venerdì, Maggio 14

Microcredito indiano: benedizione o fregatura? Prestare piccole somme di denaro per spingere la lotta alla povertà. Sembrava una medicina rivoluzionaria, ma sono arrivati gli interessi dei grandi gruppi economici e finanziari

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Le buone intenzioni, come al solito, non bastano. Specie se fanno gola a chi di buone intenzioni proprio non ne ha. Osservando da Occidente, quella del microcredito appare una parabola incerta. Salutata con entusiasmo rivoluzionario, osannata come spiraglio di luce per il terzo mondo, e rinnegata, altrettanto in fretta, come un pericoloso abbaglio.

Ad Oriente invece, a chi quella parabola l’ha vissuta, deve essere sembrata piuttosto una corsa sulle montagne russe. Un sali-scendi di emozioni, in cui la paura di non poter manovrare i comandi e premere il pedale del freno si è portata dietro parecchie vite umane.

L’idea nasce da lontano, nello spazio e nel tempo. Nel 1976 un banchiere bengalese di nome Mohammed Yunus fonda la Gremeen Bank ed inizia ad erogare piccoli prestiti a famiglie e lavoratori estremamente poveri. Mantiene un tasso d’interesse sul prestito decisamente basso per quelle latitudini, soprattutto considerando l’elevata possibilità d’insolvenza, e promuove un meccanismo di investimento mutualistico, in cui i lavoratori, riuniti in piccoli gruppi, si sostengono a vicenda, aiutandosi quando qualcuno di loro non riesce a star dietro al rimborso del prestito. Sono soprattutto le donne indiane a beneficiarne. Vengono considerate più affidabili, più capaci di farsi scudo a vicenda, meno inclini ai vizi.

L’idea di Yunus è che, in potenziale, ogni individuo ha le capacità per potersi guadagnare una vita vissuta dignitosamente. Ogni individuo può diventare l’imprenditore di se stesso. Le differenze derivano semplicemente dalle condizioni esistenziali di partenza. Detto in poche parole: se nasci povero, e nessuno crede in te, sei destinato a rimanere povero. Tutto ruota intorno alla fiducia. E la banca di Yunus di fiducia ne concede in abbondanza.

Il progetto nasce bene e cresce ancora meglio. Nel giro di pochi anni milioni di persone nelle zone più povere del mondo accedono ai micro finanziamenti. Iniziano a diffondersi le prime storie e le prime statistiche. I prestiti funzionano, coloro che ne beneficiano riescono davvero ad emanciparsi e a migliorare le proprie condizioni di vita. Fioccano le piccole imprese a conduzione femminile. Ma soprattutto, le somme dovute vengono prontamente restituite.

Nel 2006 Mohammed Yunus vince il premio Nobel per la pace. La sua rischiosa scommessa viene ripagata. Il sistema di microcredito si diffonde in più di venti Paesi. Nel solo 2009, 128 milioni di famiglie ricevono finanziamenti da istituti di microcredito.

Nel frattempo, l’Occidente si accorge della novità, e gli analisti si affrettano a lanciare elogi. Un nuovo modello di economia solidale, un motore per la modernizzazione dei paesi più arretrati, una misura di welfare concreta e convincente, una medicina capace di curare i mali del Terzo Mondo (e forse anche di lavare i sensi di colpa occidentali).

Effettivamente, se letta in queste poche righe, l’idea potrebbe davvero sembrare una panacea. Solo che poi l’idea si è scontrata con la realtà e le buone intenzioni sono andate a sbattere contro gli interessi.

Si sa che il denaro chiama altro denaro. E quello del microcredito deve essere sembrato un portafoglio troppo pieno per lasciarselo sfuggire. Abbiamo già detto che col tempo, vista l’efficacia del meccanismo, molte altre banche si sono lanciate nell’avventura dei micro finanziamenti. A guidarle e motivarle però non è stato lo stesso spirito di solidarietà della Gremeen di Yunus, quanto piuttosto la fisiologica inclinazione al profitto. E proprio quando il sistema economico del microcredito è uscito dai binari del no profit per virare verso quelli più congeniali del guadagno sono iniziati i guai.

