sabato, Maggio 15

Milano: caccia al voto dell’ebreo

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Prosegue la pubblicazione a puntate da parte dei mass media delle intercettazioni telefoniche e ambientali predisposte dai pm (di Napoli prima e di Roma poi) nei confronti dei protagonisti dell’inchiesta che vede indagato per concussione il governatore della Campania Vincenzo De Luca, alcuni suoi collaboratori e il magistrato del Tribunale di Napoli Anna Scognamiglio che, insieme al marito avvocato Guglielmo Manna, avrebbe architettato il ricatto per ottenere un posto ai vertici della Asl campana per il Manna in cambio di due sentenze favorevoli allo sceriffo salernitano (22 luglio e 11 settembre) emesse dalla Scognamiglio in merito all’applicabilità della legge Severino. Facciamo un passo indietro fino al 20 agosto scorso. Mancano 22 giorni alla sentenza che la prima sezione civile del Tribunale partenopeo dovrà emettere sul ricorso di alcuni consiglieri regionali di centrodestra hanno presentato per ottenere la sospensione di De Luca. L’avvocato Manna, soggetto ad intercettazione ambientale, si confida col collega Gianfranco Brancaccio (anche lui indagato) facendo riferimento alla sentenza in arrivo. «Vedremo pure noi, vedremo e vediamo chi si fa male però», urla digrignando i denti il marito della Scognamiglio, «che io non faccio il direttore generale e va bene, però tu (riferito a De Luca ndr) non farai il presidente della Giunta regionale». E poi, «a questo punto voglio capire, perché io i patti li ho rispettati e si è fatto quello che si era detto (la sentenza pro governatore del 22 luglio comunicata in anticipo il 17 luglio allo staff deluchiano ndr)». Manna conclude la sua confessione involontaria avvertendo minacciosamente che «qua non stiamo facendo beneficienza, la prima volta ho fatto il signore, ho controprestazionato il 17 luglio e voi niente, il 4 agosto avete fatto a Postiglione (riferimento alla nomina a commissario Asl di Salerno di una persona diversa rispetto a lui ndr)».

A questo punto, mancherebbe solo la pistola fumante per convincere ‘don Vincenzo’ a schiodarsi dalla poltrona di Palazzo Santa Lucia. Anche Matteo Renzi, però, per il momento non ci pensa proprio a sbullonarlo dalla suddetta poltrona. Tutta colpa, dicono i giornalisti maligni, del potere che il clan De Luca ha accumulato nei Palazzi, non solo campani, ma soprattutto romani. De Luca, infatti, può contare sull’appoggio delle sue truppe cammellate anche in Parlamento. Nomi e numeri necessari come il pane alla tenuta della risicata e variopinta maggioranza renziana in Senato. Si tratterebbe dei deputati Sabrina Capozzolo (ex vigile urbano di Agropoli catapultata nella segreteria renziana a occuparsi di Politiche Agricole), Tino Iannuzzi, Simone Valiante, Antonio Cuomo, Michele Ragosta e della senatrice Angelica Saggese.

È di ieri, inoltre, la notizia di un’interrogazione parlamentare preparata da Arturo Scotto in cui il capogruppo di Sel a Montecitorio denuncia che il  giudice di appello nel processo per abuso d’ufficio, in cui De Luca è stato condannato in primo grado ad un anno, dovrebbe essere Michelangelo Russo. Il giudice Russo fu trasferito dalla procura di Salerno per ordine del Csm proprio perché tentò di, scrive Scotto, «accedere al computer del Tribunale salernitano al fine di verificare se fossero in corso procedimenti giudiziari a carico di Vincenzo De Luca». Ora che Russo è ritornato a Salerno a presiedere una sezione della corte d’Appello, Scotto teme favoritismi a vantaggio del governatore campano e chiede al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, di riferire in aula.

Infine su proposta dello stesso ministro della Giustizia, è stato approvato un Ddl organico per il contrasto al fenomeno del caporalato e contro lo sfruttamento del lavoro nero in agricoltura.

 

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