domenica, Maggio 16

Migranti: a piedi scalzi per solidarietà In solidarietà coi rifugiati, a Milano barchette sulla Darsena. Interviste ad Ascanio Celestini e don Albanesi

0
1 2 3


La sera dello scorso venerdì si è tenuta in ben 71 città d’Italia la Marcia degli uomini e delle donne scalzi, allo scopo di richiedere corridoi umanitari sicuri per le vittime delle guerre, accoglienza degna per tutti i rifugiati, chiusura dei luoghi di concentrazione dei migranti, e la creazione un sistema unico di asilo in Europa. Di particolare impatto la manifestazione di Venezia arrivata direttamente sul red carpet della Mostra Internazionale del Cinema, alla presenza di Susanna Camusso e Nichi Vendola, tra i firmatari dell’iniziativa, e registi e attori sostenitori dell’evento come Marco Bellocchio, Ascanio Celestini e Andrea Segre. Grande esposizione del mondo culturale anche a Mantova, dove si stava svolgendo il Festivaletteratura, dove hanno aderito anche scrittori stranieri come la nigeriana Noo Saro-Wiwa. A Firenze la manifestazione è stata accompagnata da un flash-mob in cui l’area antistante il Battistero è stata ricoperta di centinaia di scarpe in ricordo delle tantissime persone che hanno perso la vita negli anni recenti tentando di raggiungere l’Europa. Quasi tutte le città italiane hanno dato il loro contributo.

Tra le tante manifestazioni ‘L’Indro’ ha seguito da vicino quella di Milano, iniziata alle 21 nel piazzale di fronte alla stazione di Porta Genova. Ben presto si è radunata una folla consistente, che a detta degli organizzatori raggiungeva le 10.000 persone. Alla testa del corteo era schierato un nutrito cordone di poliziotti, probabilmente per timore di incidenti, vista la concomitanza con una manifestazione di segno opposto organizzata in un’altra zona della città da Fratelli d’Italia, ma in realtà tutto si è svolto nella più assoluta tranquillità. Tra la folla bandiere di Emergency e della CGIL, e tante magliette azzurre con l’hashtag ‘#IoScelgo‘.

Inizialmente piedi scalzi come prescritto se ne vedevano pochissimi, dato che, come mi ha detto Giuliano, uno dei manifestanti, “togliersi le scarpe a Milano è un bel match”. Tuttavia, nel momento in cui il corteo si è messo in marcia al suono di ‘Non è un film’, il rap a favore dell’accoglienza scritto e interpretato da Fiorella Mannoia e Frankie Hi-Nrg, Giuliano si è tolto le scarpe, ha constatato imprecando la presenza di un buco nei calzini, si è tolto anche quelli e si è messo davvero in marcia a piedi nudi, e con lui un discreto numero di persone. Mi ha detto di essere venuto perché “l’importante è esserci: c’è sempre una speranza”, accompagnato da moglie, figli e amici. Anche se i megafoni annunciavano trionfali il gran numero di partecipanti, lui non sembra convinto. “Davvero siamo tanti? Io speravo di più”. Non è d’accordo il venticinquenne Simone: “Io vengo da un paesino piccolissimo, per me questo è un casino di gente”. Anche lui, però, sembra sentirsi parte di una minoranza.“Tra i ragazzi della mia età questo argomento non è molto sentito”.

I gruppi familiari tra i marciatori erano numerosi, e anche i più piccoli sembravano compresi del significato dell’evento: quando ho chiesto a Sara, otto anni, che accompagnava i genitori sfoggiando un paio di calzini fucsia, perché fosse lì, mi ha risposto, dopo averci pensato un po’ su: “Per la gente che scappa dalla guerra”. Lungo via Vigevano il corteo ha sfilato tra i tavolini dei ristoranti occupati dalla consueta fauna gaudente del venerdì sera milanese, creando un contrasto un po’ surreale. Per sentire cosa ne pensavano gli avventori, mi sono avvicinato a un distinto signore brizzolato che stava cenando insieme a una signora bionda, affiancato da una bottiglia di Prosecco nel secchiello del ghiaccio. La sua risposta, in inglese, mi ha spiazzato: era un cittadino del Dubai. “Molte delle persone che vengono qui sono arabe” mi ha detto, ma le Nazioni arabe non accolgono molti rifugiati, per motivi religiosi e politici. Sarebbe bello che facessero invece come l’Italia”.

