venerdì, Ottobre 22

Migranti, Italia rischia sanzioni per impronte non prese field_506ffb1d3dbe2

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Tunisia – Nuove minacce di attentati terroristici sono annunciate in un video diffuso in rete da parte dello Stato Islamico. Nel video cinque uomini tunisini travisati, appartenenti ad un gruppo affiliato all’Isis denominato (wilayat) Al Barakah, rivendica l’attentato al bus delle guardie presidenziali del 24 novembre scorso e rivolge nuove minacce allo Stato tunisino, paventando attacchi al palazzo del governo della Kasbah e le carceri d’El Mornaguia e d’Erroumi al fine di liberare i detenuti. Chi governa democraticamente il paese viene definito «Taghout» (tiranno) mentre scorrono le immagini dell’attuale presidente della Repubblica, Bèji Caid Essebsi e del suo predecessore Moncef Marzouki. Alla fine del video è possibile vedere l’esecuzione per mezzo di un colpo di pistola alla testa, di un militare iracheno, catturato, indossante la tuta arancione tipica dei prigionieri di Guantanamo.

Tuttavia nel Paese «si rischia di tornare ai metodi dell’ex regime» del presidente Zine el Abidine Benali e di «usare la guerra al terrorismo come scusa per colpire e violare i diritti umani». È questo l’avvertimento lanciato da Abdessattar Ben Moussa, presidente della Lega per i diritti umani in Tunisia, che giovedì riceverà il premio Nobel per la pace 2015 assieme ai rappresentanti di altre tre organizzazioni tunisine. Un premio «meritato», dichiara Ben Moussa in un’intervista ad Aki-Adnkronos International, sottolineando «gli sforzi prodigati dalla Lega per i diritti umani» e dagli altri vincitori che «hanno svolto il loro ruolo nel miglior modo possibile». Un premio che è anche una responsabilità a «proseguire la lotta per garantire a tutti i diritti e le libertà», aggiunge l’avvocato e attivista. Anche perché il lavoro da fare è ancora molto, alla luce della «ricomparsa di violazioni ai diritti e alle libertà sotto forma di torture, aggressioni ai giornalisti», spiega Ben Moussa, mettendo in evidenza come «dopo ogni operazione terroristica in Tunisia si levano voci che inneggiano a quanto dichiarato in passato dal premier britannico David Cameron», quando in un’intervista alla Bbc ha paventato l’uscita della Gran Bretagna dalla Convenzione europea sui diritti umani in nome della lotta a ‘criminali e terroristi’.

Afghanistan – Almeno nove persone, tra militari e civili, sono morte nell’attacco dei Talebani contro l’aeroporto internazionale di Kandahar, nel sud del Paese. Lo riferisce la tv afghana Tolo. L’agenzia di stampa afghana Pajhwok riporta notizie non confermate secondo cui nell’attacco sarebbero rimaste ferite almeno altre 20 persone, donne e bambini compresi. La stessa Pajhwok dà notizia dell’uccisione di almeno «nove Talebani» nella battaglia con le forze di sicurezza innescata dall’attacco di ieri sera, subito rivendicato dal movimento fondato dal mullah Omar. L’attacco è iniziato quando un gruppo di insorti ha aperto il fuoco contro il personale della sicurezza davanti a uno degli ingressi dell’aeroporto e ha raggiunto l’edificio che ospita lo Shaheed Padshah School and Teachers Training Center. Da qui il commando ha iniziato a sparare contro un compound dell’esercito e della polizia afghani. Nelle vicinanze del compound si trova un terminal dell’aeroporto dove – come riferivano ieri sera i media afghani – erano da poco atterrati voli provenienti da Kabul e dall’India. L’attacco è avvenuto proprio in giorno in cui i rappresentanti di Afghanistan, Unione Europea e Usa si sono incontrati a Islamabad per discussioni sulla preparazione della conferenza globale sull’Afghanistan organizzata dal Consiglio europeo il prossimo anno a Bruxelles. Il ministro degli Esteri afghano Salahuddin Rabbani, il vice segretario di Stato americano Antony J. Blinken e il vice segretario generale degli affari esteri della Ue Helga Schmid hanno presieduto la riunione che si è tenuta a margine della conferenza «The Heart of Asia». Kabul e Washington hanno detto che lavoreranno insieme alla Ue per mettere a punto il vertice previsto dal 4 al 5 ottobre e anche la conferenza dei donatori di Varsavia. A questo proposito, le tre parti hanno ribadito l’appoggio a Kabul perché prosegua nel processo di riforme che è cruciale per convincere i donatori a estendere l’assistenza per la sicurezza e lo sviluppo del Paese.

