sabato, Maggio 8

Michelangelo artista universale

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 Michelangelo

La mostra a Roma intitolata ‘Michelangelo. Incontrare un artista universale’ (fino al 14 settembre prossimo) allestita nei Musei Capitolini, presenta 156 opere fra dipinti, disegni provenienti anche dal British Museum, sculture originali e plastici architettonici ricostruiti per commemorare i 450 anni dalla morte di questo artista poliedrico. Spiccano, tra le opere di grande impatto visivo, la ‘Madonna della Scala’ dalla Casa Buonarroti, il ‘Cristo Redentore’ proveniente da Bassano Romano, considerato la prima versione dell’opera ora nella chiesa della Minerva, ricondotta al maestro da studiose come Silvia Danesi Squarzina e Ilaria Braga, il ‘Bruto’ dal Museo del Bargello affiancato all’omonimo bronzo dei Musei Capitolini e al busto di ‘Caracalla’ dei Musei Vaticani.

Si affrontano gli aspetti pittorici, scultorei, architettonici e poetici dell’artista in un percorso che si snoda in nove sezioni su tre piani attraverso le stanze capitoline. La vita di Michelangelo viene anche presentata grazie a documenti e lettere, che testimoniano le relazioni da lui intrattenute con molti papi, dei quali vengono esposti i ritratti eseguiti da Sebastiano del Piombo, Raffaello e Giuliano Bugiardini, ma anche con personaggi storici famosi come Lorenzo de’ Medici, di cui è presente il busto di Pietro Torrigiano, o Vittoria Colonna. Non va dimenticato il confronto fra tre crocifissi (quello di Santo Spirito, quello del Bargello e quello di Casa Buonarroti) che offrono spunti di riflessione ai visitatori, ma anche agli studiosi, per verificare lo studio dell’anatomia umana applicata alla sfera spirituale da parte di Michelangelo.

Quello che emerge non è una mostra monografica sull’artista, ma un’esposizione con sezioni tematiche basate sulla contrapposizione di temi paradigmatici, messe a disposizione del  pubblico per favorirne l’incontro con il genio universale di questo artista.

Abbiamo intervistato Elena Capretti, una dei curatori della mostra, insieme alla Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Firenze Cristina Acidini.

 

Come mai una mostra del genere su Michelangelo e che ritratto dell’artista e della sua produzione viene fuori dalla mostra?

La mostra è stata progettata e realizzata in occasione dei 450 anni dalla morte dell’artista. È stata scelta come sede Roma, in quanto insieme a Firenze è la città nella quale si è svolta la vita di Michelangelo e dove è nata la sua opera. Dal 1534 Michelangelo lascia definitivamente la sua città, Firenze, per risiedere nella città pontificia. Il profilo che viene fuori dell’artista è molto dialettico, come del resto la critica ce lo consegna da molto tempo. Non è un caso che il comitato scientifico sia composto da persone che da tempo frequentano gli studi michelangioleschi. Michelangelo è una personalità dialettica e travagliata, che si interroga lungo la sua vita di quasi novant’anni sui temi fondamentali dell’esistenza, gli stessi sui quali ci interroghiamo ancora oggi. Questa dialettica di temi (mi riferisco ai contrapposti fra antico e moderno, quali modelli ai quali rifarsi per un artista; alla vita e alla morte; all’amore spirituale e a quello carnale; al vinto e al vincitore nella battaglia, non solo esteriore, ma anche interiore; la battaglia della forma per liberarsi dalle tenebre della materia), in Michelangelo sostanziano la sua opera, il suo spirito, la sua poetica in vari momenti dell’esistenza, intrecciandosi con gli incontri che segnano i capitoli della sua biografia e quindi con i suoi eventi personali. In Michelangelo questa elaborazione porta a vertici universali e insuperabili di espressione, che non sembrano mai trovare una soluzione definitiva dei temi trattati.

Perché la mostra è stata allestita proprio a Roma e che relazione c’è con la piazza del Campidoglio?

