mercoledì, Settembre 29

Miguel, la Cuba che verrà Un nuovo Governo di continuità più che di rivoluzione, ne parliamo con Nicola Bilotta, junior researcher dello IAI

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Per la prima volta, dopo più di mezzo secolo, il leader di Cuba non si chiamerà Castro. Domani, 19 aprile il Parlamento cubano (Assemblea Nazionale), voterà per il nuovo Presidente e i cubani sono pronti ad accogliere quello che potrebbe essere il definitivo allontanamento del nome dei Castro, cardine di sessant’anni di Rivoluzione, dalla guida del Paese. Ormai per ragioni biologiche, l’epocale svolta post-castrista iniziata dieci anni fa con l’uscita di scena di Fidel Castro sta per concludersi, e la popolazione ripone le proprie speranze in quella che sarà la nuova Amministrazione dell’isola con a capo Miguel Díaz-Canel che vestirà i panni del nuovo Presidente cubano.

Quello di domani sarà il secondo step del periodo elettorale cubano già iniziato l’11 marzo 2018 con l’elezione dei delegati alle assemblee provinciali e dei deputati dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare.

«Il nuovo Governo avrà la forza e il coraggio politico, l’immaginazione e la competenza per liberare l’economia dormiente dalla sua prolungata stasi e attuare una serie di riforme audaci e lungimiranti?». Questo è ciò che si chiede Richard E. Feinberg membro associato del centro di ricerca ‘Brookings Institution‘, nel report ’Cuba’s economy after Raùl Castro: a tale of three words’. La nuova presidenza dovrà far fronte a diverse sfide, sia di natura economica che politica. Oggi Cuba esce dall’epoca castrista con troppi punti interrogativi e diverse problematiche che la nuova Amministrazione dovrà risolvere: gli investimenti esteri, il sistema valutario complesso delle due monete e l’impossibilità di avere riserve valutarie straniere, la crisi petrolifera del Venezuela che ha trascinato Cuba in una profonda crisi economica, i rapporti internazionali come quello con gli USA che se con Barack Obama stava attraversando una fase di disgelo, oggi andrebbe nuovamente ricucito, e ancora l’evoluzione dei rapporti con Cina e Iran.

Allo stesso tempo molti osservatori sostengono che con la nuova presidenza non cambierà molto all’interno del Paese. Rafael Hernández, analista politico e membro del partito comunista, in un’intervista al ‘The Guardian’ ha affermato che Díaz-Canel potrebbe rappresentare semplicemente una continuità e pochi cubani si aspettano un vero cambiamento radicale. Inoltre, sebbene sollevato dalla presidenza, Castro, rimarrà un’importante presenza politica, ricoprendo il ruolo di primo segretario del partito comunista fino al 2021 e di capo delle forze armate. Hal Klepak, autore di una biografia di Raúl Castro, ha affermato che: «Il nuovo Presidente avrà più potere nella vita di tutti i giorni, ma ogni volta che ci saranno crisi o gravi problemi con gli Stati Uniti, in politica estera o nell’economia, la parola di Raúl rimarrà l’ultima parola».

L’immagine di Díaz-Canel è radicalmente diversa da quella di Fidel Castro e di suo fratello Raúl. Miguel è nato dopo la rivoluzione cubana, e, se eletto sarà anche il primo ‘non soldato’ a capo della Nazione dal 1959. Secondo Klepak, Cuba negli anni è stata accusata di essere una ‘dittatura militare’ e per sfatare questa convinzione, sarà utile avere qualcuno alla guida del Paese che arrivi dal ‘sistema’ e non ‘dall’uso delle armi’. D’altra parte molti osservatori e non, sostengono che Miguel non sia un uomo carismatico, o almeno non quanto i suoi predecessori e hanno grossi dubbi su un’evoluzione positiva delle politiche e dell’economia dell’isola.

Si hanno ancora molte domande su cosa rappresenterà l’era di Miguel per Cuba, noi ne abbiamo parlato con Nicola Bilotta, junior researcher dello IAI (Istituto Affari Internazionali).

Cosa sappiamo e cosa possiamo aspettarci da Díaz-Canel?

