lunedì, Maggio 17

Mille minuti di paradiso field_506ffb1d3dbe2

0

 papa-francesco-al-telefono

Una settimana fa mi arriva sul cellulare un messaggio: con pochi euro puoi aggiungere alla tua dotazione mensile di 500 minuti di telefonate un ulteriore pacchetto di altri 500 minuti.
In effetti nei 500 minuti stavo un po’ stretto. Grosso modo si tratta di una dotazione di un quarto d’ora al giorno. Ora i minuti mensili diventavano 1000, più o meno mezz’ora al giorno di media senza l’incubo di sforare in tariffe a tempo, quelle che ti inducono a liquidare i tuoi interlocutori in fretta, con la solita frase, del tutto improbabile: spero di vederti presto.
Questa situazione di pressoché liberi contatti mi ha dato un grande senso di libertà, quasi di euforia acustico-verbale. Posso chiamare chi mi piace, quando mi piace, per un tempo congruo, senza frette angoscianti. E questa sensazione mi si è combinata con una notizia che tutti abbiamo ricevuto più volte: quella delle telefonate del Papa.

Anche lui è un uomo libero, in tanti sensi, libero anche di telefonare a chi gli pare, a chi ritiene giusto, a chi è suo amico di vecchia data o a chi gli manifesta una situazione che merita un dialogo. E’ questo un fatto che ci ha sorpreso, ma che poi abbiamo meglio capito quando si è saputo che già lo faceva in Argentina, prima da prete e poi da vescovo e che ora non fa altro che proseguire in una vecchia abitudine.

In fondo in fondo, attraverso la voce del telefono, il Papa non fa altro che prefigurare una situazione che ci troveremo nell’Al di là: la facoltà di essere tutti con tutti quando ne sentiamo il piacere, il bisogno, la tenerezza, la consolazione …

Ed ecco allora che ho cominciato a capire che i 1000 minuti di cellulare free time sono anche per me un angolo di paradiso. Posso scorrere la mia agenda, che a una certa età diventa una specie di ‘verbalizzazione’ della propria vita, dei tanti affetti e dei tanti incontri fatti e, o per associazione mentale o anche a caso, chiamare qualcuno e chiedergli “come stai? che fai di bello? che cosa ti ha portato la vita da quando non ci siamo più sentiti? quali gioie, quali dolori? che piacere risentirti”. Va da sé che in questo ‘gioco’ – che non è un gioco ma un frammento di vita- si privilegiano i sentimenti e molto il ritorno alle radici, ai rapporti interrotti, agli affetti trascurati, alle amicizie non coltivate, isterilite dagli affanni quotidiani.

Trovo quasi sempre -anzi direi sempre- nei miei interlocutori un atteggiamento di sorpresa che si traduce subito in un moto di riconoscenza: “perché non ci siamo sentiti per tutto questo tempo? che cosa ci siamo persi di quello che avevamo in comune, lungo o breve che sia stato il cammino fatto insieme?”.

Mi sono domandato quale sia la ragione di questo moto reciproco dell’animo attraverso il gracchiare di un cellulare. E la risposta è abbastanza facile: ci siamo isteriliti nell’utilitarismo, nel prendere e mantenere i contatti che ci danno un ritorno immediato, ed abbiamo perso il senso della gratuità, dell’incontro non calcolato ma semplicemente desiderato. Viene in mente una famosa frase che attraversò qualche decennio fa il mondo politico: «Ah Fra’ che te serve?», riferita al povero Franco Evangelisti, quell’alter ego un po’ caricaturale di Giulio Andreotti.

Anche noi siamo sempre a chiedere e a chiederci: “Che te serve?”. “Nun serve gnente”, verrebbe da rispondere con una cadenza all’Aldo Fabrizi. Voglio giocarmi i miei 1000 minuti come un atto di smaterializzazione della mia vita, come fa Papa Francesco, spinto solo dai moti dell’animo.

Allora possiamo anche battezzare questa opportunità con un’espressione forse un po’ eccessiva ma non priva di verità: giochiamoci bene questi1000 minuti di Paradiso‘, perché forse anticipano un po’ quello che speriamo di vivere nell’altra dimensione. Diceva Lucio Dalla: «Di quello che c’è oltre non mi preoccupo, perché penso che questa vita sia solo la fine del primo tempo».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->