giovedì, Maggio 13

Migranti: l'Europa dei muri e dell'accoglienza

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Ungheria e Germania non hanno una frontiera comune ma il caso ha voluto che in un quarto di secolo si siano trovate già due volte agli estremi di un percorso migratorio. Nell’estate del 1989 Budapest aiutò inaspettatamente a risolvere la questione tedesca lasciando che decine di migliaia di cittadini della DDR, ‘in vacanza’ in Ungheria, si incamminassero con mezzi di fortuna e talora perfino a piedi verso la Germania occidentale, passando irregolarmente il confine con l’Austria. Gli ungheresi smisero di controllare i visti in uscita e l’esodo da est a ovest si svolse per settimane pressoché indisturbato. Erano altri tempi, molte cose sono cambiate da allora, ma non è cambiato l’elemento più importante del quadro: la Germania accoglie con entusiasmo i nuovi venuti.
Nel 1989 questo era abbastanza comprensibile, benché fosse tutt’altro che scontato. Certo, arrivavano tedeschi e si cominciava a vedere sullo sfondo la riunificazione di un popolo che era stato diviso con la forza, ma sorprese ugualmente l’illimitata disponibilità con cui i tedeschi dell’ovest si assunsero il rischio di condividere la loro fiorente economia con quella disastrata dell’est. All’estero non pochi si attendevano un collasso quando a Berlino fu presa la decisione tutta politica di cambiare uno a uno il marco orientale, riconoscendo alle famiglie dell’est una ricchezza che erano lontane dal possedere. Eppure la cosa funzionò egregiamente. Si può dire che la Germania (ovest) assorbì sei milioni di persone che le chiedevano ospitalità senza grandi traumi sociali e senza abbassare il suo tenore di vita, che in poco tempo, anzi, tornò a crescere. In conclusione si vide che i tedeschi avevano avuto ragione.
Che abbiano ragione anche oggi? Anche oggi sorprendono per l’entusiasmo che mettono nell’accogliere i molti profughi dall’Asia e dall’Africa. La società tedesca intera pare affascinata dall’idea di impegnarsi in un compito forse non facile ma che le permette intanto di dimostrare tutte le qualità che pensa di avere: determinazione, efficienza, coerenza nel tempo. Esiste sì una piccola, fisiologica minoranza di tedeschi perplessa di fronte all’immigrazione, ma anche nel 1989 c’era qualcuno che riteneva meglio conservare la DDR e quel qualcuno, pur libero di esprimersi, non venne neppure preso in considerazione. C’era altro da fare che parlare con chi sosteneva una causa chiusa.
Regna oggi in Germania una perfetta unità di intenti fra rappresentanti politici, mass media e popolazione per integrare coloro che sono appena arrivati e che arriveranno nel prossimo futuro dai continenti vicini. Il democristiano Ministro degli Interni rende noto che «dovremo cambiare parecchie cose: scuola, polizia, edilizia pubblica, tribunali, servizio sanitario, insomma tutto. Penso anche a un cambio della costituzione e tutto ciò deve essere fatto rapidamente, entro poche settimane. E ai profughi bisognerà dare lavoro anche se non sanno il tedesco. E’ un compito maledettamente duro, ma riusciremo». Che si può obiettare a un entusiasmo simile? In Germania si obietta che si deve fare di più. Un cambio della Costituzione è cosa lunga, mentre una nuova legge sull’immigrazione si può far subito, una legge che permetta «di spianare la via della Germania anche a chi lascia il proprio Paese per motivi economici e non potrebbe oggi ricevere asilo. Il diritto all’asilo non è la procedura giusta», sostiene ad esempio il capogruppo socialdemocratico al Bundestag. Ma anche attendere una nuova legge sembra quasi un freno eccessivo: per i Verdi, i profughi attualmente in Germania dovrebbero ottenere subito la cittadinanza. Anche i mass media più influenti sono su questa linea. E’ facilissimo essere bollati di xenofobia o di radicalismo di destra se si fanno dichiarazioni in favore di una restrizione del flusso migratorio. Un mese fa il Governo bavarese, ad esempio, aveva