mercoledì, Dicembre 1

Migranti, l'Ue deve muoversi compatta Libia, autobomba contro uffici Eni a Mellitah. L'Isis rivendica

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Il problema della migrazione è certamente fomentato dalla crisi in Medio Oriente. Un’autobomba è esplosa a Tripoli nei pressi della sede di Mellitah Oil & Gas, società partecipata dall’italiana Eni e dalla libica National Oil Corp. Lo riporta il sito Middle East Eye, il quale sostiene che proprio la sede della compagnia era l’obiettivo dell’attentato, avvenuto in una zona in cui si trovano anche le ambasciate dell’Algeria e dell’Arabia Saudita. L’esplosione ha causato danni al primo piano dell’edificio, sempre secondo quanto hanno reso noto testimoni, ma nessuna vittima. «Non ci sono stati ne’ feriti ne’ danni rilevanti agli uffici» ha riferito un portavoce di Eni. Poco dopo è l’Isis a rivendicare l’attentato. «I soldati dello Stato islamico sono stati in grado di colpire una delle tane dei rinnegati a Tripoli» hanno scritto su un profilo Twitter.

Intanto, il Califfato continua la sua politica di terrore in Medio Oriente. I jihadisti hanno diffuso un nuovo video in cui bruciano vivi quattro uomini delle milizie sciite ‘Al Hasd al Shabi’, che li combattono in Iraq. Nel filmato, tecnicamente perfetto nella sua efferatezza, gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi dicono di averli giustiziati per vendicare quattro suoi uomini uccisi dalle forze filo-governative. La notizia non è stata confermata, mentre ci sono riscontri alla notizia che i miliziani hanno arrestato nelle ultime ore circa 200 civili, appartenenti allo stesso clan tribale, nell’Iraq occidentale dopo che si era svolta sabato scorso un’inedita manifestazione popolare contro l’autorità jihadista nella regione di Anbar. A parlarne è stata la tv panaraba ‘al Arabiya’ che ha spiegato che i prigionieri sono manifestanti che tra sabato e domenica erano scesi in strada a Rutba, principale città verso il confine con la Giordania. I manifestanti avevano protestato sabati per l’uccisione da parte dei jihadisti di un membro del clan dei Qubaysi. Le cause della sua uccisione sono da ricercare, secondo i media locali e panarabi, in un annoso conflitto tra clan rivali della zona. L’Isis non sembra volersi fermare di fronte a nulla distruggendo tutto ciò che trova sul suo passaggio. A Palmira, dopo aver distrutto nei giorni scorsi il tempio di Baal Shamin, i terroristi se la sono presa anche con il piccolo tempio di Bel, simbolo del sito archeologico dove sono state fatte esplodere delle bombe. Nonostante la furia distruttiva, però, Mamoun Abdelkarim, capo dell’autorità che sovrintende ai beni archeologici in Siria ha annunciato che è ancora in piedi. Per Abdelkarim la struttura di base e le colonne hanno retto e c’è speranza che non tornino a raderlo al suolo.

Anche in Libia l’Isis continua la sua ascesa e oggi, a Sirte, gli uomini del califfato avrebbero fatto una vera e propria parata militare. Lo hanno annunciato gli abitanti della città costiera libica ad un sito di informazione locale, parlando di una trentina di camionette che hanno sfilato per le strade con a bordo i jihadisti vestiti di nero che imbracciavano armi pesanti. Secondo alcune fonti locali hanno poi riferito che ieri l’Isis si è riunito in una sorta di convention all’interno di una sala per conferenze per celebrare la sua potenza e per sottolineare l’incapacità della coalizione araba a creare una forza che li contrasti. Ma la novità è che l’Isis potrebbe unirsi con i combattenti di Boko Haram. «Duecento combattenti nigeriani sono giunti a Sirte per sostenere l’Isis» hanno annunciato diverse fonti libiche secondo le quali i jihadisti nigeriani sono giunti in Libia passando dai Paesi confinanti, come il Niger. La notizia dell’arrivo dei fondamentalisti nigeriani in Libia era già trapelata nei giorni scorsi dopo che alcuni esperti a vari siti di informazione africana avevano stimato tra gli 80 e i 200 combattenti Boko Haram pronti ad unirsi ai tagliagole dello Stato Islamico a Sirte. «L’apertura delle rotte migratorie dalla Nigeria attraverso il Niger orientale fino alla Libia ha, infatti, reso il viaggio abbastanza semplice, e lo Stato islamico può facilmente permettersi di pagare i contrabbandieri per portare militanti e armi lungo questa strada» ha spiegato giorni fa Jacob Zenn, esperto nigeriano ad un quotidiano britannico.

«È la più importante scoperta mai effettuata in Egitto dal 1967». Parola dell’economista Ahmed Abul Wafa, giornalista economico dell’agenzia di stampa Mena che ha commentato così la scoperta del più grande giacimento di gas del Mediterraeno. «Questo permetterà la riapertura di molte imprese in Egitto che negli anni passati si sono trovate a chiudere i battenti» ha sottolineato l’esperto, aggiungendo che tutto ciò ridarà fiato alla nostra industria. L’Egitto, dunque, sarà in grado di cessare le importazioni di gas dall’estero almeno per i prossimi 10 anni. «E tutto ciò avrà enormi ricadute in termini economici, in quanto i guadagni ricavati dallo sfruttamento del gas potranno essere dirottati per sviluppare le regioni povere dell’Alto Egitto». In questo modo, secondo tutti gli eonomisti, il Paese sarà anche in grado di risanare il debito nei confronti delle compagnie straniere e ridare fiducia al governo di Al-Sisi. Proprio lui diventa improvvisamente ancora più importante per l’Europa, non solo per l’asse antiterrorismo, ma anche per le questioni economiche ne possono derivare da questa scoperta. Khaled Abu Bakr, presidente di una compagnia di energia araba al giornale online el Watan ha aggiunto che il nuovo giacimento di gas cambierà completamente gli assetti geopolitici dell’Egitto, favorendo i bisogni del suo mercato ed attirando investimenti considerevoli.

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