sabato, Aprile 17

Michael Moore: l’invasione che preferisco

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I media nazional popolari fanno un ottimo lavoro ripetendoci ogni sera come il resto del mondo sia così brutto, si paghino tantissime tasse, sia proprio orribile…ma ogni pochi anni vi chiedo due ore del vostro tempo per conoscere l’altra versione, l’altra verità su ciò che accade…e se mi si chiede perché non abbia sottolineato il tasso di disoccupazione in Italia, la mia risposta è che sono andato lì per raccogliere fiori, non erbacce”.

Così  il noto regista e documentarista  americano Michael Moore,  spiega le ragioni che lo hanno spinto ad andare alla ricerca dell’Europa da scoprire,  conoscere,  ‘invadere’ (pacificamente!) e  delle conquiste che lo hanno stupito e che presenta nel suo ‘reportage’ dal  provocatorio e ironico titolo  Where to Invade Next (prodotto scritto e diretto da lui stesso). Il docu-film non è una novità assoluta, nel senso che torna il 9, 10 e 11 maggio  nelle nostre sale ad un  anno esatto di distanza dalla sua prima  fugace apparizione. Vi ritorna dopo il successo nel 2016 al Toronto International Film Festival e al Festival Internazionale del Cinema di Berlino.

Il  film è rivolto soprattutto al pubblico americano, il quale dovrebbe imparare  molte cose dalla ‘vecchia Europa’, Italia compresa. Ma sarà utile anche per il nostro pubblico, non solo quello dei cinefili, sapere come un regista attento, aperto  e impegnato sul terreno dei diritti umani, della giustizia e  della democrazia come  Michael Moore,  creatore di Fahrenheit 9/11 (Palma d’Oro 2004) e Bowling for Columbine (Premio Oscar 2002ci vede e ci descrive. Singolare è il fatto che il documentario  torni sui nostri schermi in un tempo di sistematica denigrazione (e autodenigrazione)  del nostro Paese e dell’Europa,  di offese e insulti sistematici, di disfattismo totale (cui le recentissime elezioni francesi  sembrano aver posto un freno).

Sembrerà  strano che ci sia qualcuno che  additi anche il nostro  Paese – sì, anche l’Italia,  dove il reportage inizia il proprio cammino-  come un esempio positivo da seguire. E da cui si deve  imparare. E’ questa nostra ‘vecchia’ e cara Europa, con la sua realtà sociale, culturale, umana, oggetto della prossima invasione….Usa, quella   proposta da Michael Moore. Proprio a Firenze, la città in cui furono girate le prime scene, al Cinema La Compagnia, il film  è stato proiettato in anteprima (8 maggio)  in apertura della Rassegna Best Of.  “Per la verità si tratta di una seconda anteprimami dice Elisabetta Vagaggini,  responsabile dell’area cinema della Fondazione Sistema Toscana, “poiché la prima fu lo scorso anno, ma ben pochi  poterono vedere il film.Per presentarlo  in anticipo sulle date di programmazione, abbiamo trovato un accordo con la casa di distribuzione, purtroppo anche stavolta sarà visibile per tre soli giorni ed in poche sale, i circuiti distributivi commerciali prediligono altri generi di film, noi invece che intendiamo promuovere quelli che hanno un certo valore culturale, non guardiamo alla cassetta…è il nostro compito. Ne raccomandiamo la visione“.

Come si snoda è presto detto. Michael Moore, interpretando il ruolo dell’’invasore’, fa visita ad una serie di nazioni (Italia, Francia, Finlandia e Islanda) per prendere spunto su ciò che  in queste società funziona bene: e che pertanto sarebbe opportuno esportare nel suo Paese, gli USA, che necessità di  nuovi modelli di politiche sociali. Il pellegrinaggio di Moore parte da Firenze, dove il regista si confronta con una coppia, visita le industrie di Lardini e Ducati, scoprendo che qui i dipendenti prendono la tredicesima e le lavoratrici in gravidanza hanno diritto a cinque mesi di congedo maternità.

Il viaggio continua in Francia dove le mense scolastiche servono quotidianamente piatti di alta cucina molto diversi da quelli americani; in Islanda, dove il potere è in mano alle donne, le uniche che sembrano sapere come governare; in Finlandia dove esiste uno dei sistemi scolastici più virtuosi al mondo. Segni di civiltà e buon senso, che per Moore non sono una lontana utopia, ma beni preziosi da contrapporre all’arricchimento materiale selvaggio e allo sfrenato capitalismo americano.

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