Dal mondo arabo viene anche Mostafa, che partecipava al corteo reggendo una bandiera rossa e accompagnato dalla moglie Aisha, e che è arrivato in Italia 26 anni fa dal Marocco. “Siamo qui per solidarietà con tutti i profughi che arrivano in Europa per cercare un po’ di pace. Per chiedere non solo al Governo italiano, ma a tutti i Paesi europei, di creare un corridoio che permetta loro di andare dove vogliono. Scappano dalle guerre, non sono bestie, sono esseri umani, devono trovare un po’ di dignità. Io mi sono integrato qui da voi, diamo una mano anche a questa gente perché si integri e trovi un po’ di pace”. Il collega Geber, che invece è arrivato in Italia 42 anni fa dall’Egitto, è più caustico: “Diciamolo chiaro: quello che conta è che bisogna fare meno guerre! Se America ed Europa non avessero portato la guerra in Iraq, in Afghanistan, in Siria, in Libano, non ci sarebbe tutto questo casino nel mondo arabo, che è ricco di materie prima e di manodopera. Oggi vogliono cacciare Assad, ma lui è andato al potere col consenso dell’Europa e degli USA,che oggi vogliono farlo cadere giocando sulla pelle dei siriani”. All’epoca in cui Geber è entrato in Italia era tutto più semplice, bastava fare il biglietto e si arrivava. “Adesso invece richiedono il visto, che nel mondo arabo è diventato un business, viene a costare anche 10.000 euro. Per questo la gente entra clandestinamente”.

Il corteo ha concluso il suo percorso dopo poca strada, alla Darsena dei Navigli, recentemente rinnovata e diventata una delle mete serali preferite dei milanesi. I marciatori si sono disposti parte da un lato, parte dall’altro del bacino idrico costruito nel Seicento per essere il porto di Milano. Marta e Chiara, due ragazze figlie di un membro dell’organizzazione, mi hanno consegnato un foglio di carta su cui erano stampate le istruzioni per trasformarlo in una barchetta. E tutti quelli che sono riusciti ad arrivare vicino all’acqua hanno affidato ai flutti il loro piccolo natante: centinaia di fragili barchette si sono sparse per la Darsena come un omaggio a chi sfida il mare per arrivare fino da noi.

Da un piccolo palco montato su un furgone ha preso la parola Maso Notarianni, che indicando lo striscione con la scritta ‘Refugees welcome’ ha detto: “Lo abbiamo fatto così perché è la frase usata in tutta Europa, ma io non sono d’accordo. Non ha senso fare distinzioni tra chi è profugo e chi no, l’accoglienza deve essere per tutti”. Lo segue sul palco il giovane Riad Khadrawi, che avvolto in una bandiera siriana racconta la sua esperienza di profugo, che ha Milano ha trovato accoglienza, aiuto, persone che gli hanno insegnato la lingua e gli hanno dato un lavoro. E spiega le difficoltà in cui versano tanti suoi connazionali, per esempio i profughi in Libano impossibilitati a studiare, perché per loro sono accessibili solo costose scuole private. Le ultime brevi parole sono del gruppo di registi che ha realizzato ‘Io sto con la sposa’, film-documentario che racconta l’odissea di un gruppo di profughi che attraversa l’Europa con l’espediente di un finto corteo nuziale.

La conclusione è stata affidata a Mauro Pagani: il musicista, già voce e violino della PFM, è salito sul palco da solo con un mandolino, e ha regalato ai presenti tre canzoni. Ha cominciato con ‘Crêuza de mä”, che compose insieme a Fabrizio De Andre, e quel dialetto ligure mescolato con sonorità arabeggianti non poteva essere suggello migliore di una manifestazione che chiamava alla fratellanza e solidarietà tra tutti i popoli del Mediterraneo. Notarianni ha sottolineato che ben pochi artisti avrebbero accettato di esibirsi di fronte a un pubblico così grande con un impianto audio così precario, ma Pagani se l’è cavata benissimo e ha incantato la folla. Dopo altri due brani legati a De Andrè, ‘Sinàn Capudàn Pascià’ e ‘Davvero davvero’, l’incantesimo si è concluso e il pubblico ha cominciato a defluire.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->