sabato, Ottobre 23

Migranti: quali conseguenze per Grecia ed Europa?

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Atene La maggior parte dei rifugiati e degli immigranti clandestini che si riversano in Europa in quantità enorme passa dalla Grecia, più precisamente dalle isole greche del Mar Egeo. La penisola ellenica è perciò ovviamente la prima a soffrire quest’invasione. Ciononostante, viene accusata da parte degli altri Paesi europei di non controllare efficientemente le proprie frontiere, che costituiscono anche le frontiere dell’Europa. In particolare la Grecia è accusata di non registrare tutti coloro che entrano nei propri confini e di rifiutare ogni aiuto dal Frontex per realizzare questo compito. In verità si tratta un gioco di accuse e un tentativo di alcune Nazioni europee di alleggerire le proprie responsabilità e scaricare il fardello sulle Nazioni di prima entrata, appellandosi pretestuosamente alle regole del Trattato di Schengen e alla direttiva europea sul diritto d’asilo.

L’amara verità è che tale direttiva è la stessa che pretende le frontiere aperte per non risultare prevenuti per quanto riguarda i rifugiati e accogliere le loro domande di asilo. La distinzione tra veri rifugiati e immigranti clandestini dovrebbe avvenire successivamente, attraverso procedure giuridiche e accurati esami caso per caso.

È facile comprendere che l’applicazione di tali procedure non è affatto semplice, quando i rifugiati e gli immigranti clandestini che vengono accolti vanno dalle migliaia alle decine di migliaia.

La questione critica è anche la distinzione tra rifugiati reali e immigranti clandestini. Tutte le Nazioni europee sono attrezzate a cooperare per l’accoglienza dei rifugiati, ma cosa succede agli altri immigranti clandestini, che rappresentano l’80% di questo movimento?

Secondo le regole del Trattato di Schengen, la separazione tra rifugiati e immigranti illegali dovrebbe avvenire nella Nazione di accoglienza. Ciò però scarica un fardello insostenibile sulle Nazioni di primo ingresso. Sembra scontato affermare che la cooperazione tra Grecia e Turchia aiuterebbe a gestire meglio questo problema, ma ci sono dei grandi punti di domanda. Abbiamo chiesto quindi al dottor Kostas Theologou, Professore Associato di Storia e Filosofia della Culture National Technical University of Athens School of Applied Mathematics and Physics Department of Humanities & Social Sciences, di raccontarci la sua opinione sull’aspetto principale di questo problema, con risultati veramente interessanti.

 

Prof. Theologou, Grecia ed Europa stanno affrontando un vero cataclisma di rifugiati e immigranti clandestini. Come spiega l’improvvisa crescita di questo fenomeno, iniziato negli anni ’90 e che ora sta assumendo proporzioni gigantesche?

La crescita dell’immigrazione è ben lungi dall’essere improvvisa: questo fenomeno è aumentato gradualmente diventando un problema sociopolitico per la Grecia a causa di immigranti, spesso irregolari, provenienti principalmente dai Balcani (Albania) e dai Paesi dell’est europeo (Polonia, Romania, Bulgaria, etc). Le enormi proporzioni attuali sono dovute a massicci flussi migratori da vari Paesi africani, dell’estremo oriente (Sri Lanka, India, Cina) e del medio oriente (Iraq, Pakistan, Siria, Libano). Questi movimenti sono fuori controllo a causa del fatto che i confini greci non possono essere sorvegliati facilmente dalla polizia, dai militari o dalla guardia costiera. Solo la lunghezza totale del confine di terra della Grecia è di 1.100 km; il confine tra Grecia e Turchia è di 192,5 km, dei quali 12,5 sono confini di terra mentre i restanti 180 sono segnati dal fiume Evros; il confine Greco-Albanese è di 212 km, il confine Greco-Bulgaro è di 472 km e il confine tra Grecia la repubblica ex jugoslava della Macedonia è di 234 km. Si può anche facilmente immaginare il vasto spazio di acque del sud (a sud di Creta), a ovest (delle isole Ioniche) e a est (la costa orientale tra le isole greche nell’Egeo e la Turchia). In poche parole è facile penetrare, e la questione dei migranti dovrebbe essere analizzata come una fondamentale priorità Pan-Europea.

Povertà, guerre e difficili condizioni di vita esistevano già prima dei ’90, ma non avevamo questo tipo di problema migratorio. Lei crede che sia dovuto a ciò che viene chiamata globalizzazione?

Questo fenomeno è collegato prima di tutto alla caduta del muro di Berlino (9/11/1989), al collasso dei regimi socialisti nell’Europa dell’Est e negli ex Stati comunisti in Asia e Russia, quando la gente ha iniziato a fuggire verso le liberali condizioni di vita dell’Occidente. Di conseguenza, i migranti erano principalmente europei che si muovevano verso diverse condizioni di vita politiche, finanziarie e culturali. Non mi azzarderei a collegare questo fenomeno con le procedure di globalizzazione, ma piuttosto con le condizioni di accumulazione flessibile dell’economia e del mondo del lavoro, che sicuramente hanno promosso la globalizzazione in una fase successiva.

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