domenica, Giugno 13

Mille giorni, a parole field_506ffb1d3dbe2

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++ Renzi, noi siamo con Italia che si spezza la schiena ++

La martellante campagna di comunicazione del Premier Matteo Renzi passa dai banchi di scuola di ieri ai banchi del Governo di oggi. In mattinata alla Camera e in pomeriggio al Senato, il Presidente del Consiglio relazionato in Parlamento sul programma degli ormai famigerati ‘1000 giorni‘, ovvero il tempo fissato dall’Esecutivo per portare l’Italia nella terra promessa della rinascita. «Al termine di questo percorso dei mille giorni», ha annunciato il Premier «riusciremo non soltanto a capovolgere la storia di questa legislatura, ma a rimettere in pista l’Italia».
«Qualcuno» ha proseguito«ha dipinto la scelta dei mille giorni come un tentativo di dilazionare, di perdere tempo, una lettura grottesca e ridicola. Siamo assolutamente convinti che mille giorni sono l’ultima chance per recuperare il tempo perduto: abbiamo l’ultima chance, se la perdiamo perde l’Italia non il Governo». A riguardo, Renzi ha tenuto a puntualizzare che i 1000 giorni rappresentano uncambio di passo‘ e non rappresentano un ridicolo tentativo per rimandare il confronto con gli elettori: il fatto che il Governo non tema un simile confronto, «penso che lo abbiamo dimostrato in varie circostanze; ma prima degli interessi di parte vengono gli interessi del Paese. (…) Sono disponibile a correre il rischio di perdere le elezioni ma non a perdere tempo».
Il nostro Paese, ha incalzato il Premier, è riuscito a interrompere la caduta, ma ciò non è sufficiente; per questo il Governo andrà avanti fino al febbraio del 2018: la scommessa è tornare a far crescere l’Italia «reimpostando e rovesciando la scommessa politica e economica di questo Paese».
Le riforme istituzionali, economiche e sociali – ha sottolineato Renzi – costituiscono la chiave di volta del cambiamento, a patto che si procedano di pari passo e si realizzino tutte assieme. Con la trasformazione e riorganizzazione di Senato e Province, i senatori hanno «dimostrato che il tempo delle rendite è finito per tutti» e si è compiuta «la più grande riduzione di ceto politico mai realizzata da una democrazia occidentale».
La prossima tappa, ha proseguito, sarà la legge elettorale: «Vogliamo fare la legge elettorale subito ma non per andare a elezioni, smentiremmo i mille giorni. Ma perché l‘ennesima melina istituzionale suonerebbe come un affronto a ciò che è stato detto in questi mesi e sarebbe uno schiaffo alla dignità di una classe politica che si dimostrerebbe incapace di trovare soluzioni».
Altro tema sul quale il Governo proseguirà la sua azione è quello della riforma del lavoro, per arrivare al 2018 con un diritto del lavoro completamente ridisegnato, anche a costo di ricorrere a misure di urgenza. Il problema, ha spiegato Renzi, non la difesa dell’art. 18, bensì la semplificazione delle norme e il superamento di un «mondo del lavoro basato sull’apartheid», perché «non c’è cosa più iniqua che dividere i cittadini tra quelli di serie A e quelli di serie B».
Renzi ha poi assicurato che la riforma della giustizia (presentata alcune settimane fa dall’Esecutivo e ancora in fase di messa a punto) deve essere in grado di «cancellare il violento scontro ideologico del passato», correggendo storture come quella secondo cui «uno strumento a difesa dell’indagato – l’avviso di garanzia – possa costituire un vulnus all’esperienza politica o imprenditoriale di una persona». Saldando il discorso sulla giustizia alla cronaca politico-giudiziaria di questi giorni relativa al caso degli avvisi di garanzia piovuti sui vertici ENI, il Premier ha aggiunto in maniera forse un po’ troppo disinvolta che «aspettiamo le indagini e rispettiamo le sentenze, ma non consentiamo a uno scoop di mettere in crisi dei posti di lavoro o a un avviso di garanzia citofonato sui giornali di cambiare la politica aziendale di un Paese».
Nel programma di legislatura Renzi inserisce anche la necessità di tornare a normare sui diritti civili: «Vorrei che gli impegni fossero chiari: al termine dei mille giorni ci sarà una legge sui diritti civili perché non è pensabile che questo argomento sia oggetto di discussione politica».
Affrontando temi economici e relativi l’UE, si è definito ‘sconvolto e stupito’ dal dibattito che si è sviluppato attorno alla nomina di Federica Mogherini a Commissario europeo: «viviamo una crisi senza precedenti e la politica estera è un elemento costitutivo di scelte concrete di politica della migrazione, di crescita economica e della stessa identità del Paese e dell’UE». Entrando nel merito del rilancio economico, evitando abilmente il riferimento ai vincoli europei e ai richiami dei rigoristi, Renzi ha dichiarato, che il Governo è pronto a investire nel migliore dei modi i 300 miliardi annunciati dal Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker.

