lunedì, Giugno 21

Milano: scompaiono i cinema

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Sentita l’opinione delle istituzioni nella persona dell’assessore Del Corno, abbiamo pensato di metterle a confronto con una voce antagonista, e ci siamo rivolti per questo a Macao – Nuovo centro per le arti, la cultura e la ricerca, gruppo milanese che ha fatto del problema degli spazi per la cultura a Milano il fulcro della propria attività. La prima uscita pubblica di Macao è stata infatti l’occupazione della Torre Galfa, grattacielo in vetro e cemento di 31 piani vicinissimo alla Stazione Centrale di Milano, che da quindici anni è completamente vuoto e in stato di abbandono. Scopo di questa azione era segnalare come esistano enormi spazi mantenuti bloccati da operazioni speculative, quando invece potrebbero essere utilizzati a favore della città. Analoga operazione fu l’occupazione di Palazzo Citterio, edificio settecentesco in via Brera da decenni in attesa di una riqualificazione.

Attualmente Macao ha sede in un altro edificio occupato in quanto lasciato inutilizzato, l’ex Borsa del Macello di viale Molise, una palazzina liberty di proprietà comunale, dove svolge un’attività culturale molto articolata, suddivisa in diversi tavoli comunicanti ma indipendenti, su temi che vanno dal video all’architettura all’economia. Nella sede è stata ricavata anche una piccola sala cinematografica a 36 posti, battezzata “Il CineMacello”, le cui poltrone sono quelle di un altro cinema milanese dismesso, il Maestoso, donate dal proprietario perché potessero continuare a ospitare degli spettatori. A Macao siamo stati ricevuti da un gruppo di una mezza dozzina di persone, che hanno risposto collettivamente e ordinatamente alle nostre domande.

Cosa pensa Macao della progressiva chiusura dei cinema milanesi?

È un problema che ci coinvolge molto da vicino: il primo nucleo di Macao è nato proprio tra i gruppi di cittadini che protestavano contro la chiusura del cinema Manzoni, per denunciare la tendenza generale a sostituire luoghi del consumo a luoghi di aggregazione culturale. La chiusura dell’Apollo è particolarmente grave: non stiamo parlando di un cinema dismesso, ma di uno particolarmente attivo, con una proposta cinematografica di alto livello, sede anche delle anteprime per gli addetti ai lavori, perfettamente inserito in quel poco di cultura cinematografica che rimane a Milano. Ed è simbolico che venga sostituito da un Apple Store, apoteosi del consumo, della produzione industriale, del marketing. Il problema è che non sarà solo il cinema Apollo a chiudere: le notizie che arrivano sono drammatiche. Con la chiusura dell’Odeon, nella storica ‘via del cinema’ non rimarrà più una sala. E lontano dal centro non va meglio: per esempio, al cinema Ducale scade il contratto nel 2016, e i lavoratori sono preoccupati. La tendenza è verso la desertificazione del cinema milanese. E non come avvenne dopo gli anni Settanta, con l’avvento delle TV private: non rimarrà niente.

Non si tratta di una tendenza insopprimibile? C’è chi sostiene che le sale cinematografiche, più che una necessità culturale, siano un residuo del passato.

Di solito chi fa un film lo pensa per una visione collettiva. Non ci sarebbero mai stati il Neorealismo e tutte le altre importanti correnti del nostro cinema se non ci fosse stata possibilità di scambio tra lo spettatore e chi produce l’opera. In questi anni abbiamo intervistato registi, sceneggiatori e produttori, dell’ambito di Milano e non solo, e tutti hanno manifestato l’esigenza e la speranza che il cinema rimanga un fatto collettivo, che riesca a raccogliere la gente e a farla discutere. Le sale non vanno abbandonate: creano aggregazione. Purtroppo a Milano, da trent’anni, assistiamo a una situazione che nessuno riesce a modificare. Un esempio è il cinema De Amicis, un piccolo gioiello della cinematografia, finché non è stato chiuso e sventrato e poi lasciato lì, da più di dieci anni. Lo stesso vale per il cinema Manzoni, che è ancora lì perché c’è dentro anche un teatro che rimarrà attivo fino all’anno prossimo, ma che, con tutta la sua bellezza architettonica, è comunque destinato a diventare un centro commerciale. Nonostante anche in questo caso ci sia un comitato che chiede di trasformarlo in una Casa del Cinema. Lasciar fare al mercato non è la soluzione. Bisogna spingere la giunta a prendere provvedimenti.

Ma cosa può fare un’amministrazione comunale per risolvere il problema?

