martedì, Maggio 18

Migranti: da Lesbo il Papa lancia un messaggio all'Europa La visita a una settimana dall'entrata in vigore dell'accordo sui profughi tra Europa e Turchia

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Saranno i 2.500 profughi ospitati nel campo di Moria ad accogliere Papa Francesco nel suo viaggio di domani a Lesbo, avamposto delle migrazioni dei profughi in arrivo via mare come per anni è stata l’isola di Lampedusa per i migranti provenienti dal nord Africa. Una visita di carattere umanitario con un forte messaggio simbolico, considerata la presenza, insieme al Papa, del Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, e dell’arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia Ieronymos. Il Papa sarà a Lesbo in tutto cinque ore e parole di vicinanza concreta saranno espresse anche per la popolazione dell’isola, che ha dato prova di grande solidarietà ma che vive tutte le problematiche legate all’inasprirsi dell’emergenza.

Con questo viaggio Bergoglio conferma la sua vicinanza ai migranti, apparsa chiara fin dagli inizi del suo mandato con la storica visita a Lampedusa l’8 luglio di tre anni fa. L’occasione non è casuale: il viaggio di sabato precede di un giorno il primo anniversario del naufragio del 18 aprile 2015, che con i suoi circa 800 morti è stato il più letale incidente in mare lungo la rotta mediterranea. Allora i leader europei riuniti a Bruxelles avevano ripetuto in coro l’ennesimo ‘mai più’ e avevano rafforzato il programma Triton, il dispositivo di ricerca e soccorso promosso dall’Ue. A un anno di distanza quegli appelli sono ormai un ricordo, e le polemiche intorno all’accordo tra Unione europea e Turchia sollevano seri dubbi sulla volontà dei 28 di affrontare la crisi migratoria nel pieno rispetto di quei principi umanitari di cui l’Europa si è fatta alfiere.

A una settimana dall’entrata in vigore della controversa intesa, il numero di richieste d’asilo in Grecia è esploso: pur di non farsi rimandare indietro sul suolo turco, quasi tutti i migranti entrati irregolarmente nel Paese ellenico hanno deciso di presentare domanda proprio in Grecia, che è così passata da luogo di transito a destinazione dei flussi migratori. Una situazione che Atene ha molta difficoltà a gestire e che rischia di infiammare una nuova crisi umanitaria, considerato che migliaia di richiedenti asilo sono bloccati sulle isole di Lesbo e Chio in attesa che le loro richieste siano esaminate.

Ma l’accordo potrebbe avere un altro effetto collaterale: se molti siriani dovessero spostarsi dalla Turchia e tornare percorrere le rotte che partono dal levante mediterraneo attraverso il canale di Sicilia, come avveniva fino al 2014, si avrà un brusca impennata di sbarchi sulle coste italiane. Perché, come sempre accade, la chiusura di un passaggio non interrompe il flusso di persone in movimento, ma si limita a spostarlo lungo un’altra direzione, magari più insidiosa, con il pericolo che le stragi della disperazione tornino a ripetersi.

Per questi motivi, l’accordo Ue-Turchia ha ricevuto non poche critiche anche in Vaticano: il cardinale responsabile della Pastorale dei migranti, Antonio Maria Vegliò, ha definito l’accordo «miope», e anche il Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, proprio quel 18 marzo in cui il negoziato fu siglato, aveva sottolineato come l’Europa debba considerare «umiliante chiudere le porte»La concomitanza tra la visita di Francesco a Lesbo e l’entrata in vigore dell’accordo è stata vista da molti osservatori come una velata critica all’accordo stesso. Voci che la Santa Sede si è affrettata a smentire: «La visita di Papa Francesco è di natura strettamente umanitaria. Non c’è nessun risvolto politico» ha sottolineato il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi. E la forza dei gesti dell’attuale Pontefice supera sempre qualsiasi critica o polemica. Sull’isola si riunirà idealmente l’intera chiesa cristiana, divisa per secoli, che si stringe per dare un segnale all’umanità e in primo luogo all’Europa, che di fronte a un dramma epocale si è chiusa in se stessa e nei suoi egoismi nazionali, per chiedere di non dimenticare tutte le persone che scappano dai rispettivi inferni per poi trovarsi recluse in prigioni a cielo aperto.

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