Molte di queste banche hanno iniziato ad erogare prestiti a pioggia, senza tenere minimamente in considerazione fiducia, credibilità e soprattutto reddito e garanzie. Ovviamente il fatto di essere soggetti a prestiti, ma di non avere garanzia di poterli ripagare, si riflette in un esponenziale aumento dei tassi d’interesse. E così dall’iniziale 2,5% applicato dalla Greemen si è passati a tassi del 30%, 50% persino del 110% in alcune zone come il Messico. Non più sostegno economico e spinta imprenditoriale, ma vero e proprio strozzinaggio legalizzato.

Persa in partenza la possibilità di ripagare il credito e soprattutto l’interesse, i beneficiari hanno iniziato ad investire le somme ricevute in beni di consumo. Utili per migliorare le proprie condizioni di vita nel breve termine, ma sicuramente incapaci di produrre reddito utile a ripagare il debito. Il conseguente aumento delle insolvenze, ovviamente, non è piaciuto ai creditori, che hanno intensificato, per durezza ed insistenza, le misure di recupero credito. Così i debitori, stretti nella morsa degli esattori, si sono trovati costretti a ricorrere a mezzi estremi. Da una parte l’usura, quella vera e criminale. Dall’altra, specie in alcune zone del Bangladesh e dell’India, dove tutto era partito con le migliori intenzioni, al suicidio.

Nel 2010 infatti, il governo della regione indiana Andhra Praesh ha formalmente accusato gli istituti di microcredito di aver causato un’ondata consistente di suicidi. L’accusa si regge sul fatto che molti di questi istituti garantissero ai creditori un’assicurazione sulla vita, la quale impediva alla banca, in caso di morte del creditore, di rifarsi sulla famiglia. E così molti tra i più poveri si sono tolti la vita pur di non perdere quel poco che avevano. La vicenda si è poi conclusa, vista l’impossibilità di provare il nesso causale, in un nulla di fatto. Tuttavia, oltre a gettare ombre su tutto il sistema del microcredito, la conseguenza tangibile di questo clima è stato l’allontanamento di Yunus dalla Gremeen Bank, formalmente per raggiungimento dell’età pensionabile, e la nazionalizzazione della stessa banca. A quel punto, anche gli attenti analisti occidentali hanno iniziato a storcere il naso.

Nonostante le difficoltà quello del microcredito resta un settore estremamente redditizio, tanto da essere diventato appannaggio di grandi gruppi economici e finanziari. L’SKS Group, colosso indiano del microcredito, è stato recentemente quotato in borsa, attirando tra l’altro anche grossi capitali stranieri. Un’operazione che ha portato nelle casse del gruppo oltre 250 milioni di dollari.

Continuando ad osservare da Occidente potremmo dire, dal punto di vista del nostro modello economico, che la situazione si sia normalizzata. Ma allora che giudizio dare al microcredito di Yunus? E’ stata una rivoluzione? O si è trattato di un semplice specchietto per le allodole utile a riempire le tasche dei soliti noti?

Come spesso accade, la verità sta nel mezzo. «Il microcredito non è né un miracolo, né un miraggio» scrive sapientemente David Roodman, del Center for Global Development, nel suo libro ‘Due diligence, an impertinent inquiry into microfinance’. Il concetto è che i soldi, molto semplicemente, non generano automaticamente altri soldi. Tutto sta in come vengono investiti ed utilizzati. «Il reale impatto del microcredito nella lotta alla povertà è pari allo zero», prosegue Roodman, «gli unici beneficiari sono coloro che si arricchiscono alle spalle dei poveri».

Niente di nuovo verrebbe da aggiungere.

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