mercoledì, Settembre 22

Migranti: tra geopolitica e geografia umana

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Bourbon Argos, Dignity I, Prudence (Medici senza frontiere); Vos Hestia (Save the Children); Sea-Eye, Seefuchs, Aquarius, Iuventa  (attive per 5 Ong tedesche); Phoenix, Topaz Responder (MOAS, Ong italo-americana con sede a Malta); Golfo azzurro (Proactiva Open Arms, Ong spagnola): sono tutti nomi di imbarcazioni non governative che operano da anni nel Mediterraneo al fine esclusivo di affiancare le Guardie costiere nazionali e le navi delle missioni europee «Frontex» e «Sophia» nella ricerca e nel soccorso umanitario.

In vista del vertice di Tallin di giovedì 6 luglio, e dopo la riunione di domenica a Parigi dei tre Ministri degli Interni italiano, francese e tedesco, a Bruxelles sono state ribadite diverse restrizioni per le organizzazioni coinvolte. Dopo la minaccia di chiudere i porti, avanzata la scorsa settimana dall’Italia, l’obiettivo di ridurre gli sbarchi si è concentrato sul ruolo dei soccorritori indipendenti. In base a un nuovo «Codice di condotta» che sarà redatto dal nostro governo, le Ong citate dovranno presentare bilanci più trasparenti e rispettare i divieti, primo fra tutti quello di non entrare nelle acque libiche; inoltre, le loro navi non potranno spegnere i trasponder per essere sempre localizzate. Questo cambio di indirizzo ha sollevato le proteste degli attori interessati nelle operazioni (durante le quali, in 48 ore, sono state salvate 12 mila persone), di parte dell’opinione pubblica e dell’AOI (Associazione delle Ong Italiane), che ha chiesto al governo un incontro tempestivo con le rappresentanze delle associazioni comprese nel «Tavolo nazionale Asilo» (tra esse citiamo, oltre all’UNHCR – che è membro permanente – : Medici senza frontiere, Oxfam Italia, Save the Children, A Buon Diritto, Amnesty International, la Comunità di S. Egidio, l’Associazione per gli Studi giuridici sull’immigrazione, il Centro Astalli).

L’altra grossa questione interessa i ricollocamenti, finalizzati ad allentare la pressione dei flussi su Grecia e Italia, ed è legata alla prima. Già prima del Piano d’azione esposto a Bruxelles, crollava l’aspettativa su una questione già decisa: né la Francia, né la Spagna – impegnata insieme al re del Marocco in una meticolosa politica di respingimenti –  apriranno i loro porti a organizzazioni di soccorso aventi sede in entrambi i Paesi. Sia pure con l’assistenza finanziaria dell’UE nel Canale di Sicilia, la strategia di accelerare i rimpatri è coerente con una progressiva comune tendenza all’impermeabilità delle frontiere. Ciò non vale solo per l’Austria e i Paesi balcanici, che hanno offerto alla Germania l’occasione per inasprire la propria normativa sull’accoglienza, ma per il ‘muro’ francese a Ventimiglia. La Francia ha cambiato Presidente, ma è coerente con la linea dura che rifiuta alternative sostenibili al Centro di Sangatte (un ‘paese nel paese’, 10 km a Ovest di Calais, che dal 1999 ha visto il concentramento di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo proiettati verso il Regno Unito ed è stato chiuso nel 2002, con dispersione dei suoi ospiti lungo la strada per l’Eurotunnel).   Vi sono, poi, governi che incentivano apertamente l’uscita dal proprio territorio; come quello norvegese, che offre 1000 euro ad ogni richiedente che abbandoni il Paese – con buona pace della tradizionale sensibilità scandinava all’integrazione sociale.

La questione, apparentemente ‘appesa’ all’esito di un pre-vertice informale, contiene tutte le premesse della sedimentazione. A livello ufficiale, sembra quasi che si nutra la convinzione che i flussi esistono solo a partire dall’ingresso in Europa. Contenere i flussi presuppone, quantomeno, il rispetto delle quote di ricollocamento da parte dei diversi Stati membri. Per fare un esempio, a fronte della risalente promessa della Francia di accogliere 7115 rifugiati provenienti dall’Italia, l’impegno è stato rispettato per 990 posti disponibili e 330 persone effettivamente ricollocate. L’elusione delle quote è prassi corrente in Slovacchia, Ungheria, Polonia, e Repubblica Ceca, tanto che la Commissione europea, il 14 giugno, ha aperto una procedura di infrazione contro quel gruppo di Stati (c.d. «Gruppo di Visegrad»), con l’eccezione della Slovacchia.

Nell’immaginario diffuso, luoghi come Sangatte, Lampedusa, i porti del Sud Italia alimentano la fobìa di una duplice minaccia – demografica e securitaria – , occultando prospettive realisticamente avanzate da ricercatori sociali ed economisti.

Lo sblocco, secondo il Piano varato dalla Commissione, di 35 milioni per gli aiuti all’Italia (46 saranno invece destinati alla Libia) mostra l’incapacità di tradurre in termini non monetari una questione ‘fisica’ come quella dell’accoglienza: non per i numeri assoluti, comunque destinati a crescere secondo i pronostici del CNR e di Eurostat, ma per la gestione e il collocamento delle persone negli Stati di arrivo.