Burundi – Le risposte date dal governo burundese all’Unione europea in materia di diritti fondamentali «non permettono di rimediare globalmente alle mancanze degli elementi essenziali del partenariato» tra le due istituzioni. A scriverlo, all’indomani dei colloqui avvenuti a Bruxelles, è la stessa Unione Europea in un comunicato. «Misure appropriate saranno proposte alle istanze decisionali dell’Unione europea», si legge tra l’altro nel comunicato. Probabili, dunque, nuove sanzioni dopo quelle imposte nei mesi scorsi contro singole personalità del paese, dove la crisi politica dura dalla fine di aprile. Eventuali provvedimenti, una volta definiti, dovranno essere approvati dal Consiglio dell’Unione, cosa che con ogni probabilità non potrà avvenire prima di gennaio. Nel frattempo, l’Unione si riserva anche di imporre ‘misure conservative», in particolare per quanto riguarda i progetti di cooperazione in corso e quelli futuri.
Da parte sua il governo di Bujumbura ha minimizzato la portata delle affermazioni europee, parlando di una riunione che permette di «rilanciare il dialogo». Nelle scorse ore, intanto, le autorità hanno annunciato il rilascio di 92 prigionieri che erano stati incarcerati con l’accusa di aver partecipato alle manifestazioni contro il contestato terzo mandato del presidente Pierre Nkurunziza.

Centrafrica – E’ stata ufficializzata la lista dei candidati alle elezioni presidenziali del 27 dicembre. Trenta i nomi in lizza per la massima carica, tra cui una sola donna, Regina Konzi. Tra i candidati figurano ex premier, ex ministri, attivisti e diplomatici, ma non gli ultimi tre capi di Stato centrafricani. A suscitare reazioni è stata in particolare la mancata accettazione della candidatura di Francois Bozizé, al potere dal 2003 al 2013, e la cui deposizione è stata uno degli eventi più importanti dell’attuale guerra civile. Sostenitori dell’ex presidente hanno costruito nelle scorse ore barricate in diversi quartieri della capitale Bangui, dove si sono anche uditi colpi di arma da fuoco: coinvolte, in particolare, le aree di Boy Rabe, Combattant e Gobongo. Il rifiuto di accettare la candidatura di Bozizé è stato motivato dalla Corte costituzionale con la mancata registrazione nelle liste elettorali (l’ex capo di stato, dal giorno del golpe, vive in esilio e non puo’ rientrare in Centrafrica) e con gli accordi di Libreville, siglati con i ribelli Seleka poco prima della fine della sua presidenza. Nel documento l’allora presidente si impegnava a non correre per un terzo mandato. Tra le altre candidature respinte (14 in tutto) anche quella di Edouard Patrice Ngaissona, tra i leader più importanti delle milizie Antibalaka, considerato vicino a Bozizé.

Nigeria – Militari del Camerun hanno condotto un raid oltreconfine dando alle fiamme un villaggio e uccidendo circa 150 persone: lo hanno riferito profughi giunti in un campo di accoglienza gestito dal governo nigeriano, che per ora si limita a confermare l’arrivo di oltre 600 persone nella sola giornata di ieri. Stando alle ricostruzioni di alcuni testimoni, rilanciate da agenzie di stampa internazionali ma smentite dall’esercito camerunense, la strage è stata commessa il 30 novembre nella regione frontaliera di Banki. Gli assalitori avrebbero dato alle fiamme le case, rubato il bestiame e spinto i sopravvissuti a percorrere a piedi circa 150 chilometri nel tentativo di salvarsi, attraversando il confine tra lo Stato nigeriano del Borno e quello dell’Adamawa.
L’Ente nazionale per le emergenze (Nema), un organismo del governo nigeriano, ha confermato l’arrivo in un suo campo di accoglienza di oltre 600 profughi allo stremo. Tra loro, nei pressi di Fufore, nell’Adamawa, ci sono bambini, anziani e donne.