Roma è la seconda patria per Michelangelo, anzi è quella da lui stesso scelta per buona parte della sua esistenza. Piazza del Campidoglio è anch’essa parte della mostra in quanto opera michelangiolesca. Fu proprio questo artista per ordine di Paolo III Farnese a portare sul colle del Campidoglio, che già in antico era il centro ideale di Roma, in quanto sede del tempio di Giove Ottimo Massimo, la statua equestre di Marco Aurelio, che in antico stava ai margini di grandi direttrici viarie. Buonarroti concepisce l’idea, assolutamente rivoluzionaria, e che segna una nuova tendenza nell’allestimento delle piazze, non solo italiane, ma europee, della statua come centro propulsore di uno spazio urbano, collocandola nel cuore di questa piazza. Michelangelo stesso realizza il progetto di questo spazio, che già nel Quattrocento aveva visto nascere alcuni edifici, ma che nella sua nuova articolazione simmetrica, orientata in senso opposto rispetto all’antico, perché volge le spalle ai Fori, diventa il centro del nuovo assetto urbanistico che lo stesso Paolo III stava concependo per Roma. In fondo Michelangelo architetto a Roma ha la possibilità di reinventare una città, di ridisegnarla. La nuova città pontificia e suoi edifici, pensiamo anche a Porta Pia, si innestano in questo nuovo impianto urbanistico voluto dai papi.

È esposta tra tante opere la ‘Madonna della Scala’ proveniente da Casa Buonarroti, che deve molti spunti stilistici a Donatello, ma che ne fa anche un’opera di rottura. Ce ne parla meglio?

La ‘Madonna della Scala’ è un gioiello assoluto della mostra, prestata generosamente dalla Casa Buonarroti. È un’opera giovanile, realizzata da un artista che non aveva forse nemmeno 15 anni, e ricordata dai biografi che notano come in essa sia evidente l’interesse per Donatello, studiato a fondo da Michelangelo sia nella tipologia di questa Madonna che abbraccia, tiene e protegge il bambino, ma anche nell’uso dello stiacciato, cioè la maniera di assottigliare il rilievo progressivamente dai primi piani sino alle figure del fondo che sono più scabre, non rifinite e meno levigate, oltre che appena rilevate. Esse sembrano emergere lentamente non solo dalla materia, ma anche dalla penombra di un ambiente. Michelangelo dimostra di partire dal maestro dei maestri, Donatello, ma rielabora in forma assolutamente personale questo modello che non è l’unico. Sicuramente in quest’opera il richiamo al moderno, cioè a Donatello, è molteplice, ma si accosta anche a quello antico. L’artista mostra questa duplice evocazione che caratterizzerà tutta la prima parte del suo corpus. La figura della Madonna velata, avvolta interamente nel manto, richiama i rilievi dei sarcofagi antichi non solo romani, ma anche etruschi. Il suo profilo, con lo sguardo sopra la testa del bambino, come sempre saranno le Madonne michelangiolesche che non volgono mai gli occhi al figlio, ma lo proteggono, lo avvolgono, lo nutrono con lo sguardo profetico di chi già vede il presente e tutto ciò che avverrà. È lo stesso sguardo delle Sibille della Sistina e dell’altro capolavoro di Casa Buonarroti, il disegno con la ‘Madonna che allatta il Bambino’, che risale ai tempi della Sacrestia Nuova. Nello stesso tempo il Bambino che compare sotto questo manto, allusivo del sudario, ha nella sua nudità eroica, in questa muscolatura dilatata e possente, col braccio torto dietro la schiena, richiama la scultura antica, le figure di Ercole che senz’altro erano ben presenti alla memoria del giovane artista. La scala rappresenta peraltro un richiamo alla Scala di Giacobbe, unione fra terra e cielo, allegoria della Vergine stessa, come tramite per arrivare a Dio. Sulla sommità troviamo dei putti, che sono in realtà gli angeli apteri che torneranno spesso nell’opera michelangiolesca (pensiamo ancora una volta alla Sistina e al Giudizio), e richiamano quelli che percorrevano verso Dio la scala apparsa in sogno a Giacobbe.

Ci dà un quadro del ‘Cristo Redentore’ da Bassano Romano, altra opera esposta in mostra sulla quale c’è un ampio dibattito della critica?

Il Cristo di Bassano è un’altra presenza eccezionale in mostra, esposto nella Sala degli Orazi e Curiazi, insieme alla Madonna della Scala, al Bruto, ai Trofei: opera di recente identificata dalla critica, che vi riconosce la prima versione del Cristo Risorto, che fu richiesto a Michelangelo da Metello Vari. Siamo nel secondo decennio del XVI secolo, l’artista esegue questa scultura a Firenze, ma a un certo punto si accorge di un difetto del marmo, di una venatura che altera notevolmente il viso; quindi abbandona l’opera, ma il committente ne chiede un’altra versione, che Michelangelo esegue a Firenze mentre è impegnato nella fabbrica di San Lorenzo, e la manda a Roma incompiuta lasciandone ad altri il completamento. Rimasto scontento anche di questa seconda versione, chiede al committente di poterne fare una terza, ma quello rifiuta e la seconda versione si trova oggi in S. Maria sopra Minerva.

