mercoledì, Aprile 21

Militari italiani a Mosul? Governo vada in Parlamento

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Con qualche preoccupata ironia bisogna constatare come il Paese della finezza diplomatica, della sottigliezza abilissima, il misto di Metternich, Bismarck e naturalmente Cavour, letti alla luce di Machiavelli, improvvisamente decide di mandare 450 militari a Mosul a difendere una diga, casualmente in riparazione ad opera di una ditta italiana. Mosul è il centro del conflitto ISIS-Iraq-Curdi.  Sono -i 450- i famosi stivali sul terreno, negati e rifiutati da tutti -italiani per primi- e poi proprio gli italiani ce li mettono.
Bene, è una scelta del Governo, e, ci piaccia o no, il Governo ci rappresenta tutti, e tutti noi sappiamo quanta bravura e professionalità le nostre Forze armate abbiano mostrato nei vari teatri di guerra nei quali di recente sono stati chiamate.
Polemiche a parte, due cose vanno dette.

Agire lì, in quella situazione, nell’ambito di una ‘coalizione’ non troppo ben definita ma largamente pubblicizzata, per combattere  (difendere è combattere nel diritto internazionale) contro l’ISIS è una azione di guerra, concordata, sembrerebbe, anche se in maniera non certo formale. La difesa, benché legittima, è guerra, esattamente come l’offesa: ciò che cambia è solo la eventuale responsabilità.
Fino ad oggi, la difesa era intesa come l’azione rivolta ad impedire una aggressione. Non mi pare che siamo stati aggrediti,  dunque parlare di legittima difesa è improprio, anzi, è sbagliato. Se poi l’affermazione è rivolta al popolo italiano o ai suoi organi rappresentativi, è semplicemente una menzogna.

Siamo in guerra e il diritto internazionale e il diritto costituzionale prevedono comportamenti precisi in questi casi. Sarà importante vederli realizzare. Il nostro ordinamento ha strumenti per pretendere da chi di dovere il rispetto delle regole. In altre parole: si faccia, visto che proprio si vuole, la guerra, ma si rispettino le regole, tutte le regole, innanzitutto internazionali, ivi compresa quella che obbliga a non occupare, se non strettamente necessario, il territorio nemico, a mettere al sicuro la popolazione civile, a trattare i nemici secondo le norme delle Convenzioni di Ginevra, ecc.

Dal punto di vista del diritto costituzionale, come detto tante volte, non è vero che ‘la guerra è vietata’ nel nostro ordinamento. L’articolo 11 della Costituzione  -sempre citato a sproposito, sia da chi lo usa per giustificare la guerra sia da chi lo usa per condannarla- afferma solo che l’Italia può partecipare ad azioni militari collettive per il mantenimento della pace. Può partecipare sulla base delle decisioni delle Nazioni Unite. La norma non lo dice esplicitamente, ma lo lascia capire, visto che parla di organizzazioni internazionali destinate al mantenimento della pace. Le Nazioni Unite, in altre parole e semplificando molto, possono ‘ordinare’ all’Italia di agire militarmente e in tal caso l’Italia può agire in applicazione dell’articolo 11, e, quindi, senza il necessario passaggio parlamentare di autorizzazione a proclamare lo stato di guerra con ciò che ne consegue (articolo 78 della Costituzione) che comprende anche l’indispensabile conferimento al Governo dei necessari poteri per non parlare dell’entrata in vigore del codice penale militare di guerra.
C’è chi dice, e io sono d’accordo, che in taluni casi ben determinati, e con estrema cautela, quando le Nazioni Unite non agiscono o non sanno agire, anche uno o più singoli Stati possono agire, ma in tal caso l’articolo 11 è fuori di ogni considerazione. Qui vale solo l’articolo 78 di cui prima.

E dunque, è da aspettarsi che il Governo vada in Parlamento a chiedere questa autorizzazione, magari spiegandoci a qual fine e con quali motivazioni. Perché, attenzione: se la guerra è deliberata dal Parlamento, per il diritto interno è legittima; ma perché lo sia anche per il diritto internazionale ci vuole altro, ben altro. Potrebbe accadere che quella guerra sia ritenuta internazionalmente illegittima e dunque che l’Italia sia chiamata a risponderne. Inoltre, non dimentichiamolo per favore, la guerra si fa in due!

Sorvolo sul fatto che un’azione del genere -militari in difesa di una diga o meglio del personale dell’azienda italiana chiamata a fare i lavori di risistemazione della diga- assomiglia moltissimo a quella di quei due Marò, che ancora pagano le conseguenze di decisioni a dir poco avventate.

Auguriamoci che, una volta tanto, qualcuna delle regole prescritte venga applicata.

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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