Sia a Montecitorio che a Palazzo Madama, durante il discorso di Renzi è andata in scena la protesta dei parlamentari della Lega Nord. Al Senato, i leghisti hanno esposto coni gelato finti. Non è tardato ad arrivare il richiamo all’ordine da parte del Presidente Pietro Grasso.

Dopo l’elezione di ieri di altri 3 membri laici del CSM (Renato Balduzzi di SC, Teresa Bene del PD, Maria Elisabetta Casellati di FI), il Parlamento in seduta riunita non è riuscito nemmeno oggi a eleggere i 2 giudici della Corte Costituzionale. Eppure le premesse per il lieto evento sembravano sussistere, visto che le voci su un accordo un accordo tra PD e FI sui nomi di Luciano Violante e Donato Bruno era stato confermato dai capigruppo di PD e FI alla Camera, Roberto Speranza e Renato Brunetta. Qualcosa, però, deve essere andato storto, visto che nessuno dei due candidati ha superato il quorum di 570 voti necessari all’elezione. Unica novità di rilievo (si fa per dire) di questa tornata è che nel borsino delle preferenze Bruno ha superato Violante: quest’ultimo ha ricevuto 526 voti, mentre ieri ne aveva ottenuti 530; Bruno invece presi 544, contro i 529 incassati ieri. Stante l’ennesimo nulla di fatto, sarà necessaria un’altra votazione che si terrà nel pomeriggio di domani. Sempre domani, il Parlamento cercherà di eleggere gli ultimi due membri laici del CSM. Il voto di oggi, infatti, si è risolto in una nuova fumata nera, dato che nessuno dei candidati (Luigi Vitali, Alessio Zaccaria e Nicola Colaianni) ha passato la quota dei 515 voti. Riuscirà il Parlamento a eleggere membri del CSM e della Consulta prima dello scadere della Legislatura nel febbraio 2018?

In serata, intanto, Matteo Renzi ha varato quella che ha definito la Segreteriaunitariadel Partito democratico  -la minoranza del partito preferisce definirla ‘plurale’-, perché «il 41% delle europee impone di non fare da soli», come aveva fatto con la Segreteria monocolore fino adesso,  fermo restando che ‘il compito di decidere’ spetta a lui, come ha subito precisato.
8 donne e 7 uomini, che, se accetteranno, giovedì avranno le deleghe: confermati i vicesegretari Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani, e confermati anche Filippo Taddei all’Economia e Chiara Braga all’Ambiente, nella nuova Segreteria entreranno Enzo Amendola, cui andranno probabilmente gli Esteri, Micaela Campana, al welfare e diritti, il cuperliano Andrea De Maria dovrebbe avere la responsabilità della formazione politica,  Valentina Paris, espressione dei Giovani turchi, agli Enti locali, Emanuele Fiano alle Riforme, Giorgio Tonini a Cultura e Universit,  Davide Ermini alla Giustizia, Ernesto Carbone, alla Difesa; la fioroniana Stefania Covello a Sud e fondi europei, Alessia Rotta alla comunicazione, Lorenza Bonaccorsi a innovazione e Pa, Sabrina Capozzolo all’agroalimentare e Francesca Puglisi alla scuola.
La pace all’interno del partito è tutt’altro che assicurata, la battaglia sarà sul lavoro -al Jobs act sarà dedicata la prossima direzione del partito- e sulla legge di stabilità.

 

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