Ignota era la identificazione della prima versione, ma proprio la presenza della venatura, peraltro evidentissima sulla guancia del Cristo risorto, ha portato al riconoscimento dell’opera; ci si interroga chi abbia portato a compimento questa prima versione, e sono state avanzate proposte sul fatto che vi abbia partecipato anche Bernini: certamente la materia appare sensibile, la qualità dell’opera è di grande fascino, e dunque le ipotesi restano aperte, anche se la mostra vuole richiamare su di essa l’attenzione e aprire un dibattito.

La presenza del Cristo di Bassano in mostra vorrebbe invitare il visitatore ad allungare il passo, una volta fuori dai Capitolini, per giungere alla chiesa della Minerva e rivedere là il Cristo che troppe volte resta ignorato.

In mostra vi sono anche degli strepitosi disegni di Michelangelo provenienti dalla collezione del British Museum. Quanto era importante per Buonarroti il disegno per la realizzazione delle sue opere?

Senz’altro i disegni dal British Museum sono tra i pezzi più prestigiosi della mostra, di altissima qualità, alcuni dei quali in origine erano nella collezione Buonarroti e testimoniano –insieme ai molti provenienti da Casa Buonarroti (ricordiamo che vi sono complessivamente quasi 50 disegni autografi di Michelangelo esposti)– come il disegno sia uno strumento espressivo fondamentale per questo artista, non soltanto un mezzo di elaborazione progettuale, ma un momento di messa a punto definitiva di un’idea: non per nulla in una fase della sua vita, agli inizi degli anni trenta, Michelangelo realizza vari cartoni che fa tradurre in pittura da altri, pensiamo a quelli forniti per i dipinti di Sebastiano del Piombo, oppure al cartone con ‘Venere e Amore’ tradotto in pittura da Pontormo, o quello del ‘Noli me tangere’ che sempre Pontormo dipinse per Vittoria Colonna. Il disegno quindi è un momento unificante delle arti, e ad esso viene dedicata l’Accademia, fondata a Firenze da Cosimo I de’ Medici, duca della città, e posta sotto il nome tutelare di Michelangelo, intitolata Accademia delle Arti del Disegno. Il disegno, espressione della mente dell’artista, è un padre, sotto cui si pongono le tre arti: architettura, pittura e scultura, tutte praticate da Michelangelo.

Quanto è stato difficile riassumere il genio michelangiolesco in pittura, scultura e architettura selezionando solo 156 opere per questa mostra?

Va detto che 156 opere non sono poche, e comunque abbiamo quasi 50 disegni autografi, una decina di opere tridimensionali dell’artista, e voglio ricordare anche i 10 manoscritti, che richiamano la ricchissima produzione di lettere michelangiolesche, ma anche Michelangelo poeta. Infatti una delle finalità della mostra è di mettere in evidenza non solo l’artista come scultore, pittore e architetto, ma una personalità quadruplice, perché anche poeta. Non a caso ogni sezione della mostra è introdotta da una rima, selezionata dal professor Riccardo Bruscagli, che si lega al tema ivi proposto nella sua duplicità contrapposta: vita/morte; amore celeste/amore spirituale, antico/moderno; vinti e vincitori in battaglia, ecc. Il legame fra arte e poesia è dunque fortissimo in Michelangelo, segna le tappe della sua vita e la sua biografia.

Certo, fare una mostra su Michelangelo è sempre un’impresa che sulle prime scoraggia e desta timore affrontarla, nel senso che di fronte all’opera di questo artista nel suo complesso, come già detto di quadruplice aspetto, tutto sembra essere assai limitato, perché molte sue creazioni sono inamovibili. Il nostro intento è stato di evocare, attraverso questa successione per temi, in nove sezioni, temi legati alla spiritualità di questo artista, alla sua poetica, che si esprime in vari modi, e seguendo con le opere, i diversi momenti della sua vita. La mostra non vuol essere affatto monografica, e in questo senso esaustiva, ma si spera di aver portato l’attenzione su queste tematiche così profonde, e al tempo stesso così alte, di un artista che ancora oggi riesce a stupire e a coinvolgere, e che nelle sue riflessioni presenta molti argomenti sui quali tuttora ci interroghiamo, e che per questo fu detto anche dai suoi contemporanei un artista universale.

Anche a Sergio Risaliti, altro curatore della mostra, abbiamo rivolto delle domande.

In mostra c’è il ‘Bruto’ di Michelangelo dal Museo del Bargello, che si rifà a modelli antichi, ma con variazioni michelangiolesche nella resa stilistica. Ce ne può parlare meglio?