Il gigantismo del cinema mainstream, unito all’assenza di un circuito per le opere più piccole, crea una tabula rasa. Quello che l’amministrazione potrebbe fare è favorire meccanismi legali e giuridici che permettano di riattivare le piccole sale cinematografiche, che secondo noi sono il futuro. Una rete di microsale farebbe molto bene, anche economicamente, alla città. Milano è la capitale italiana, forse mondiale, della produzione di videoclip, le cui economie sono, in scala più piccola, le stesse del cinema. Sono tanti piccoli film che non arrivano agli spettatori, per cui non si libera un’economia, non c’è possibilità che un cinema non legato ai principali circuiti di distribuzione possa auto sostenersi, in modo che un autore possa pensare all’opera successiva. C’è un soffocamento di quelle forme di cinema che sono piccole in termini economici ma non di importanza. Luca Bigazzi ci diceva che queste piccole sale potrebbero servire anche per permettere ai registi di vedere i film in via di esecuzione, per anteprime riservate agli addetti.

Quali sono gli ostacoli da rimuovere?

Le operazioni di recupero di sale dismesse, come quella tentata a Cinisello Balsamo, si arenano spesso sulla normativa, che è proibitiva. Ci sono problemi di tipo economico, problemi giganteschi legati al diritto d’autore, che impediscono di fare una programmazione decente, e richiederebbero di far pagare biglietti altissimi. Milano dovrebbe prendersene carico: è una città che è stata raccontata dal cinema in maniera massiccia, fino agli anni ’70, ma poi gradualmente questo è andato perduto. Milano dovrebbe finalmente tornare ad avere una sala comunale, e poi dovrebbe sostenere situazioni come la nostra, condannata all’illegalità e quindi a una totale instabilità. L’idea è che tutti gli spazi dismessi vengano mappati e che le comunità di cittadini possano attivarsi, raccogliere firme, dire: “Noi ci prendiamo in carico quello spazio”, anche se non ha le caratteristiche tecniche per l’agibilità completa (certo, a condizione che non rischi di crollare), e lo gestiscano in modo da produrre quelle economie che ne permettono il restauro. È un modello che esiste in molte parti d’Europa, e che se attivato su larga scala a Milano potrebbe produrre grandi risultati. Per esempio, anche in casi come quello del Manzoni o dell’Orchidea si erano creati collettivi di cittadini o di video maker disponibili a fare qualcosa. Ma finchè il meccanismo resta quello per cui per entrare in uno spazio devo accollarmi un bando per milioni di euro, cosa che solo un’impresa può fare, altrimenti resta abbandonato per quindici anni, non si va da nessuna parte.

Cosa si sta facendo per andare in questa direzione?

Sul problema del recupero degli spazi per la Cultura è stata creata la bozza di una delibera consiliare, che è il risultato di un anno di lavoro di un tavolo convocato dal Comune, al quale noi abbiamo partecipato insieme ad altre realtà, dopo un accordo preliminare in cui il Comune si impegnava a priori che quanto deliberato sarebbe stato portato in Consiglio Comunale. Contiamo che presto il testo venga presentato in Consiglio da un vasto arco di consiglieri della maggioranza.

Come pensate che dovrebbe cambiare il cinema in futuro?

Tutti i registi e videomaker che passano per Macao ci dicono che il loro problema è la distribuzione. Il gestore del cinema President, dismesso anni fa, ci ha detto: “io volevo proiettare dei bei film, ma non me li davano”. Colpa di pratiche come la distribuzione a pacchetti, per cui chi vuole un certo film deve impegnarsi a proiettarne altri. Le tecnologie del cinema sono cambiate, i costi si sono ridotti. Non ci sono più le pesantissime “pizze” che venivano trasportate da un cinema all’altro con costi proibitivi. Oggi un autore può crearsi una copia del proprio film in alta risoluzione nel proprio studio, senza dover spendere centinaia di migliaia di euro. Questo faciliterebbe una forma di cinema più popolare, non gestita dall’alto. I meccanismi dell’industria del cinema possono essere affiancati da realtà diverse. Ma la filiera distributiva-produttiva è rimasta arretrata, legata all’universo della pellicola. Noi cerchiamo di favorire la nascita di un circuito alternativo, di una rete di produttori dal basso. Esortiamo gli autori che passano per Macao a non registrare le opere con il copyright, ma con la licenza ‘aperta’ Creative Commons. E abbiamo allo studio a questo scopo la creazione di una piattaforma web e di una moneta digitale.

 

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