sabato, novembre 17

Midterm: Trump continua a spiazzare Il Presidente è riuscito a orientare i contenuti del dibattito politico

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Nelle ultime settimane, la questione dell’immigrazione e del controllo delle frontiere ha ripreso quota nell’agenda politica USA. Soprattutto la marcia di diverse migliaia di persone dal centroamerica attraverso il Messico in direzione degli Stati Uniti ha contribuito a rilanciare la retorica trumpiana degli USA ‘sotto assedio’ e dei flussi migratori come problema di sicurezza nazionale. Nei giorni scorsi, il Presidente è giunto a mobilitare le Forze Armate per contenere l’ondata che si starebbe ‘abbattendo’ sul Paese, evocando la possibilità che – mescolati ai migranti – cerchino di entrare negli Stati Uniti anche personaggi indesiderabili e potenziali terroristi. Le reazioni alle scelte del Presidente sono state forti, specie per quella che appare l’evidente sproporzione fra l’entità della minaccia e quella della risposta. Il fatto che una quota importante di questi migranti sia composta di cittadini honduregni e guatemaltechi in fuga dal disordine che travaglia i rispettivi Paese contribuisce anch’esso a gettare cattiva luce sulle scelte della Casa Bianca e sulla sua volontà di ricorrere – una volta di più – a pugno di ferro nelle relazioni con il suo vicino meridionale.

Da molte parti è stata rilevata la coincidenza di questo nuovo irrigidimento con l’avvicinarsi delle elezioni di midterm. Il voto del 6 novembre è stato da tempo presentato, sia dal Presidente, sia dall’opposizione, come una sorta di referendum pro o contro Trump. Un altro aspetto significativo è che l’irrigidimento sul tema dell’immigrazione sembra coincidere con quello su altri punti-chiave dell’agenda dell’amministrazione, primo fra tutti quello dei rapporti con l’Iran, Paese contro il quale il Presidente ha annunciato l’introduzione di un nuovo round di sanzioni. Di primo acchito, l’impressione è, quindi, che la Casa Bianca, in vista del voto imminente, stia ribadendo ‘nei fatti’ gli slogan che hanno portato alla vittoria nel 2016. Tuttavia, le cose sono forse un po’ più complesse. Complice anche la scomparsa di John McCain, che fino a pochi mesi fa è stato una delle colonne dell’opposizione repubblicana al Presidente, il risultato delle prossime elezioni sarà, infatti, importante non solo nel delineare i rapporti di forza fra Trump e il Congresso, ma anche, all’interno della rappresentanza del Grand Old Party, fra trumpiani e anti-trumpiani.

Sebbene oscurata dal confronto con il Partito democratico, la lotta in corso dentro quello repubblicano non è meno importante per il futuro politico di Donald Trump; questo, soprattutto, se il GOP dovesse riuscire a conservare l’attuale risicata maggioranza al Senato e per dovesse profilarsi lo scenario di un Congresso diviso. L’altro numero di senatori repubblicani che non si presentano per la rielezione (oltre trenta) aggiunge interesse alla cosa, così come l’aggiunge l’alto numero di donne candidate. Negli ultimi mesi, complice anche un’economia che continua a ‘tirare’ e una serie di successi simbolici come la rinegoziazione dell’accordo di libero scambio fra USA, Canada e Messico, l’indice di popolarità del Presidente è risalito, attestandosi intorno al 42%, valore non molto lontano da quello segnato da Barack Obama alla vigilia delle elezioni di midterm 2010 (45%). Se questo dato non è in sé indicativo di una buona performance alle urne (il voto del 2010 ha rappresentato una delle sconfitte più pesanti nella storia del Partito democratico), esso può tuttavia influire sulle scelte di posizionamento dei candidati repubblicani e sulle scelte future degli eletti.

Anche dentro il GOP, le scelte compiute in questi giorni dal Presidente hanno sollevato un certo disagio. Il timore è che la ‘linea dura’ possa spingere l’elettorato latino a rafforzare il suo sostegno ai candidati democratici. A ciò si somma il disagio sollevato dalle dichiarazioni del Presidente sulla possibile revisione del principio dello ius soli, contro le quali ha preso posizione anche lo Speaker della Camera dei Rappresentanti, Paul Ryan. L’impressione è, tuttavia, che il disagio espresso abbia soprattutto una dimensione ‘tattica’, legata agli equilibri di specifici collegi. La presenza anche all’interno del Partito democratico di candidati vicini alle posizioni del Presidente conferma questa impressione. L’interrogativo di queste ore è: il rinato attivismo di Trump ‘pagherà’ in termini di consenso? La risposta arriverà fra poche ore. Un risultato, tuttavia, l’ha già ottenuto. Una volta ancora, la Casa Bianca è riuscita a orientare i contenuti del dibattito politico e questo è un segnale importante alla luce di quello che sarà il prossimo grande appuntamento della politica USA: la corsa per le presidenziali del 2020, per la quale Donald Trump sembra si stia già preparando.

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