Impegnare fondi europei nella gestione dei flussi migratori, mentre i Paesi di primo arrivo rimangono isolati rispetto a un fronte euromediterraneo chiuso, è un po’ come assicurare liquidità per una ricostruzione post-disastro senza capitale umano: anche nell’ottica contenitiva volta a frenare la mobilità, gli aiuti finanziari non valgono come naturale sostituto di risorse quali l’esistenza di una rete di operatori specializzati, di spazi e strutture di accoglienza, la conversione delle capacità personali in energia positiva per la società che accoglie. Per applicare queste misure, in ogni Stato con le specificità del caso, l’Europa è necessaria non come frontiera, ma – appunto – come istituzione.  Ripristinare una politica comune fondata sulla dignità sociale e sull’umanità come risorsa, prima che sul trasferimento di persone, potrebbe cancellare, almeno in parte, realtà di sfruttamento localizzate e note alle autorità pubbliche, in nome di quei principi di cooperazione e solidarietà che stanno tra i pilastri dell’UE.  Il legame tra numero di migranti e futuro dei Paesi europei esiste, se pensiamo al concorso dei primi alle dinamiche produttive e al rinnovo del un tessuto sociale. Lo afferma la Dott.ssa Eugenia Ferragina, dell’«Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo» (ISSM-CNR) di Napoli, citando in proposito una ricerca di Eurostat: «nel 2050, la popolazione europea, in assenza di migrazioni, perderà altri 58 milioni di abitanti, con conseguente invecchiamento della forza lavoro e diminuzione delle capacità di innovazione e competitività». Nella stessa linea si pongono diversi economisti (come l’americano Michael Clemens, esperto in migrazione del «Center for Global Development» di Washington D.C., Christian Lutz in Germania o Katerina Lisenkova in Gran Bretagna), secondo i quali il fenomeno migratorio (dal loro punto di vista, la circolazione dei lavoratori) ha prodotto effetti generalmente positivi sulla crescita economica dei Paesi europei.

I limiti alzati alle frontiere e, per l’Italia, ai porti di primo approdo sono la risultante di una storia non così recente che, quando non irrompe nelle vesti dell’emergenza, ha la facoltà di sparire dal discorso politico dell’Unione. Tra le priorità del «Libro Bianco» presentato a Bruxelles a inizio marzo dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, la questione migratoria non compare tra i 5 scenari che, da qui al 2025, definiranno lo stato dell’Europa.

Nell’ambito del presente ‘distacco istituzionale’ unitario, i dati di una geografia umana creata dalla geopolitica stridono con la composizione della società europea contemporanea: finora, la ‘società migrante’ non sembra essere quella che già abita le nostre città, ma una proiezione dei rapporti tra Stati sovrani, nella ripartizione asimmetrica delle responsabilità, a cui si sommano le pressioni territoriali (i fermi e gli internamenti) e i respingimenti oltre frontiera o in mare aperto.

Sul piano della distribuzione interna, si è prospettata a gran voce la possibilità di un’ulteriore riforma del «Regolamento di Dublino», che stabilisce competenza e responsabilità nell’esame delle richieste di asilo in capo allo Stato membro di primo arrivo. Nella maggior parte dei casi, infatti, è quello lo Stato che ha svolto un ruolo maggiore rispetto all’ingresso del richiedente nel territorio dell’UE; in altre ipotesi, potrebbe essere il Paese che rilascia il visto o il permesso di soggiorno a un cittadino di uno stato terzo che vi si trattenga fino al loro scadere, per poi presentare la domanda di asilo.  Altri criteri di individuazione previsti sono l’ingresso legale in uno stato membro, la domanda presentata nella zona internazionale di transito di un aeroporto e l’unità del nucleo famigliare. Tuttavia, il primo criterio (l’ingresso e il soggiorno illegali in uno Stato dell’UE), come risulta dagli effetti applicativi del Regolamento in oggetto, è prevalente.

Da parte dei diretti interessati, a fronte di un’applicazione disomogenea del diritto europeo,  il c.d. «asylum shopping» consiste nel ricercare i sistemi di asilo e di accoglienza più vantaggiosi tra i vari Paesi, benché i richiedenti non siano formalmente titolari di questa scelta. La logica di raggiungere il Paese nel quale ci si vuole stabilire, per poi fare domanda di asilo è inficiata da un sistema che ha prodotto fenomeni come il diffuso sottrarsi alle procedure di registrazione, alle reti degli hotspot  identificativi,  e una mobilità sommersa  attraverso frontiere nazionali sempre più blindate.

In base al sistema di Dublino, assistiamo in questi anni a un elevato numero di ritorni forzati nei Paesi di ingresso (soprattutto Italia e Grecia, che subiscono così una pressione anomala) al fine di presentare la richiesta. Per Italia, solo nel 2016, il ‘rientro’ ha interessato 3129 persone. Tali pressioni determinano, allo stato attuale, una ripartizione sbilanciata delle responsabilità tra i singoli Stati.

In proposito, si era proposto in Commissione un meccanismo correttivo capace di determinare una nuova ripartizione delle richieste secondo ricchezza, dimensioni e capacità di assorbimento dei diversi Stati membri, perciò in un senso ben distinto dal criterio del luogo di primo ingresso. A questa opzione si è affiancata anche un’ipotesi di lungo termine consistente nel trattamento delle richieste, con la conseguente devoluzione di responsabilità, a livello europeo: un cambiamento che richiederebbe profonde modifiche strutturali.

In merito alle più recenti proposte di riforma, nell’esigenza di ripartire in maniera più ‘sostenibile’ le domande di asilo, la Commissione europea ha avanzato, nel maggio 2016, un documento esaminato e rivisto, in sede parlamentare, da Cecilia Wikström, eurodeputata del gruppo ALDE («Alleanza dei Democratici e Liberali per l’Europa»). Durante il lavoro di revisione sono stati presentati oltre 100 emendamenti. Da parte sua, Wikström ha lavorato per rendere più flessibile la nuova normativa, ad esempio cancellando il controllo di ammissibilità preventiva delle domande di asilo e reinserendo la clausola che permette a un qualsiasi Paese membro di esaminare una domanda anche fuori dai casi previsti dal Regolamento.

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