martedì, Gennaio 18

Migranti da morire: mondo globale e insicurezze personali Difficoltà e impacci nella globalizzazione economica si riverberano negli stati d’animo, paure e richiesta di sicurezza dei singoli

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Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto;

è quanto mi hanno dato al posto di un fucile

(Philip Roth)

In un periodo di festività tra cupi rimbombi di nuove varianti, chiusure di bar, ristoranti e discoteche, con l’incombere di un’elezione turbolenta del successore di Mattarella, tentando di apparire ‘normali’ per una vita che normale non è, grazie anche ai no vax oltre che alle confuse decisioni del governo che sembrava dei ‘migliori’, arrivano notizie di abituali e mai normalizzate tragedie. Quelle dei migranti in mare che a Natale nel Mare Egeo muoiono in 27 in due naufragi. Il primo al largo di Antikythera l’altro presso l’isola di Paros. Con 11 corpi recuperati in mare, 90 persone sulle spiagge, 27 bambini ed 11 donne. Mentre a Paros la guardia costiera ellenica salvava 63 persone con 16 corpi senza vita di altri 16, tre donne ed 1 neonato. Mentre una barca malferma (i ‘taxi del mare’, nell’obbrobrio di Giggino Di Maio) con almeno 50 migranti è affondata al largo dell’isola di Folegandros e decine di dispersi. Ma con tutti i problemi che abbiamo dovremmo anche preoccuparci di chi intende morire nel Mare Nostrum invece di rimanersene a casa propria? Tra virus varianti, nuove chiusure, nuovi sviluppi e crescita da sostenere e rafforzare, in ansia per le sorti private e pubbliche del Draghi d’Italia autocandidatosi al Quirinale con qualche ‘delirio di potenza’? È sempre così, tranquilli, chi sta meglio non ci si mette proprio ‘nei panni altrui’ di chi sta peggio. Un misto di egoismo, indifferenza, frustrazione, impotenza dinanzi a fenomeni che superano le capacità individuali di porvi rimedio. A ciò dovrebbe pensare chi ci governa, su tutti un’Europa confusa divisa ed incapace, chiusa e gretta, che dopo decenni non ha trovato ancora un minimo comune denominatore politico per governare un fenomeno strutturale di portata globale, come vogliono gli Stati ‘egoisti’ alzando ancora più muri filo spinato e polizie lungo i confini per difendere e preservare identità ‘pure’.

Così difficoltà, impacci e governo del mondo nella globalizzazione economica si riverberano negli stati d’animo, paure, protezioni e richiesta di sicurezza dei singoli lasciati privi di politiche e strategie ad alto tasso di difficoltà sistemica. Un misto di solidarietà e chiusura, di egoismo ed altruismo il cui riflesso confuso ed impaurito, emotivo o razionale si riflette in un sondaggio di YouGov per il quotidiano la Repubblica e la LENA, LeadingEuropean Newspaper Alliance di 10 paesi (Germania, Italia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Svezia, Belgio, Svizzera, Polonia, Ungheria). Un sondaggio criticabile per l’oggetto e per la differenziazione dei soggetti intervistati che comunque è un ‘fermo immagine’ sugli atteggiamenti degli individui e sul ‘clima’, orientamento, aspettative e giudizi che in vario modo tengono banco nelle opinioni pubbliche europee. Con approssimazioni alquanto ‘critiche’ riguardo ad un’’attendibilità’ sul complesso del fenomeno migrazione con indicatori alquanto imprecisi. Compito che al contrario si assume l’efficace ricerca sociologica piuttosto dell’attuale tendenza di assegnare ad un sondaggio il ‘primato’ di rappresentare dei giudizi la cui significatività appare deficitaria priva di indicatori precisi per area di provenienza, età, reddito, orientamento politico, fede religiosa ed altre variabili ad hoc, su cui nulla si dice. Con queste avvertenze per un sondaggio, come tanti, dalla valenza aleatoria e contingente,concentro l’attenzione su tre quesiti.