Questa scultura, così straordinaria e affascinante, ci proietta in una storia italiana, anzi europea, di grandissima drammaticità e forza. Michelangelo, come altri fiorentini, deve abbandonare Firenze dopo il rientro dei Medici nel 1530, ma egli in realtà lascerà la città solo nel 1534 e a Roma entrerà in contatto con molti degli esponenti del partito antimediceo, i cosiddetti fuoriusciti, tra cui Donato Giannotti e il cardinale Ridolfi: ed è in questo contesto che nasce sicuramente il Bruto. Una delle date che permettono di collocare nel tempo l’opera è l’assassinio del duca Alessandro, detto il Moro, ad opera di Lorenzino de Medici nel 1537. Un’altra data di riferimento può essere l’entrata a servizio di Donato Giannotti presso Ridolfi nel 1539. Per alcuni aspetti formali, secondo la critica la scultura ebbe come opera di riferimento ed ispirazione il busto del cosiddetto Caracalla, di cui in mostra si espone una replica conservata ai Musei Vaticani. Probabilmente quella che Michelangelo poté vedere, esaminare e studiare era invece la copia degli Uffizi, come spiega bene nel catalogo il professor Muscillo. Accanto all’opera michelangiolesca in mostra è esposto il cosiddetto Bruto Capitolino, che dovrebbe essere identificato, anziché con Marco Giunio Bruto (uccisore di Cesare), con Lucio Giunio Bruto (colui che scacciò da Roma il re Tarquinio il Superbo): in ogni caso un esponente della cultura repubblicana antica.  In ogni caso il Bruto di Michelangelo, una volta realizzato, suscitò grandi riflessioni sulla libertà repubblicana e sulla ‘utilità’ del tirannicidio. L’azione di Bruto nel Cinquecento era da molti esaltata come qualcosa di necessario per liberare il popolo dalla oppressione del dispotismo e della tirannia; la figura del Bruto michelangiolesco, a differenza delle altre due, così fortemente segnate da espressività e da un realismo di straordinaria potenza (uno è un marmo, l’altro un bronzo), appare di grandissima modernità, in cui il carattere realistico viene superato da una sorta di idealizzazione, quasi immagine di una figura di eroe volitivo, determinato, con lo sguardo rivolto sia all’interno di se stesso, nell’attimo della idea di un’azione che sarà determinante nei passaggi storici, sia come volontà rivolta in avanti, proiettata fuori, come se Michelangelo ancora una volta, come già fatto col David, volesse presentare non tanto il momento dell’azione, quanto la sua preparazione o prefigurazione.

Il Buonarroti fu in contatto con molti papi (Clemente VII, Giulio II e Paolo III) e personaggi storici quali Vittoria Colonna e Lorenzo de’ Medici. Come è documentata questa relazione nella mostra?

In mostra abbiamo volutamente cercato di proporre al visitatore una galleria di ritratti, accompagnandoli con le lettere e altri documenti cartacei: tutto questo perché il pubblico potesse ricostruire, nel percorso, il contesto culturale, politico e sociale, il background insomma, in cui gravitava e agiva l’artista fiorentino, che pur essendo a volte assai introverso, o preferendo la solitudine per poter ottimizzare al massimo la concentrazione, era circondato dai grandi protagonisti della storia e della cultura della sua epoca, come i papi, o altri personaggi di altissimo calibro, tipo Lorenzo il Magnifico, Poliziano, filosofi come Marsilio Ficino, e altri. I pontefici naturalmente sono i suoi punti di riferimento per tutta la vita, in quanto rappresentano i grandi committenti: Michelangelo è sì un artista universale, ma soprattutto un artista cristiano, al servizio proprio della Chiesa, e dei misteri della Rivelazione, attraverso l’arte: basti pensare alla Pietà, ai dipinti della Sistina, al Giudizio Universale, alla Cappella Paolina.

Fra tanti personaggi, due in particolare furono con lui in relazione assai importante sul piano intellettuale e spirituale: Tommaso de’ Cavalieri e Vittoria Colonna. Il legame stretto con il primo fu dettato dalla comune passione per la letteratura, il mito, le allegorie (come dimostrano i disegni donati dall’artista al de’ Cavalieri, alcuni dei quali sono definiti ‘presentation drawings’ con soggetti appunto mitologici e allegorici), mentre il rapporto stretto con Vittoria Colonna fu di grandissima intensità spirituale e caratterizzato da uno scambio di riflessioni e dialoghi in cui ritorna sovente e centrale la figura di Gesù Cristo nella Passione e Resurrezione, oltre che quella di Maria. Vittoria Colonna poi favorì l’avvicinamento di Michelangelo agli ambienti spiritualistici del cardinal Reginald Pole.

