sabato, Ottobre 23

Migranti, Kuneva: 'basta con rimpallarsi le colpe' Paradosso bulgaro: fuori da Schengen, ma cruciale per le frontiere esterne

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Hotspot, quote, muri e black list. Ma anche cooperazione e incentivi verso l’integrazione. L’Europa non riesce ancora a sciogliere tutti i nodi della trattativa sulla crisi umanitaria dei profughi. Di più, Bruxelles ha deciso addirittura di fare una ramanzina a Italia, Grecia e Croazia, ossia i tre Paesi che -a detta della Commissione- risultano morosi nell’attuazione del regolamento Eurodac per la raccolta d’impronte degli arrivati. Ma se da un lato si crocifiggono i Paesi membri, dall’altro, in particolar modo nelle ultime settimane, l’Unione ha mostrato una quanto mai inaspettata apertura verso i Paesi candidati. Contraddizioni o precise volontà?

Stando a un documento ufficiale fatto trapelare solo qualche giorno fa dal gruppo Statewatch di Londra, sembrerebbe che l’Unione Europea stia addirittura esaminando una proposta per imporre le frontiere interne nello spazio Schengen per un massimo di due anni. Abbiamo chiesto un parere a Meglena Kuneva, già capo negoziatore per l’adesione di Sofia all’UE, Commissario europeo per la tutela del consumatori, e oggi vice premier  della Bulgaria con delega agli affari europei.

Finora, sostiene Kuneva, è capitato che “diversi Stati membri abbiano ripristinato il controllo alle frontiere interne fino a una durata di sei mesi”. Ma queste “sono le regole di Schengen”. Una proposta per un massimo di due anni, invece, “non è affatto concreta”. Tuttavia, fa notare Kuneva, se da un lato Schengen significa molto per l’unità politica della UE, dall’altro “è il momento di porre fine a un’Europa a due velocità in termini di gestione delle frontiere”. È il punto di vista di un leader politico appartenente a un Paese membro, ma soprattutto una frontiera esterna dell’Unione: “penso che dovremmo concentrarci su tutte le possibili misure per rafforzare il normale funzionamento dello spazio Schengen, in particolare rafforzando il controllo delle frontiere esterne dell’Unione”. Misure, precisa il vice premier, che “dovrebbero includere tutti i paesi dell’UE, non solo quelli della zona Schengen”.

L’ex commissario osserva che di fronte all’insicurezza e alla paura dei cittadini è chiaro che la reazione più semplice è quella di chiudersi e serrare le frontiere. Ma a che prezzo? Per decenni abbiamo incalzato il processo di integrazione. Schengen non è un qualcosa di astratto: è stato pensato per favorire l’integrazione, e allo stesso tempo per aumentare il commercio e il turismo”, sottolinea la vice premier.

Schengen vuol dire sicurezza e prosperità al tempo stesso”. Ecco perché, “è doveroso superare gli ostacoli, pena il rischio che il collante politico dell’Unione risulti ulteriormente indebolito”.  Resta certamente un dato di fatto l’attuale situazione di flusso migratorio incontrollato, in cui diversi Paesi membri non seguono le procedure o molti migranti non vengono sottoposti a procedure di registrazione. È per questo che “dobbiamo rafforzare la nostra cooperazione”, afferma Kuneva. “Basta rimpallarsi le colpe” sulle cause che hanno determinato la crisi o la congestione degli ingressi. “Si passi al rafforzamento concreto delle frontiere, in particolar modo quelle dell’area sud-est”.

Migrazione e sicurezza saranno nuovamente all’ordine del giorno del prossimo Consiglio UE, laddove -è l’auspicio di Kuneva- “questa volta ci sarà bisogno di conclusioni chiare. Servono responsabilità e scadenze ben precise e indiscutibili”. Il Consiglio ha recentemente discusso sulle lacune relative all’attuazione delle misure concordate qualche mese fa, motivo per il quale Kuneva si dice certa che “questa volta ci si concentrerà maggiormente sulle azioni più a lungo termine e sulle possibili soluzioni per reggere il processo decisionale: servono risultati sulla protezione delle frontiere esterne, sulla cooperazione con i Paesi di origine e di transito, sull’integrità di Schengen messa a serio rischio”.

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