venerdì, Settembre 24

Migranti, sgomberi e respingimenti tra i gas lacrimogeni field_506ffbaa4a8d4

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Fame, stanchezza e disperazione tra i migranti che da giorni sono ammassati al confine sbarrato tra Grecia e Macedonia. Ma questa mattina un gruppo ha deciso di non farsi fermare ad un passo dalla salvezza e così, ha cercato di sfondare un tratto della barriera. Le forze dell’ordine hanno reagito immediatamente, hanno fatto un cordone di sicurezza con gli scudi antisommossa e hanno circoscritto il gruppo che gridava “aprite il confine”.

Gli agenti, per niente impietositi dalle lacrime dei bambini, hanno risposto con i gas lacrimogeni  e bombe assordanti e negli scontri sono rimaste ferite almeno 30 persone. Il gruppo di migranti è stato bloccato, ma al confine restano ancora tra Grecia e Macedonia restano circa 6.500 persone, alcune delle quali anche da otto giorni, con riserve molto limitate di acqua e cibo. Le autorità di Skopje, così come gli altri Paesi della rotta balcanica, hanno deciso che lasciano passare solo un numero molto limitato di migranti ogni giorno: 580 per la precisione, ma l’afflusso di migranti è troppo forte e non si placa. La decisione di far passe solo poche persone ha, in effetti, creato un vero e proprio che ha creato tappo in particolare al punto di frontiera, a Idomeni, dove si si trovavano oggi 7.000 disperati (22.000 in tutto il Paese, cifra che secondo Ateme può arrivare a 70.000 a fine marzo).

«Per il 40% sono donne e bambini» sottolinea Viki Markolefa, di Medici Senza Frontiere. La situazione alla frontiera, dunque, resta molto tesa, anche perché l’allarme per la situazione in quella striscia di terra tra i due Paesi. «La Grecia  non accetterà di diventare il Libano d’Europa e di trasformarsi in un magazzino di anime, anche se questo comporta un aumento di fondi» ha detto il ministro delle Politiche Migratorie di Atene, Ioannis Mouzalas. La questione dei migranti sta mettendo a dura prova i già fragili rapporti tra alcuni membri dell’Unione Europea e infatti anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto al quotidiano tedesco Handelsblat che l’Europa è sull’orlo del precipizio. «Mi auguro che non ci siano decisioni drastiche e irreversibili»  ha aggiunto.

«Nelle ultime settimane ci sono stati maggiori controlli alle frontiere, ma sono ancora compatibili con le regole di Schengen. Una chiusura vera e propria avrebbe conseguenze e porterebbe ad una reazione a catena in diversi Paesi dei Balcani occidentali. Comprendiamo le difficoltà di Paesi come l’Austria, ma la risposta deve essere europea, non unilaterale». Gentiloni ha quindi definito singolare il fatto che nei giorni scorsi si siano riuniti a Vienna una serie di Paesi per parlare dei problemi della Grecia, proprio in assenza della Grecia. «Naturalmente Atene deve fare il possibile per la registrazione dei migranti» ha sottolineato  «ma la situazione di quel Paese è la dimostrazione del fatto che le attuali regole europee dell’accordo di Dublino vanno aggiornate».

Secondo il capo della Farnesina, l’accordo di Dublino dovrebbe essere modificato affidando ai Paesi di primo approdo la responsabilità della registrazione, mentre tutto il resto, dalla sorveglianza delle frontiere esterne al contrasto dei trafficanti, dall’accoglienza dei rifugiati al rimpatrio di chi non ha diritto all’asilo alle regole stesse dell’asilo, deve essere condiviso a livello europeo. Anche Angela Merkel è intervenuta nel pomeriggio per sottolineare la gravità della situazione. «Credete davvero che tutti i Paesi dell’euro che lo scorso anno hanno combattuto fino alla fine per tenere la Grecia nell’eurozona» ha detto la Merkel «possano un anno dopo permettere che la Grecia sprofondi nel caos?»

La Macedonia, però, ha replicato la piccata alle parole della Germania «Non prendiamo lezioni da nessuno» ha detto il Ministro degli Interni Johanna Mikl-Leitner.  I toni, quindi, restano accesi, ma è necessario riprendere il dialogo in previsione del vertice Ue-Turchia del 7 marzo e del Consiglio europeo del 17 e 18 marzo, ultime chiamate per cercare di disinnescare la bomba a orologeria della crisi migratoria.

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