mercoledì, Giugno 23

Migranti, sgomberi e respingimenti tra i gas lacrimogeni field_506ffbaa4a8d4

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Intanto oggi anche sul fronte francese c’è stata forte tensione poiché è iniziato lo sgombero della metà meridionale del campo profughi di Calais. Due ruspe e una ventina di operai, protetti da decine di agenti della polizia antisommossa, hanno cominciato a demolire decine di baracche. E nono sono mancati momenti di nervosismo. L’ordine di evacuare una parte di quella che è stata soprannominata ‘la giungla’ di Calais, dove vivono migliaia di immigrati che sperano di raggiungere la Gran Bretagna, è stato convalidato dalla giustizia francese. L’amministrazione locale aveva ordinato lo sgombero della zona sud della bidonville prima di martedì sera, pena l’uso delle forza. Nella baraccopoli allestita sulle dune sabbiose, in prossimità del porto francese di Calais, vivono in gran parte rifugiati da Siria, Afghanistan e Sudan. Secondo le autorità vi abitano almeno 3.700 persone, una situazione considerata ormai insostenibile.

 

Tra l’alba e le prime ore della mattinata del terzo giorno di tregua ci sarebbero stati scontri tra le forze di Damasco e fazioni armate nella regione di Guta Orientale, roccaforte dei ribelli moderati. In quella zona si sarebbero registrati anche bombardamenti di artiglieria pesante e lanci di razzi lealisti contro la popolazione di Arbin, che hanno causato un numero imprecisato di feriti. Ecco perché il ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha chiesto per questo pomeriggio alle 15 la convocazione di una riunione della task force Onu (17 Paesi del Gruppo di sostegno alla Siria) per valutare le violazioni del cessate il fuoco scattato sabato.

Tuttavia, per l’Osservatorio siriano per i diritti umani il numero di morti in Siria nelle aree fuori dal controllo dei jihadisti dello Stato islamico è diminuito nettamente con l’entrata in vigore del cessate-il-fuoco, anche se esclude l’Isis. «Almeno 20 civili, militari e ribelli sono morti sabato, giornata di entrata in vigore della tregua, e altri 20 sono stati uccisi domenica» riferisce l’Osservatorio, che compila ogni giorno, dall’inizio della guerra, il bilancio delle vittime. «A titolo di paragone, venerdì, vigilia delle tregua, sono morte 144 persone (70 soldati, 36 civili e 38 ribelli)» ha detto il direttore Rami Abdel Rahman. Il bilancio del weekend è anche nettamente inferiore alla media di febbraio, con 120 morti al giorno fuori dalle aree in mano all’Isis. I bilanci non comprendono i militanti uccisi del fronte al Nusra, ramo siriano di al Qaida, escluso con l’Isis dall’accordo russo-americano di cessazione delle ostilità.

Le alleanze locali del fronte al Nusra con altre formazioni ribelli complicano l’attuazione della tregua. «Dopo cinque anni di guerra e con la presenza di 97 gruppi armati sul territorio temevamo un inizio della tregua molto più difficile: invece le prime 48 ore sono state incoraggianti» ha detto a Repubblica l’inviato dell’Onu Staffan De Mistura. Stesso commento anche per Mosca Sulla. «Nessuno ha mai pensato che il processo di attuazione della tregua in Siria sarebbe stato facile» ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, sottolineando che è importante allo stesso tempo che l’accordo sia stato raggiunto e che siano stati fatti i passi principali in linea con tali accordi. «Il processo va avanti, era chiaro in anticipo che non sarebbe stato facile» ha ribadito. «I capi di Stato, i presidenti di Russia e Stati Uniti sin dall’inizio hanno sottolineato che la strada verso una tregua stabile non sarebbe stata facile e non può essere facile per definizione».

Gli occhi del mondo, dunque, sono puntati sulla Siria, tra chi spera che l’accordo perduri e chi invece, fomenta una escalation puntando a soluzioni alternative. Per il ministro degli Esteri saudita Adil al Jubeir un eventuale fallimento della tregua in Siria spingerà a compiere scelte diverse. Parlando ai media del Golfo, al Jubeir ha spiegato che il futuro della Siria non è legato a Bashar al Assad e alla sua permanenza al potere, bensì la scelta è tra una via di uscita pacifica e una militare. «Se la tregua non riesce e non possiamo portare gli aiuti umanitari allora troveremo altri modi» ha detto il capo della diplomazia saudita. «Se si chiarisce che non è possibile avere una tregua con il regime allora la scelta da prendere deve essere un’altra».

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