manifestato qualche disagio su questa questione, ma già ora non si azzarderebbe più a sollevare obiezioni. In compenso, televisioni e stampa presentano in maniera quasi agiografica quei semplici cittadini (e sono molti) che spontaneamente fanno qualcosa. Ecco come viene descritto da un giornale conservatore l’arrivo dell’ennesimo treno di profughi a Monaco proveniente da Budapest: «Un giovane scende, ha l’aspetto stanco, si guarda intorno un po’ incerto e si rivolge a un poliziotto: ‘Arriva subito da mangiare e da bere’ dice il poliziotto.. e poi dice una frase che risolleva lo spirito dei siriani intorno a lui ‘Qui non siete prigionieri, siete benvenuti’. Una donna col velo tiene il figlioletto appena nato in braccio. Non parla inglese. Un interprete traduce ‘Qui fuori dalla stazione c’è un’ambulanza e un medico’. La donna si calma. Intanto alcuni cittadini portano dolci, torte mele e anche pannolini e cibo per neonati. Un portavoce della polizia dice soddisfatto: ‘Tutti danno una mano e nonostante la molta gente, non c’è il minimo disordine’». Questo è il tono della stampa ed è lo stesso che si ritrova nel mass media televisivo, più efficace nel convogliare sentimenti. Lì, oltre le parole, si mette sul piatto anche il linguaggio del corpo. Lì ci sono ancora meno dubbi su chi siano i buoni e i cattivi.
Perché i cattivi ci sono, purtroppo. Sono quelli che sul punto dell’immigrazione hanno un’idea diversa, cioè egoista, e in Germania quasi non ce n’è ma in Europa sì. E’ naturale che i cittadini di Monaco lodati da stampa e televisione per i dolci portati in stazione si sentano ancora migliori pensando a quel che succede invece alla stazione di Budapest. O ascoltando il Primo Ministro inglese David Cameron che annuncia «più poliziotti, più cani, più mezzi» per fermare gli immigrati che vogliono entrare in Gran Bretagna; o guardando un’inchiesta televisiva che riporta le opinioni di alcuni sindaci veneti in tema di immigrazione.
Potrà essere vero quanto da alcuni si sostiene e cioè che essendo la Germania l’unico Paese in crescita economica, essa abbia urgente bisogno di mano d’opera. Può darsi che trovandosi a crescita demografica zero, fare entrare nel suo sistema futuri contribuenti sia un calcolo economico corretto. Ma la mobilitazione in atto in Germania non pare priva di idealità. In questa fase almeno sembra di vedere una nazione che ha trovato, quasi senza attenderselo e quasi pensando che non fosse più possibile, una causa in cui crede compattamente e che, proprio perché è difficile, le permette di migliorarsi cercando di realizzarla. E in ciò non manca neppure la prospettiva europea. Quando a fine Ottocento la Germania assurse a grande potenza mondiale e i tedeschi presero sempre maggiore coscienza di sé, cominciò a circolare un detto solo a metà scherzoso: am deutschen Wesen soll die Welt genesen ovvero: il genio tedesco guarirà il mondo – cominciando dall’Europa.
Che abbiano di nuovo ragione, come nel 1989?
Fino ad ora, nella questione immigrazione, la ragione è stata dalla parte del più cattivo di tutti, vale a dire del Primo Ministro ungherese Viktor Orban. Ancora in gennaio aveva previsto l’arrivo di centinaia di migliaia di immigrati e i mass media lo accusarono di voler solo fare allarmismo e solleticare le paure del suo elettorato. A marzo, mentre tutti guardavano ai barconi del Mediterraneo, provò a chiamare l’attenzione sulla via dei Balcani, che era la più ovvia per i profughi irakeni e siriani, e non trovando ascolto né finanziamenti europei per prepararsi all’urto che oggi è in atto, decise di erigere autonomamente una recinzione di filo spinato. Adesso chiede alla Germania che non si concentri sugli 800.000 immigrati previsti per il 2015 e che può certamente integrare, magari a suo vantaggio, ma agli 800.000 dell’anno prossimo e poi di quello successivo, che finirebbero col pesare anche su economie e società europee meno solide di quella tedesca.

 

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