martedì, Settembre 21

Michael Moore: l’invasione che preferisco

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Ma come e quando è nata l’idea di un film del genere? “Il progettoracconta lo stesso Moore, “è iniziato quando avevo 19 anni. Subito dopo aver abbandonato l’università, mi sono procurato un pass Eurail e una tessera degli Ostelli della Gioventù e ho trascorso un paio di mesi a viaggiare per l’Europa. Mi trovavo in Svezia, dove mi sono rotto un dito del piede e qualcuno mi ha mandato in una clinica. Poi, quando sono andato per pagare il conto, non c’era nessun conto da pagare. Non riuscivo proprio a capire. Davvero, non avevo mai sentito niente del genere. E allora mi hanno spiegato come funzionava il loro sistema sanitario. E in tutta l’Europa ho continuato ad imbattermi in piccole cose di questo tipo e a pensare: ”Che bella idea! Perché non lo facciamo anche da noi?La mia idea iniziale era di andare ad invadere altri Paesi e rubare qualcosa di diverso dal petrolio. E lo avrei fatto senza sparare un solo colpo. Mi ero dato tre regole: non sparare a nessuno; non prendere neanche una goccia di petrolio; portare a casa qualcosa da poter utilizzare.

Moore nell’inanellare vari episodi ed aneddoti, racconta di quando  una signora finlandese gli disse che il loro era il miglior sistema scolastico. Era il Ministro dell’Istruzione, che gli donò un libro con l’elenco di 100 cose che la Finlandia fa bene. Per verificare se ciò corrispondesse a verità, poiché neanche i suoi film producer erano al corrente di ciò che di positivo accadeva altrove, decisero di  intraprendere questo viaggio. Mi piace andare al cinema, dice ancora Moore, “e imparare e incontrare cose che prima non conoscevo. Tanti gli incontri e le storie che il film propone, che stupiscono  lo stesso regista, come quando una coppia di italiani – racconta –  gli disse che i 15 giorni di viaggio di nozze, sono stati loro pagati.  E’ la prima volta che ho sentito una cosa del genere!”. 

Il welfare e la sanità pubblica (in Europa, in Francia soprattutto e anche a Cuba)  sono temi  ben presenti nella sua filmografia. Lo sottolinea Elisangelica  Ceccarelli, nota esperta di cinema, ospite spesso di Cinematografo, il programma tv condotto da Gigi Marzullo, autrice e conduttrice  del programma Il Grande Cinema  ( in onda su TVRTeleitalia-7 Gold, che dirige):  “Ho conosciuto questo giovanottone americano al Festival  di Cannes, quando nel 2002 vinse la Palma d’Oro con il film Fahrenheit 9/11, ma conosco quasi tutta la sua filmografia. Lo reputo un bravo documentarista, che assume prese di posizione scomode,  anticonformiste in un Paese conformista. Anche se, a mio giudizio, talvolta spinge un po’ troppo sull’acceleratore, lo trovo un regista dotato di coraggio e dalla costante ricerca delle verità  nascoste“.

Michael Moore, autore, regista e produttore,  è nato a Flint (Michigan) , ha frequentato il seminario cattolico e a 22 anni ha fondato il Flint Voice, un quotidiano alternativo riconosciuto a livello nazionale. E’ dell’89 il suo primo film, Roger& Me, che realizza incassi record e  inaugura il movimento moderno del film documentario. Da allora molte le sue produzioni e anche la fondazione del Traverse City Film Festival, dal nome della cittadina del Michigan dove vive. Con questo lavoro, che la critica considera il suo film più ottimista, Moore si pone su un terreno nuovo e diverso, lo dice lui stesso: “Forse ho semplicemente trovato una maniera più sovversiva di gestire la rabbia che  provo nei confronti delle condizioni in cui versa il mio Paese. Non sono mai stato un cinico, ho sempre creduto che il cinismo non fosse che un’altra forma di narcisismo. E credo nella bontà delle persone e credo che la maggior parte della gente abbia una coscienza e distingua il giusto dallo sbagliato. Quando smetteremo di vivere nella paura e di essere stupidi, le cose andranno meglio“.

Con questo film, Moore chiede al Pentagono di ritirarsi, d’ora in poi sarà lui ad occuparsi delle invasioni in nome dell’America. Ma alla sua maniera, pacifica e con  la  convinzione che le soluzioni  ai problemi più radicati negli States esistono già nel mondo e aspettano solo di essere adottate. Insomma, il suo suo  – afferma – “è un film sull’America senza che sia stato girato un solo fotogramma in America“. Questa  era la sua sfida.  Il ritorno  sui nostri schermi di Where to invade Next,  induce anche  gli italiani e gli europei ad una riflessione  sul valore universale  di alcune conquiste sociali  conseguite sul terreno del welfare, della sanità pubblica,   dell’ambientalismo, della lotta (ancora insufficiente)  alla povertà,  dell’accoglienza, del volontariato e della solidarietà umana, che  corrono il rischio di essere rimesse in discussione. Conquiste di civiltà che troppo spesso dimentichiamo o sottovalutiamo.

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