Il primo è ‘forte’ quanto generico ‘Pensa che il livello di immigrazione verso il vostro Paese sia troppo alto, troppo basso o più o meno giusto?’ Alto, basso, giusto, ‘misure’ che pesate così mostrano poco. Comunque, la media europea dei paesi sopra citati si attesta su un inequivocabile 60% degli intervistati (di cui, ripeto, non sono note le modalità di estrazione, la rappresentatività ad un ‘cluster’ o gruppo affine per variabili, differenziazione per età, sesso, fede politica e religiosa) che afferma vi sia ‘troppa immigrazione’. Opinione con l’Italia prima, per ben il 77% del campione, non proprio in linea con la media europea (17 punti percentuali non sono pochi), cui segue la Spagna con il 75%, Svezia 73%. Mentre sarebbe più contenuta, per l’articolista di la Repubblica, in Germania al 67% (alla faccia del contenuta, sono oltre 2cittadini su 3!), Francia 66%, Regno Unito 51%. Tenete a mente il dato inglese. Primo rilievo. L’Italia è dunque più razzista? Nella non corretta rappresentatività e significatività del dato qualcuno (i giornaletti di destra) è subito partito all’attacco degli ormai stantii ‘radical chic’ di sinistra che vorrebbero solo far entrare migranti. Oltre le cortine ideologiche di una destra che ha come nemico chi non rinuncia a proporre flussi migratori controllati e selettivi, appare evidente come il dato italiano raccolga diversi stati d’animo, tra loro anche in contrasto. Siamo noi ad essere il primo terminale di sbarco di cittadini migranti senza possibilità di redistribuirne quote non essendovi stati dopo anni, seri e concreti elementi di cambiamento dei parametri del Trattato di Dublino. Vero ex ministro Salvini, che mai ha partecipato e posto il tema concreto nei molteplici incontri sulla revisione del Trattato, preferendo il ruolo comodo di agitatore di odio,più redditizio quanto a consenso politico?

Cosicché affacciandoci sul mare Mediteranneo siamo sempre noi a dovercene far carico con gli altri paesi che fanno finta di porsi l’interrogativo (tra cui la Libia da noi armata e sovvenzionata con molto denaro per le sue prigioni-campi di concentramento), salvo non prenderseli appunto perché assenti regole e procedure di distribuzione dei migranti. Al contrario, Francia e Inghilterra sono nella parte bassa della graduatoria. Perché? Perché sono due Paesi che vivono e gestiscono da anni fenomeni difficili di multiculturalismo culturale e religioso nei propri territori con fenomeni di integrazione sociale economica difficili e pagati con il sangue di attacchi terroristici. Ma poi, apparente paradosso, proprio Polonia ed Ungheria, due paesi con regimi di destra xenofobi, sono quelli che per appena il 39% ed il 34% dichiarano esservi un’alta immigrazione. Che infatti non c’è perché bloccano chiunque provi ad entrarvi, i cui confini peraltro non sono coincidenti con le frontiere esterne dell’Ue. Quella considerazione su un’alta o meno immigrazione si scontra con la realtà e con l’aleatorietà di quanto sia percepito come alto o meno. Come dicono i dati della Fondazione Migrantes per cui in Europa nel 2020 gli arrivi di irregolari sono diminuiti del 12% con meno ‘richiedenti asilo’ (crollati di ben 1/3). A conferma che la percezione soggettiva è distorta da personali condizioni ambientali e sociali, culturali ed economiche rispetto a fenomeni enfatizzati oltre la loro drammaticità. Il secondo quesito sembrerebbe più stringente rispetto al vissuto ed alla valutazione (mediata sicuramente da differenze di reddito, livello di istruzione, cultura di cui il sondaggio non dice) individuale dellapropria identità. Termine peraltro molto complesso e carico di valenze plurime.

Così “Fino a che punto ritiene l’immigrazione rappresenti una minaccia alla sua identità (nazionale/europea)?”. Qui il cortocircuito nei diversi Paesi evidenzia come sia l’indirizzo ideologico nazionale a determinare un orientamento diffuso di rifiuto od accettazione. Dove la categorizzazione sociale e la costruzione del pregiudizio modificano la formazione degli atteggiamenti di “etnia” del proprio paese, con annesse ricadute politiche, che determina ed orienta la costruzione della realtà così come i modi e le forme di relazione con essa. Nel complesso ben il 45% in Europa dichiara che l’immigrazione è una minaccia identitaria (tutta da declinare nei modi e forme), ma con il 48% che dichiara l’opposto, palesandosi una divergenza ed una confusione alimentate da quelle politiche che sull’odio, i respingimenti ed i muri fisici e mentali da anni hanno costruito una “guerra di religione” politica e culturale. Le diverse posizioni mostrano modalità di polarizzazione e di esclusione reciproca di qualsiasi tentativo di governare con reciprocità dinamiche e fenomeni che oggi necessitano di risposte e strategie mirate e selettive. Ciò che preoccupa è che ormai si moltiplicano le prese di posizione di forze e politici di formazioni politiche di estrema destra che allertano il fenomeno accostandovi il tema della ‘sostituzione etnica’ del bianco con altre etnie ad opera delle solite misteriose organizzazioni mondiali sioniste e di sinistra… con il loro epicentro nell’America post trumpiana e con l’elezione del 2024 dove si riverseranno teorie e complotti pericolosi. Così benché Polonia ed Ungheria siano ultime nel dichiarare ‘troppa’ immigrazione, divengono qui le prime che avvertono una minaccia identitaria, Ungheria al 53%, e Polonia al quarto posto, 46%, in linea con la Germania con il 48% (confermando una frattura del paese) e Francia con il 47%. Con l’Italia al 44% mentre Inghilterra e Spagna, due nazioni molto aperte quanto ad ingressi esterni percepiscono questa minaccia solo per il 37%. Interessante dopo la sconsiderata Brexit. La Spagna, infine, solo con il 35%.

