mercoledì, novembre 21

Midterm negli USA: la vittoria di chi? I democratici riconquistano la Camera ma creeranno davvero problemi a Trump? La parola a Sandro Petrone

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E’ stata una lunga nottata di conteggi negli Stati Uniti per queste elezioni di Midterm. I democratici hanno riconquistato la Camera dopo 8 anni. Una conquista importante, certamente per la sinistra che ora potrà, ad esempio, intimare a Trump la consegna della sua dichiarazione dei redditi, o magari, metterlo sotto pressione con il potere d’inchiesta. Un ‘cambiamento’, insomma, dopo due anni in cui l’intero Congresso, unitamente alla Corte Suprema, si era tinto di un solo colore: il rosso.

Ma a proposito di colori, nessuna onda blu. Una riconquista, sì, ma non una vera vittoria. Eh no, perché, i democratici avranno ottenuto 222 dei 415 seggi a disposizione alla Camera, rubandone 29 ai repubblicani e superando di quattro punti la soglia necessaria per avere l’augurata maggioranza. C’è il ma. Ed il ma c’è perché i democratici hanno qualche altra battaglia a cui tenevano particolarmente: In Texas, Beto O’Rourke, l’’Obama bianco’ ha dovuto accettare la vittoria del repubblicano Ted Cruz. Probabilmente l’intervento dello stesso Trump -suo stesso rivale nelle elezioni del 2016- si è rivelata una mossa salvifica. Stessa sorte per Andrew Gillum in Florida dove vince Ron DeSantis per poco più di un soffio.

Altrove è andata meglio: in Kansas, ad esempio, Kris Kobach e in Wisconsin, Scott Walker sono stati sconfitti. Sorrisi anche per la ultra-settantenne Nancy Pelosi, riconfermata leader democratica e speaker alla Camera e per i protetti di Bernie Sanders, le giovani elette Alexandra Ocasio-Cortez e Ayanna Presley.

Trump, intanto, lo definisce un «enorme successo» su Twitter. Il Senato rimane rosso ed, anzi, lo diventa ancor di più: 51 seggi (+2) contro i 45 dei democratici. Risultati migliori di quelli che furono a suo tempi quelli di Obama. E chi parla di flebile maggioranza dovrà far i conti con il fatto che potrà anche non essere una gran cosa, ma può di certo fare la differenza. Oltretutto, la destra ne esce epurata dagli anti-Trump, rafforzandosi inevitabilmente nella sua sfumatura più scarlatta.

Ed ora cosa ci dobbiamo aspettare? Di fronte a questo Congresso rimodulato, quale sarà la strategia di Trump per vincere le 2020? E quale quella dei democratici che ancora non sembrano forti di una guida né tantomeno di uno spago comune a cui aggrapparsi e ricostruire il tutto? Ne abbiamo parlato con il giornalista Sandro Petrone.

 

Cosa cambia per Trump?

Meno del temuto dalla Casa Bianca. Meno di quanto sperato dai Democratici. Alla Camera 222 seggi ai Democratici, 26 conquistati, e 199 ai Repubblicani sono il minimo indispensabile per fare opposizione (la maggioranza minima è 218 seggi). E Il Senato resta a Trump, 51 contro 45. Governatori 21 ai Dem e 25 ai Rep. Dunque, i condizionamenti all’agenda del presidente che i democratici tenteranno saranno limitati al Congresso. Ms cercheranno di bloccare Trump anche con indagini su di lui e sulla sua amministrazione.

Questa elezione, come ha dichiarato lui stesso è stata una sorta di ‘referendum’ per il Presidente: cosa ne viene fuori? Una vittoria a metà, una sconfitta?

Visto che in genere il partito del presidente perde nelle elezioni di Medio Termine, pensate proprio nel sistema di equilibrio dei poteri, Trump incassa un ridimensionamento meno grave dei suoi tre predecessori. In questo senso, è più una mezza vittoria. Il Referendum sul presidente in sintesi dice: freniamo i suoi eccessi ma procediamo con i suoi successi, soprattutto economici. È vero che Obama rivendica di aver avviato la ripresa, ma Trump sta ottenendo risultati a cui gli americani sono molto sensibili, a partire dall’occupazione.

Lo scontro interno al partito repubblicano, evidenziatosi nelle ultime settimane, ha influito su queste elezioni?

La strategia d’attacco di Trump, uomo non di partito, ha spostato in avanti lo scontro in casa repubblicana. Da oggi comincia la corsa per le presidenziali e lo scontro interno si polarizzerà anche su nomi emersi o confermati da queste elezioni.

È possibile che la destra di polarizzi ulteriormente? Ci sarà, insomma, una “nuova destra’’?

In un’America così spaccata verso gli estremi, il dato futuro non sembra un’ulteriore polarizzazione della destra, quanto il tentativo di superamento del trumpismo attraverso una strategia che punti su alcuni temi che proprio l’attuale presidente ha cavalcato in modo spesso parossistico, portando a galla posizioni prima confinate nelle retrovie e tra le frange più estreme della destra. Da vedere se il partito, così frammentato, frastornato e svuotato, possa riuscirci entro le prossime presidenziali o le successive. Una leadership repubblicana che tentasse di scavalcare Trump, come alcuni suoi fedelissimi in queste elezioni, sarebbe destinata al fallimento. Più che il riemergere di correnti, tipo i neoCons, sembra naturale il tentativo di personalità in grado di ricomporre fasce di interessi e sensibilità repubblicane. Ma anche di attrarre le fasce di democratici di classe media o sconcertate dalla polarizzazione a sinistra in casa loro.

I repubblicani mantengono il controllo del Senato: questo significa anche il controllo della Corte Suprema; è questo il fine ultimo di Donald?

Il controllo della Corte Suprema agevola la vita di questa burrascosa presidenza, ma non risolve tutti i problemi.

Quale ruolo hanno avuto i giovani? Saranno questi a costruire un nuovo partito democratico?

L’alta partecipazione dei giovani alle elezioni di Midterm è una dimostrazione di partecipazione che denota l’esigenza di arginare la valanga Trump. E ci sono segnali di giovani in corsa, anche e soprattutto di donne. Questo dovrebbe spingere i più vecchi a sostenere i più giovani. In sintesi: la strada non sembra quella ricandidatura di Hillary Clinton di cui si è parlato.  

Come reagirà Trump? Quale sarà la sua probabile strategia per il 2020?

Trump è un front man, un giocatore e un imprenditore. Ma, proprio per questo, quando vede la mala parata, sa mettere in campo i suoi migliori collaboratori, ovvero i delfini. Come ha appena fatto in Missouri durante la stretta finale con Josh Hawley detto “Il Cowboy”. Ma molto dipenderà anche dai colpi di coda negativi che potrà ricevere dalle sue crociate nazionali e internazionali, come il muro col Messico o le sanzioni all’Iran. Funzionano come propaganda, alcune potrebbero però provocare grossi problemi.

I democratici, secondo alcune letture, apriranno inchieste svolgendo il controllo costituzionale sul Presidente: sarà battaglia?

I Democratici non sembrano in grado di dare a Trump problemi maggiori di quelli che il presidente si crea da solo.

Nascerà un nuovo partito democratico? Se si, quale?

Se ci fosse un nuovo Bill Clinton, molto più concludente di Obama, forse si potrebbe risolvere la frattura fra Hillary e Sanders che ha devastato il partito. Qualcuno parla dell’ex sindaco di NY Mike Bloomberg come sintesi per democratici e repubblicani…

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