venerdì, Ottobre 22

Migranti, per Juncker mancano l'unione e l'Europa 300 persone in marcia da Copenaghen. Ancora tensione in Turchia

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Ancora tensione in Turchia, dove la quiete sembra persa definitivamente. Dopo gli assalti compiuti ieri a Istanbul da diversi gruppi ultranazionalisti contro obiettivi curdi e di opposizione al presidente Recep Tayyip Erdogan, la polizia stamattina ha fermato 93 persone accusare di aver partecipato alle violenze. Lo ha riferito un comunicato dell’ufficio del governatore di Istanbul secondo cui i fermati sono accusati di aver danneggiato diverse proprietà. Gli attacchi hanno preso di mira soprattutto sedi del partito filo-curdo Hdp e, per la seconda volta in 48 ore, la redazione del quotidiano laico di opposizione Hurriyet. Nella capitale Ankara un altro gruppo ha dato fuoco al quartier generale dell’Hdp, in cui erano contenuti documenti preparatori per le elezioni anticipate del primo novembre. L’ufficio del governatore di Istanbul invita anche la popolazione ad agire con buon senso e non cedere alle provocazioni. Intanto continuano le violenze anche nel sud-est del Paese e nel nord dell’Iraq, dove si sono registrati una sessantina di morti, tra poliziotti turchi morti e miliziani curdi. Il presidente Erdogan ha detto di non voler abbandonare il paese ai terroristi e ha dato ordine di continuare i bombardamenti alle basi del PKK in Iraq. E secondo quanto riportato da Anadolu, oltre 50 caccia turchi – 35 jet F-16 e 18 F-4 – hanno colpito le postazioni del Pkk centrando 20 obiettivi. L’attenzione del Paese non concentrata solo sul terrorismo, ma anche sulle frodi economiche. Questa mattina, infatti, la polizia turca ha effettuato un blitz presso la sede della societa’ Koza Ipek, attiva soprattutto nell’ambito dell’informazione. La notizia è stata riportata da Bugun, quotidiano appartenente allo stesso gruppo Koza, che parla di un’accurata ispezione degli uffici, la seconda operazione di polizia in pochi giorni nei confronti del gruppo, con la differenza che questa volta l’ispezione si è allargata alla Koza Altin, branch che si occupa di estrazioni minerarie, sulla quale pendono sospetti di evasione fiscale. Lo scorso primo settembre il primo blitz aveva avuto luogo ad Ankara e, in contemporanea in altre sedi minori del gruppo. Nell’occasione furono emessi 6 ordini di custodia cautelare, di cui uno diretto all’amministratore delegato Akin Ipek, inapplicabile per la assenza dello stesso dal Paese. Tutti gli altri manager arrestati sono stati poi rilasciati nell’arco delle 24 ore successive. In quell’occasione il blitz fu diretto al quartier generale di Ipek Media ad Ankara per poi essere esteso alla sede centrale dell’Università appartenente allo stesso gruppo. Le operazioni, condotte dalla sezione crimini finanziari e societari del ministero delle Finanze (MASAK), portarono al sequestro di computer e documenti

I media pakistani sono sul chi va là dopo l’ennesima uccisione di uno giornalista, ammazzato a Karachi, poche ore dopo che un altro operatore dell’informazione è stato freddato nella stessa città. L’ultima vittima è il 42enne Aftab Alam, volto noto dell’emittente Geo Tv. Uomini armati a bordo di una motocicletta gli hanno sparato alla testa fuori dalla sua abitazione, mentre saliva in auto. Ieri sera, uomini armati a bordo di una motocicletta hanno aperto il fuoco contro un furgone, sempre di Geo Tv, uccidendo un tecnico e ferendone un altro, sempre a Karachi. La vittima è stata raggiunta da sette pallottole che hanno provocato la morte immediata. Il secondo tecnico colpito è ricoverato in ospedale ed è in condizioni stabili. Per ora non ci sono rivendicazioni, ma secondo Azhar Abbas, amministratore delegato di Geo Tv, gli attacchi sono un tentativo di intimidire i media pakistani, che sostengono le recenti operazioni delle forze di sicurezza contro i militanti. Negli ultimi anni, il numero di giornalisti pakistani presi di mira in attentati è aumentato in modo preoccupante. Solo nel 2014 sono stati uccisi 14 operatori dell’informazione, secondo la Federazione internazionale dei giornalisti, che considera il Pakistan il paese più pericoloso al mondo per i media. Dal 1992, oltre 50 operatori del settore sono stati uccisi nel paese. Tra loro Syed Saleem Shahzad, corrispondente di Aki-Adnkronos International, trovato morto in un canale a maggio 2011, nel nord-est del Pakistan. «Criminali e gangster hanno scatenato un regno del terrore contro i giornalisti, ma il governo ha miseramente fallito nel tentativo di proteggerci» ha commentato Idrees Bhaktiar, presidente dell’Unione federale dei giornalisti pakistani, all’agenzia turca Anadolu. «Il governo rilascia dichiarazioni generiche di vicinanza alle famiglie delle vittime, promettendo di fare giustizia» ha aggiunto, «ma in pratica non fa nulla». Nel Paese si respira un’aria tesa, soprattutto nella zona al confine con l’India dove nelle ultime settimane si sono registrati degli scontri tra le truppe dei due Paesi. Non è una novità che India e Pakistan riaccendano periodicamente le loro rivalità. Dal 2003, anno in cui fu concordato il cessate il fuoco, continuano le accuse di violazione degli accordi e di sconfinamenti.