Il ‘Crocifisso di Santo Spirito’ è confrontato con quelli di Casa Buonarroti e del Bargello. Quali sono le caratteristiche stilistiche e di altro genere che avvicinano queste diverse opere?

Uno degli obiettivi del progetto espositivo era di poter confrontare una serie di manufatti o opere di Michelangelo, o attribuiti ad area michelangiolesca, relativamente alla figura del Cristo crocifisso. Sappiamo dalle fonti che al giovane artista fu permesso di studiare anatomia nel Convento di Santo Spirito a Firenze, dove sicuramente poté approfondire la conoscenza del corpo umano, del suo apparato scheletrico, della muscolatura, dei nervi; questa fu, come racconta Vasari, la base che permise a Michelangelo di superare tutti i maestri precedenti antichi e moderni nella definizione delle forme fisiche umane. Tuttavia la conoscenza dell’anatomia non fu l’interesse principale per Michelangelo, egli tendeva piuttosto alla trasfigurazione e alla sublimazione, nella sua profonda concezione dell’arte sapeva che il corpo umano bello e perfetto discendeva da quello adamitico, poi da quello di Cristo, uomo perfetto, e sarebbe stato tale soltanto nella resurrezione finale, intesa come rinascita dopo il Giudizio Universale. L’ambizione dell’artista era dunque di conoscere in forma dettagliata la composizione fisica dell’uomo, ma di trasfigurarla poi in una immagine ideale, di bellezza assoluta.

Il ‘Crocifisso di Santo Spirito’ è un’opera straordinaria, da cui emerge l’amore per la bellezza quasi inerme di questo corpo adolescente, che non potremmo definire maschile né femminile in quanto sintesi perfetta dell’umanità, dell’Unigenito, dove si registra una sensualità nel corpo, nella forma, che ci fa capire come già il giovane Michelangelo intendesse il corpo umano in termini spiritualizzati, secondo la sensibilità neoplatonica.

Il Crocifisso del Bargello è stato al centro di una discussione sull’attribuzione o meno a Michelangelo. Nella mostra come ci si è posti riguardo la sua attribuzione?

Ci si è posti in modo determinato, onesto, didattico e scientifico: cioè si è voluto invitare il pubblico, ma anche gli studiosi, a un raffronto fra le tre opere. Al Crocifisso del Bargello e a quello di Santo Spirito si è unita un’altra opera, sempre lignea, di piccole o medie dimensioni, conservata al Louvre e donata da una raccolta privata, che la critica ritiene di ambito michelangiolesco. Da qui parte una discussione sulle tre sculture, di grande bellezza e grande intensità; le polemiche hanno poco corso se il confronto è corroborato da indagini serie e riflessioni approfondite.

Cosa vi aspettate in termini di successo di pubblico da questa mostra?

Ritengo che la mostra sia importante perché riunisce una gran quantità di opere di altissima qualità, oltre 60 di Michelangelo, disegni dalla Casa Buonarroti e non solo, oltre a quelli straordinari come il ‘Nudo di schiena’ per la ‘Battaglia di Cascina’; sculture come il già ricordato Bruto, il Cristo di Bassano qui proposto come la prima versione del Redentore oggi alla Minerva, la Madonna della Scala, capolavoro giovanile dell’artista, che basterebbe da solo ad invogliare i cittadini di Roma e i turisti a salire in Campidoglio.

Ricordiamo anche i disegni che ci documentano la grandezza di Michelangelo come architetto, fra i maggiori del mondo occidentale, laddove noi lo esaltiamo prevalentemente come scultore o pittore. A tal proposito vale la pena ricordare il modello ligneo di San Lorenzo, che è un prestito eccezionale della Casa Buonarroti; inoltre, per rendere più comprensibile un percorso che non può che presentare delle assenze, peraltro giustificate dalla monumentalità e inamovibilità delle opere (come il David, ad esempio, o le sculture della Sacrestia Nuova, o gli affreschi), abbiamo cercato di ovviare con delle riproduzioni anche in gesso, di epoca ottocentesca, o moderni, oltre a strumenti multimediali, video, o fotografie, perché la mostra ha volutamente un suo carattere narrativo e didattico. Nel tentativo di raccontare l’immensa arte di Michelangelo, si sono usate sezioni tematiche basate sulla contrapposizione di temi paradigmatici, forti, messe a disposizione del  pubblico per favorire l’incontro con questo genio universale.

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