Il terzo ed ultimo quesito pure generico dinanzi ad innalzamenti di muri e fili spinati è ‘Fino a che punto sostiene o si oppone all’ipotesi che l’Ue costruisca muri o recinzioni per contrastare l’immigrazione illegale?’. Anche questo tema ha una presa forte nelle menti delle persone. Già i giudizi si fanno duri perché sono immigrati, dunque di per sé indifendibili e privi di uno status di persona, poi sono pure illegali. È un’attribuzione o ‘categorizzazione’ ambigua poiché fin quando non vengono fatti entrare per poi identificarli e smistarli nei diversi centri di accoglienza (poi di respingimento) la giaculatoria sull’illegalità è priva di senso. Solo così poi tocca verificare lo status di rifugiato politico di una delle tante guerre, e verificare se si tratti di cosiddetti ‘migranti economici’, come se fosse uno stigma, per rimpatriarli. Anche qui la realtà dei fatti modifica il quadro generale. Il recentissimo decreto “Flussi” di ingresso di quante persone nel nostro paese, mediato tra le forze politiche, ha portato da una quota di 30 mila ingressi addirittura alla richiesta del mercato di 70 mila nuove presenze di cui necessita il nostro sistema produttivo ed economico. Con richiesta esplicita di manodopera da parte di imprenditori del Nord, magari anche leghisti. 15-20 anni fa accadeva lo stesso. Mentre la vecchia Lega Nord incitava all’odio verso i “negri” (ché allora era il pregiudizio prevalente) imprenditori leghisti richiedevano proprio manodopera “negra” perché “prima gli italiani” non avevano alcuna voglia di farsi “il mazzo” con lavori umili e malpagati da lasciare agli stranieri. Per dire della vuota ideologia e della piena realtà che scombina colori e pregiudizi. Qui il 71% di ungheresi ed il 58% di polacchi in consonanza con i propri governi sostengono l’innalzamento di muri con Germania, 48%, Regno Unito, 41% ed ultima l’Italia con appena un terzo, 35%, propensi ad un’ipotesi così dura e Spagna con il 36%. Mentre Spagna ed Italia con il 59% ed il 56% vi si oppongono fermamente.

In ultimo è da segnalare un elemento di forte impatto e molto presente nelle realtà territoriali europee relativo alla maggioranza degli europei che appare convinta che gli stranieri si rifiutino di integrarsi, dal 51% degli italiani, al 50% degli svedesi (che di migranti ne hanno meno) al 46% dei tedeschi. Questo è un tema serio su cui si dibatte da anni che mi riservo di trattare in altra occasione. Però, per contrasto, risulta più bassa la percezione di un rischio di ‘intolleranza culturale’ o religiosa, con percentuali di poco sopra il 30%. Mentre le due questioni sono molto addentellate tra loro. Qui mi devo fermare, non prima di comunicare che Carola Rackete, la comandante di Sea Watch3 ad aprile scorso è stata prosciolta dall’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e violenza a nave da guerra (sfiorò un battello della GdF italiana!), poiché “ha agito nell’adempimento del dovere di salvataggio previsto dal diritto nazionale e internazionale del mare”. Fattene una ragione, Matteo fascio leghista, e soprattutto studia prima di parlare. Difficile, mi rendo conto, per chi non è avvezzo ai temi della cultura e della conoscenza ed alla pratica di umanità e solidarietà….

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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