La storia di Cuba cambierà con l’investitura del nuovo Presidente, almeno sul piano formale. Per la prima volta, dopo circa sessant’anni, Cuba avrà un Presidente che non sarà uno dei fratelli Castro. Nonostante la carica della presidenza sia un ruolo principalmente simbolico, la transizione rappresenterà un momento particolarmente delicato per il Paese. Ci si aspetta che i membri dell’Assemblea Nazionale cubana eleggeranno Miguel Dìaz-Canel alla presidenza. Dìaz-Canel copre già la carica di Vice-Presidente e ha lavorato come braccio destro di Raul Castro fin dal 2013. Nonostante Dìaz-Canel non sia un militare, un militante della generazione rivoluzionaria del 1959 o non sia stato alla guida del Partito Comunista cubano, la scelta rimane più di continuità che di rottura; anche considerando che Raul Castro rimarrà alla testa del Partito Comunista fino al congresso del 2021. Inoltre, la famiglia Castro mantiene elementi chiave nel Governo del Paese. Per esempio, suo genero, l’ex marito della figlia, guida Gaesa, una holding di controllo militare che gestisce la maggior parte del turismo nell’isola. Lo scenario che più realisticamente si può immaginare è che i due politici, Castro e Dìaz-Canel, lavorino in un tandem in cui il vecchio leader rimanga il volto ideologico del Paese e il nuovo Presidente si dedichi invece alla difficilissima gestione del Governo. Per capire davvero l’angolazione di rottura o continuità della presidenza di Dìaz-Canel bisogna aspettare di vedere la composizione del nuovo Governo e del ruolo che verrà dato alla ‘vecchia guardia’, soprattutto nelle Forze Armate.

Come cambierà la situazione a Cuba da un punto di vista politico?

Nell’immediato non ci dovrebbero essere rotture ma piuttosto delle politiche di continuità. Ci sono spiragli di speranza che Dìaz-Canel abbia un approccio più flessibile e aperto, nella sua storia personale come politico ha avuto atteggiamenti più aperti nei confronti delle comunità LGTB e di alcune rigide formalità del regime. Ma, allo stesso tempo, sono stati rilasciati alcuni suoi interventi, registrati di nascosto a riunioni private del Partito Comunista in cui criticava i dissidenti e media occidentali. Diciamo che rimane un personaggio enigma. La mancanza di una campagna elettorale a Cuba impedisce di avere una chiara idea di quale possa essere la personalità di Dìaz-Canel al Governo del Paese. Rimane però chiaro che l’influenza di Raul Castro e della ‘vecchia guardia’ non si fermerà con l’elezione del nuovo Presidente

Come cambierà la situazione a Cuba da un punto di vista economico?

L’economia cubana sta fortemente soffrendo le conseguenze sia della crisi venezuelana, sia della chiusura del Governo Trump al processo di riappacificazione. Se nel 2016 circa 1 milione di turisti americani si è recato sull’isola spendendo circa $650 milioni, la loro presenza nel 2017 è calata drasticamente, causando una caduta dell’indotto, una risorsa chiave per l’economia reale cubana e per i lavoratori del settore privato di Cuba. Dopo le riforme economiche introdotte otto anni fa da Castro, il mercato del lavoro cubano ha registrato una crescita del settore privato, che, ad oggi, conta circa 600.000 occupati (1/8 dei lavoratori totali). Si pensi che il numero di persone a cui è stata concessa una licenza da self-employed è cresciuto da 150.000 nel 2008 a 580.000 nel 2018. Questi lavoratori, così come l’enorme mole di persone che guadagnano nel florido mercato nero, soffrono direttamente le conseguenze del calo del turismo. Nel medesimo tempo, il PIL cubano rimane del 30% inferiore a quattro anni fa. La debolissima crescita economica del Paese si riflette direttamente sull’economia reale. La produzione agricola nel 2016 è stata di 8.4 milioni di tonnellate, una figura inferiore alla capacità produttiva dell’isola nel 2005. I flussi di importazioni sono diminuiti da $15 miliardi nel 2013 a $10 miliardi nel 2016. I servizi sociali e educativi sono stati tagliati dell’8% dal 2008. Sicuramente la sfida della crescita economica e dell’occupazione rimane la criticità principale del prossimo Governo. Dovrà decidere se consolidare le deboli riforme di apertura promosse da Raul Castro o se invece far prevalere l’ideologia politica e restringere le aperture.

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