigliosa, cioè priva di quelle considerazioni fin qui fatte, ne ho altrettanti, e anche di più, sull’affermazione dell’avvocato Giuliano Pisapia secondo il quale: «Perché un fatto sia reato ci vuole anche la consapevolezza di commettere un illecito. Ma le leggi sull’accoglienza sono complesse e mutevoli con diverse interpretazioni». Assurdo parlare di ignoranza della legge, giusto, invece, quanto lo stesso rileva a proposito del caso Muccioli quando dice: «Nel processo di San Patrignano, Vincenzo Muccioli fu dichiarato non punibile in appello e in Cassazione per il reato di sequestro di persona e violenza proprio per lo ‘stato di necessità’. Ecco, là c’erano violenze, qui la dolcezza di un uomo che agiva per solidarietà e Mimmo voleva salvare chi ospitava». Al di là della ‘dolcezza’, mi perdonerà, ridicola, qui si tratta di stato di necessità, di fronte ad uno Stato inadempiente.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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