Ancora un colpo di scena nella guerra russo-ucraina. Questa volta le tensioni non sono provocati da bombardamenti e assalti, ma da una dichiarazione di Mosca che accusa il premier ucraino Arseni Yatsenyuk di aver combattuto al fianco dei separatisti ceceni tra il 1994 ed il 1995. La dichiarazione è già stata liquidata con una reazione di scherno da Kiev, eppure, secondo gli inquirenti Yatsenyuk ha partecipato ad almeno due scontri armati avvenuti il 31 dicembre del 1994 sulla piazza Minoutka a Grozny (capitale della Cecenia ndr) e a febbraio del 1995 nei pressi dell’ospedale numero 9. Lo ha rivelato in un’intervista alla Rossiiskaya Gazeta, Alexandr Bastrykin, capo della Commissione investigativa russa . Da quanto dichiarato da Bastrykin, il premier ucraino avrebbe anche partecipato ad atti di tortura e ad esecuzioni di soldati dell’Esercito russo avvenuti a Grozny il 7 gennaio del 1995, mentre infuriava la prima guerra di Cecenia. La Commissione, principale autorità investigativa federale, sostiene inoltre che Yatsenuyk era inquadrato nei battaglioni Argo e Viking e che avrebbe lasciato la
Cecenia nei primi mesi del 1995, tornando in Ucraina attraverso la Georgia. «Esortiamo il regime russo a sottoporsi ad una valutazione psichiatrica» ha commentato la portavoce del governo di Kiev, Olga Lappo, mentre su Facebook il ministro degli Interni Arsan Avakov ha scritto: «Alla clinica del ministero ci sono molti bravi dottori, vi cureranno, i paranoici sono la nostra specialità». Secondo la sua biografia ufficiale, dalla quale non risulta se abbia fatto o meno il servizio militare, il premier ucraino, nel periodo a cui si riferiscono gli investigatori russi, studiava giurisprudenza nella città dell’Ucraina occidentale di Chernivtsi, vicino al confine con la Romania.

C’è un cambio all’orizzonte sul trono dell’Arabia Saudita, o almeno è questo quello che pensano alcuni analisti del Paese che hanno notato una certa intraprendenza del rampollo Mohammed bin Salman. A scatenare le voci su un possibile sorpasso del figlio del 79enne re Salman sull’erede designato, il principe Mohammed bin Nayef (56 anni ndr), è stata la recente visita del monarca a Washington con al fianco proprio MBS, come è chiamato Mohammed bin Salman negli Usa, che, anche se giovanissimo è già ministro della Difesa. Il trentenne si è fatto notare soprattutto nelle discussioni sulla crisi yemenita e in generale sui dibattiti di politica estera. Il giovane Salman, infatti, gode di buoni rapporti con gli Usa e secondo molti sarebbe addirittura il referente saudita dell’America nella lotta contro il terrorismo e al-Qaeda. «Guardiamo in faccia la realtà» ha affermato un funzionario saudita, «Mohammed bin Salman è il figlio del re. C’è una forte possibilità che sarà il prossimo monarca. Più a lungo Salman sopravviverà, maggiori saranno le possibilità che MBS sia il suo successore». Il funzionario, che ha preferito mantenere l’anonimato, ha quindi esortato gli Stati Uniti ad emulare alcuni paesi del Golfo ed europei che guardano a Mohammed bin Salman come al futuro re. Di recente re Salman e suo figlio si sono resi protagonisti di alcune iniziative diplomatiche aggressive. Hanno aperto un ampio dialogo con la Russia, inviando una folta delegazione al San Pietroburgo International Economic Forum nel mese di giugno. Ma la mossa più intrigante di Mohammed bin Salman sulla crisi siriana è stata incontrare a Riad a fine luglio Ali Mamlouk, consigliere speciale per l’intelligence del presidente siriano Bashar al-Assad. In quella riunione, svolta a quanto pare con la mediazione della Russia, il giovane ministro della Difesa saudita ha “ventilato l’idea che Assad possa rimanere al potere se l’Iran uscisse di scena”, stando a quanto riferito da un funzionario dell’amministrazione. Qualsiasi offerta che consenta la sopravvivenza di Assad al potere segnerebbe un brusco cambiamento nella politica estera di Riad e un segno del prezzo che sarebbe disposta a pagare per ridurre l’influenza iraniana a Damasco.

 

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