venerdì, Settembre 17

Milano nuova capitale morale Politica: il punto

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A quasi 40 anni da quel 9 maggio 1978 -data del ritrovamento del cadavere dello statista democristiano Aldo Moro nel cofano di una Renault4 rossa in via Caetani a Roma- sono ancora troppi i punti oscuri della ricostruzione storica e processuale dei 55 giorni più lunghi nella storia dell’Italia repubblicana. Per questo motivo, il presidente della Commissione che indaga sul caso Moro, Giuseppe Fioroni (Pd), ha deciso di compiere una mossa disperata, quasi patetica: scrivere una lettera ai combattenti-terroristi delle BR ancora in vita per invitarli a vuotare finalmente il sacco. La missiva fioroniana vedrà la luce domani, giovedì 29 ottobre, sul settimanale cattolico ‘Famiglia Cristiana’, ma sulle Agenzie di stampa emergono già alcune anticipazioni. «Trovare il coraggio di parlare e di illuminare ciò che è oscuro, non c’è in noi sentimento di vendetta o ricerca di punizione ma solo l’amore di verità», si rivolge ai brigatisti ‘cristianamente pentiti’ con un mellifluo tono pretesco il devoto Fioroni. «Lavorando ogni giorno», continua il parlamentare Dem, «sappiamo che oltre la verità giudiziaria c’è qualcosa di più: di fatto un vuoto che potrebbe essere colmato solo da chi ha vissuto quei momenti. Ci stiamo concentrando su questo fine, senza inseguire complotti o dietrologie, ma colmando le zone d’ ombra, tangibili ed indiscusse nelle nostre ricostruzioni. Per questo mi rivolgo a quei lontani protagonisti, ex terroristi oggi impegnati nella riconciliazione e gli dico: parlate». Lodevole iniziativa quella portata avanti da Fioroni. Peccato che il presidente della Commissione Moro si dimentichi completamente di chiedere conto dell’attacco al cuore dello Stato proprio a quegli uomini delle Istituzioni che i recenti sviluppi investigativi collocano nel luogo del delitto di via Fani. Naturalmente ‘senza inseguire complotti e dietrologie’. Vero Fioroni?

Per il Consiglio di Stato non ci sono dubbi: la trascrizione nei registri comunali italiani dei matrimoni gay contratti all’estero non ha alcun valore legale. L’estensore della sentenza, Carlo Deodato, ha sposato in toto la ‘linea Alfano’, il ‘devoto’ ministro dell’Interno di Ncd che aveva da subito, attraverso una circolare, dato ordine ai prefetti di censurare il comportamento di quei sindaci che, come Ignazio Marino a Roma, si erano permessi di dare dignità e diritti a ‘froci e lesbiche’. Ora, sul corpo della sentinella in piedi, nemico giurato su twitter di matrimoni e unioni omosessuali, si sta scatenando una zuffa molto simile a quella scoppiata tra greci e troiani nell’Iliade intorno al cadavere di Ettore. Ci pensa proprio Angelino ad aprire le ostilità odierne definendo «inaccettabili» gli «atti di fascismo rosso contro un magistrato per la sua fede religiosa», e rallegrandosi perché è stato riaffermato il concetto che «nella legge italiana non esiste il matrimonio composto da persone dello stesso genere». Anche dall’ultradestra, in nome dell’intramontabile tris dio-patria-famiglia, la presidente di Fd’I Giorgia Meloni esprime «totale solidarietà» nei confronti di Deodato. Il ciellino Maurizio Lupi straparla, poi, di «inaccettabile linciaggio», mentre la ‘pasionaria del divino’ Paola Binetti ha addirittura la faccia tosta di denunciare, tra le risate generali, il problema del poco spazio concesso in politica alle istanze cattoliche. Fortuna che il parlamentare Pd e attivista per i diritti civili, Alessandro Zan, controbatte a tono spiegando che «è evidente che se il giudice estensore promuove pubblicamente nei social movimenti integralisti e omofobi – che ben poco hanno a che fare con l’essere cattolici – come le Sentinelle in piedi o Manif pour tous, questo dia adito a fondati sospetti di non piena imparzialità nella formazione della sentenza».

 

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