Etiopia – Sono oltre 10 milioni le persone che hanno urgente bisogno di aiuti a causa della siccità che ha colpito il Paese: lo ha confermato Getachew Reda, esponente del governo e consigliere del primo ministro Haile Mariam Desalegn. «Stiamo cercando di assicurarci che nessuno perda la vita» ha aggiunto il responsabile, calcolando nell’equivalente di 200 milioni l’ammontare delle risorse messe a disposizione dall’esecutivo per far fronte all’emergenza. Secondo l’ong Save the children, a causa della carestia «circa 400.000 bambini rischiano di sviluppare nel 2016 forme acute di malnutrizione, arresti della crescita e ritardi mentali e fisici nello sviluppo». In diverse regioni del Paese la siccità ha compromesso entrambi i raccolti dell’anno. All’emergenza ha contribuito il fenomeno climatico di El Nino: questo si verifica ogni 3 o 5 anni, ed è causa di inondazioni, siccità e altre perturbazioni, ma attualmente i suoi effetti sono resi peggiori per via del riscaldamento climatico. Con 95 milioni di abitanti, l’Etiopia è il secondo Paese più popoloso dell’Africa. Gravi carestie si sono già verificate nel 2008, nel 2011 e soprattutto nel 1984, quando le vittime furono centinaia di migliaia.

Venezuela – Le autorità elettorali venezuelane hanno confermato che l’opposizione anti-chavista ha ottenuto una «super-maggioranza» dei due terzi dei seggi in parlamento alle elezioni legislative di domenica scorsa. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro ha annunciato un rimpasto di governo in seguito alla disastrosa sconfitta del suo partito socialista nelle elezioni legislative. «Ho chiesto ai ministri di lasciare i loro incarichi in modo che si possa iniziare un processo di ristrutturazione e rilancio per tutto il governo», ha detto una trasmissione televisiva. L’annuncio arriva dopo che il Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) del Venezuela ha confermato che l’opposizione antichavista ha ottenuto i due terzi dei seggi in Parlamento. La coalizione Mesa de Unidad Democratica (Mud) – che raggruppa partiti conservatori, liberali e social-democratici – ha conquistato 112 seggi su un totale di 167i, a fronte dei 55 ottenuti dal Partito socialista unificato del Venezuela (Psuv) guidato dal presidente Nicolas Maduro. «Siamo 112 rappresentanti», ha dichiarato il leader dell’opposizione, Jesus Torrealba, che ha chiesto al governo socialista di adottare riforme economiche e sociali di emergenza. Con la maggioranza in Parlamento l’opposizione potrebbe approvare leggi autonomamente, bypassando l’esecutivo, e anche convocare un referendum per porre fine al mandato di Maduro.

Bolivia – il 53% dei boliviani è contrario a una nuova elezione del presidente Evo Morales, stando a un sondaggio pubblicato dal quotidiano Pagina Siete, condotto dall’istituto Mercados y Muestras anche per i giornali El Deber, Los Tiempos e Correo del Sur. Su 800 persone intervistate nelle dieci principali città della Bolivia e in altri 31 centri abitati fra il 30 novembre e il 3 dicembre, il 54% si è detto inoltre contrario a una modifica della Costituzione per consentire al primo presidente di origini indigene nella storia del paese andino di ripresentarsi nel 2019. La modifica interesserebbe l’articolo 168 della Carta nazionale e permetterebbe anche al vice di Morales, Alvaro García Linera, di correre fra tre anni per un nuovo mandato.

I boliviani saranno chiamati alle urne il prossimo 21 febbraio per esprimersi in un referendum voluto dall’esecutivo in merito alla riforma costituzionale: la proposta aprirebbe alla possibilità di due rielezioni consecutive per Morales e García Linera, entrambi in sella dal 2006. Il Tribunale Costituzionale ha già deciso che il loro primo mandato (2006-2010) non sia conteggiato poiché con inizio precedente alla rifondazione della Bolivia come Stato Plurinazionale, nel 2009. Di fatto, se fossero abilitati a ripresentarsi i due proverebbero a conquistare il quarto mandato, avendo cominciato il primo nel 2006, il secondo nel 2010 e il terzo quest’anno.

 

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