lunedì, Ottobre 18

Migranti, tensione al vertice. Ankara alza la posta

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Si è chiuso con una carneficina il tentativo di attacco jihadista avvenuto all’alba nella località di Ben Guerdane, nei pressi del confine tra Tunisia e Libia, dove un commando ha preso di mira diversi obbiettivi delle forze di sicurezza ed è stato respinto dall’esercito. Il bilancio delle vittime fornito dal Ministero della Difesa tunisino, ancora provvisorio, è di almeno 45 morti: gli attacchi, coordinati, erano diretti contro una caserma, un commissariato e un posto di controllo della Guardia Nazionale. Sul terreno sono rimasti 28 jihadisti, mentre altri sei sono stati feriti e catturati. Sono stati uccisi anche dieci membri delle forze di sicurezza, fra cui un soldato e sei poliziotti, e sette civili, fra i quali un bambino di 12 anni, mentre non vi sono notizie sul numero di feriti fra i militari o i civili. Le autorità tunisine hanno ordinato il coprifuoco notturno nella località, esteso anche alla circolazione dei veicoli, che entrerà in vigore dalle 19 (ora italiana). L’esercito, che pattuglia la zona, ha inoltre chiuso il valico di frontiera con la Libia di Ras Jedir e la strada principale che collega Ben Guerdane a Zarzis e al resto del Paese. Già mercoledì c’erano stati degli scontri nella zona. Almeno quattro militanti erano cittadini tunisini provenienti dalla Libia con l’intenzione di organizzare degli attentati, secondo quanto reso noto dal Ministero degli Interni tunisino.

Il numero totale di gruppi ribelli che hanno espresso il loro impegno alla cessazione delle ostilità, contro il regime in Siria, ha raggiunto quota 35. Lo ha reso noto il centro russo a Latakia per la riconciliazione delle parti in conflitto sul territorio della Siria. Secondo il ministero, continuano i colloqui con i leader di quattro gruppi armati operanti nelle province di Damasco, Hama e Dera’a, ma intanto la tregua regge. Le aquile di metallo russe, infatti, restano a terra in Siria, nel centro di contatto a Latakia, cabina di regia della tregua militare stabilita nel paese, da dove dal 27 febbraio non si effettuano più raid. Sempre nell’aerodromo di Khmeimim, nel nord ovest del paese, è entrata invece in attività la cabina di regia della tregua, frutto dell’ accordo tra Stati Uniti e Russia per la riconciliazione della Siria. «Lavoriamo in coordinamento con il centro gemello americano ad Amman in Giordania, anche per lo scambio delle informazioni. Ecco, ora ci mettiamo in contatto» ha spiegato il generale Sergey Kuralenko, il quale ha confermato anche che il cessate il fuoco tra le truppe del regime di Damasco e l’opposizione viene rispettato, anche se tra il 2 e il 3 marzo sono state registrate una quarantina di infrazioni. Dallo scattare della tregua in Siria, infatti, le forze aeree russe hanno condotto raid solo sui gruppi terroristici Isis e Jabhat al-Nusra nelle province di Raqqah e Deir ez-Zor, nonché vicino Tadmur (provincia di Homs). Intanto, oggi, i russi hanno consegnato oltre 620 tonnellate di carico umanitario nelle province siriane di Hama, Homs, Latakia, Daraa, Deir ez-Zor, Aleppo e Damasco.

Cresce pericolosamente la tensione anche nella penisola di Corea. Le forze armate sudcoreane e statunitensi hanno cominciato le più importanti manovre militare congiunte mai organizzate nella regione e contro le quali Pyongyang ha minacciato di rispondere con attacchi nucleari preventivi. Le esercitazioni, “Key Resolve” e “Foal Eagle”, vedono impegnati 15mila militari americani e 30mila sudcoreani, inquadrati in diverse brigate di combattimento, oltre a una portaerei e alcuni sottomarini a propulsione nucleare. Immediata la reazione a nord del 38esimo parallelo. Le autorità di Pyongyang hanno detto che queste esercitazioni organizzate dai nemici sono percepite come non celate manovre di guerra nucleare, volte a minare la sovranità della Corea del Nord. «In tal caso, la nostra risposta sarà quella di effettuare attacchi nucleari preventivi e offensivi» hanno ammonito le autorità della Corea del Nord in un comunicato. Già dopo il voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu relativo a nuove sanzioni contro Pyongyang, il leader nordcoreano Kim Jong-un aveva avvertito. «Dobbiamo essere pronti, in qualunque momento, a utilizzare il nostro arsenale nucleare».

In Spagna, almeno per ora, non si tornerà alle urne. Lo ha deciso oggi il re Felipe V che, nonostante la bocciatura venerdì al Congresso della candidatura a premier del socialista Pedro Sanchez. Gli equilibri politici di Madrid sono ancora tutti da costruire, ma un sondaggio ha rivelato che la metà degli elettori di Podemos, il partito post-indignado spagnolo di Pablo Iglesias, sarebbe favorevole ad un accordo con il Psoe di Pedro Sanchez. L’indagine è stata pubblicata su El Pais secondo cui il fallimento dell’investitura di Sanchez rappresenta una cattiva notizia per il 48% degli spagnoli, buona per il 36%, secondo il sondaggio di Metroscopia.  

Il democratico Bernie Sanders ha vinto i caucus in Maine. Il senatore del Vermont, con quasi tutti i voti contati, avrebbe raggiunto circa il 64 per cento, mentre l’ex segretario di Stato Hillary Clinton si sarebbe fermata al 36%. Alle primarie di ieri a Porto Rico, territorio non incorporato degli Stati Uniti, il repubblicano Marco Rubio ha ottenuto circa il 71%, battendo il magnate newyorkese Donald Trump, che invece non ha raggiunto nemmeno il 13%. Ted Cruz e John R. Kasich si sono fermati rispettivamente a circa l’8% e l’1%. Kasich incassa intanto il sostegno per la nomination repubblicana dell’ex governatore della California e star di Hollywood Arnold Schwarzenegger, che lo ha accompagnato ad una presentazione a Columbus, in Ohio.

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