domenica, Maggio 22

Microstorie di ordinario sfacelo carcerario Da ‘piccoli’, ‘periferici’ episodi si ricaverebbe assai più che da poderose analisi sociologiche

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Si chiamava ‘Microstorie’: una collana diretta dal direttore di ‘Quaderni Storici’, Giovanni Levi, e da Carlo Gizburg: una collana di libri con una caratteristica: la visione della storia basata su ricerche locali, episodi piccoli o ‘periferici’, ma paradigmatici, in grado di raccontare le vicende umane in modo esemplare. Lo stesso metodo in Francia adottato per ‘Les Annales da Marc Bloch e Lucien Febvre. Analogo metodo andrebbe adottato per lo stato delle carceri italiane. Da ‘piccoli’, periferici’ episodi si ricaverebbe assai più che da poderose analisi sociologiche.

   La storia di Lorenzo Rapicano, per esempio: un 62enne napoletano; non riesce a vedere per l’ultima volta l’amore della sua vita. La storia la si conosce perché è il Garante per i diritti dei detenuti per la provincia di Napoli Pietro Ioia a raccontarla:Sono stato a casa di quest’uomo agli arresti domiciliari, mi pregava che voleva vedere la moglie detenuta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, già aveva avuto un rifiuto, alla fine è morto senza poterla vedere”. Lorenzo e Rosaria vengono arrestati insieme. Lui in cella a Rebibbia, lei a Lecce. Lorenzo ha un tumore, gli concedono gli arresti domiciliari a Napoli, dove abita. Rosaria ottiene il trasferimento a Santa Maria Capua Vetere. Le condizioni di salute di Lorenzo si fanno critiche. Chiede di poter rivedere un’ultima volta la moglie. Permesso rifiutato: la donna non può lasciare Santa Maria Capua Vetere. Resta la possibilità della video-chiamata. Lorenzomuore prima che la richiesta sia inoltrata. Mi sembra che la Giustizia italiana non conosca la parola ‘pietà’, è stata cancellata”, commenta Ioia. Questa non è giustizia, è vendetta”.

  Messina. E’ notte fonda. Qualcuno picchia con insistenza sul portone del carcere. Agli attoniti agenti, appare un uomo di una quarantina d’anni, un ex detenuto. Chiede di poter entrare. Ha finito di scontare la sua condanna, è libero; ma non sa dove andare, e preferisce dunque tornare in carcere, dove, almeno, ha pasti sicuri, un tetto sopra la testa, una brandina per dormire. Non è un caso isolato. Sono tanti gli ex detenuti che preferirebbero privarsi della libertà e tornare in carcere: per paura del mondo esterno, e mancanza di punti di riferimento. Si ritrovano abbandonati, senza alternative, in un mondo molto diverso da quello che avevano lasciato.

  Ne è consapevole Gianfranco De Gesu, capo della direzione generale dei detenuti e del trattamento del dipartimento di amministrazione penitenziaria. Il 18 marzo ha inviato ai direttori di tutte le carceri italiane una circolare relativa a quella che in burocratese è chiamato il trattamento dei dimittendi”, più banalmente le persone prossime alla liberazione. Si ricorda chela cura delle dimissioni èun tassello fondamentale per il percorso di inclusione sociale del detenuto; segue un elenco di provvedimenti ed enti pubblici che dovrebbero occuparsene, come i consigli di aiuto sociale: si raccomanda di comunicare la data d’uscita del detenuto “con almeno tre mesi di anticipo”.

   Questi organi, di fatto, non esistano più, osserva Monica Gallo, Garante dei detenuti di Torino. Previsti dalla legge sull’ordinamento penitenziario del 1975, i Consigli di aiuto sociale dovevano essere un raccordo tra carcere e mondo esterno, e aiutare i detenuti a riallacciare i rapporti con le loro famiglie, offrire corsi di avviamento professionale, trovare lavori utili al reinserimento nella società. Come tante belle leggi, inapplicata: l’unico consiglio sociale ancora in funzione è quello di Palermo, sotto la guida del magistrato Antonio Balsamo. Non si riuniva da almeno vent’anni: “Nemmeno io sapevo che esistesse”, racconta Balsamo.

  Per un ex detenuto l’impatto con la libertà può essere traumatico. Il lavoro è l’unico modo superarlo: se quando ‘esce’ l’ex detenuto resta solo e disoccupato, facilmente torna a delinquere. I dati sulla recidiva forniti dal Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria certificano che oltre 25mila persone detenute al 31 dicembre erano già state in carcere almeno una volta;18.341 fino a quattro volte; 5.649 da cinque a nove; 1.560 oltre dieci.

  Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti ‘legge’ in questi dati una conferma: “Finché stanno dentro c’è ancora una qualche attenzione per i detenuti. Ma poi, una volta dimessi, per lo stato non esistono più”. Emblematica la storia di uno di questi ex detenuti raccontata a ‘Radio Carcere’, in onda su ‘Radio Radicale’: “Dormiamo nei sacchi a pelo sotto ai porticati, mangiamo alla mensa dei poveri, ci laviamo nelle docce comunali. Questa è la vita che facciamo. Veniamo abbandonati a noi stessi, sbattuti in libertà in un mondo completamente diverso da quello in cui vivevamo prima di entrare in carcere. Cammino per strada e ho paura, vado in metropolitana e ho paura, entro in un baro in un negozio e ho paura. Capisco quelli che si buttano sotto a un treno o tornano a delinquere per passare l’inverno al caldo in cella. Se fuori è così, tanto vale starsene dentro”.

  “Dentro”… Giorni fa un detenuto di 48 anni si è suicidato in cella nel carcere di Taranto, impiccandosi con una rudimentale corda ricavata da un asciugamano. Condannato per reati contro il patrimonio, sarebbe uscito 2024. Ha deciso che non poteva più aspettare. Nella sua recente annuale relazione l’associazione Antigone rileva una crescita esponenziale dei suicidi e degli atti di auto-lesionismo in carcere: “Il dato in Sicilia è il più alto d’Italia, 5 casi in 4 mesi, con una popolazione carceraria di circa 5.300 detenuti e 16 casi nel resto d’Italia con i rimanenti 49.000 detenuti”.

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