venerdì, Maggio 7

Mi dimetto da italiana field_506ffbaa4a8d4

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Sfornare ogni giorno un ‘AMBRacadabra‘ è soggetto anche ad un vortice di cambi di argomento in corsa. Venerdì sera ero convintissima che, il martedì successivo  -visto che di lunedì sono di corvée con le interviste– il tema da affrontare sarebbe stata l’inopportuna carriera televisiva di Ilaria Cucchi. Ne avevo parlato con il Direttore del nostro Giornale e ci eravamo trovate d’accordo che lapecunia dolorisè cosa ben diversa da un incarico in RAI. Specie, poi, a fronte delle porte chiuse in faccia a giovani di talento, a cui  -finché non si espleteranno le prove per il concorso di accesso in RAI-  è proibito di sognare un piccolissimo incarico nella maggiore industria culturale italiana‘ per una norma che non consente di contrattualizzarli, in mancanza di prima utilizzazione. E’ la foglia di fico che difende il diritto e l’arbitrio a stipulare contratti solo verso i ‘soliti noti’, tirati dentro con vari escamotage, stile ‘contratto da programmista – regista’ anche per chi, in buona sostanza, fa il giornalista.

Ma ora cambiamo bersaglio. Nel frattempo, fra venerdì e oggi, ne son successe di cose. A parte il fatto che oggi è 25 novembre e, una in trincea sui diritti delle donne come me non poteva bigiare almeno un pensiero accorato riguardo le donne vittime di violenza. Ho letto le raccapriccianti statistiche che registrano un’ininterrotta escalation di femminicidi; è una sorta di coccodrillo, di ‘pezzo freddo’ che rimane nelle memorie dei computer delle redazioni di interni, aggiornato ad ogni mortammazzata… ovvero, ormai, secondo le statistiche, ogni due giorni. Sconvolgente: non c’è differenza di status, di ceto sociale, di ricchezza o povertà; di età; di percorsi culturali; di titoli di studio. Ad uccidere sono l’avvocato o il disoccupato; ad essere uccise sono la casalinga o la dottoressa. Indifferentemente. La dinamica dei rapporti uomo/donna è il baricentro di tutti; il trauma dell’abbandono, quando la donna dice ‘Basta’ è l’elemento scatenante.

Di fronte alle relazioni sentimentali sembra che, dinanzi ai nostri occhi di donne, cali un velo, una cateratta amorosa che sgrana la visione e ci fa attribuire anche a Landru o a Jack lo Squartatore un sacco di belle qualità. Io sono il prototipo di chi, nei rapporti con gli uomini, prende sviste incredibili, re-impastando il personaggio che l’attrae con il collante dei propri sogni. Nel mio caso, non vi dico le botte in testa che mi costringono ad aprire gli occhi! Fortunatamente (finora: mai dire mai… purtroppo!) non ho impattato maschietti con raptus assassini… ma sono stati pura fortuna e un angelo custode piuttosto affannato a proteggermi. E la mia schifiltosaggine verso certi tipi di uomini che fanno trasparire, malgrado tutto, certe propensioni… ma ciò non mi ha messo al riparo dalle violenze morali, di quelle che lasciano i lividi sull’anima. Fine della lagna: a confronto delle 179 donne uccise nel 2013, la maggior parte per mano di partner o ex partner, sono la fortunata vincitrice della lotteria della vita.

Saltando di palo in frasca (è la specialità della casa), voglio ora arrivare al punto, che giustifica il titolo dell’articolo. Mi ha dato molti spunti di riflessione l’affluenza record, in senso negativo, alle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Il primo caso, più che il secondo. Perché l’Emilia dovrebbe essere la fucina, la locomotiva della forza politica al Governo. Ha vinto, vabbé, ma di qui a convincere ne passa…

L’astensionismo endemico è un messaggio forte e chiaro, specie in una Regione che si connotava per essere catechizzata a sinistra in maniera capillare. Ovvero, pare che gli elettori vogliano dire a Matteo Renzi che non si riconoscono più nella sua dottrina piddina… Naturalmente, il nostro sportivissimo Premier si è esibito in un recital assolutamente inedito: mentre tutti i commentatori sottolineavano che è del tutto anomala un’affluenza persino inferiore a quella dei Paesi anglosassoni, un vero vulnus alla democrazia, perché ormai a decidere sono 4 elettori su 10, lui, sul disinvolto spinto, se n’è uscito con una dichiarazione sconcertante: «L’affluenza è un problema secondario».

E quale sarebbe quello primario, per uno che si trova lì non perché ha vinto le elezioni, ma solo perché le primarie interne di un Partito gli hanno messo in mano le redini dell’Italia? La superficialità della risposta è, naturalmente, pienamente in linea con il personaggio che l’ha data. Mi sarei stupita se, invece, si fosse abbandonato ad un’analisi circostanziata della situazione; avesse fatto un esame di coscienza sul perché e il percome si sia scatenata, negli elettori di Emilia Romagna e Calabria, quest’epidemia di allergia alle cabine elettorali. Che sia scoppiata una sindrome generale di claustrofobia? Che sia la reazione ‘di pancia’ dei cittadini che vedono andare a rotoli il Paese   -e la proprio stessa situazione personale- e, non andando a votare, vogliano esprimere il proprio ‘grido di dolore’?

Tutte le ipotesi sono buone. Io non abito né a Reggio Calabria, né a Reggio Emilia  -divertente, il naufragio astensionista delle due Reggio-  e non posso parlare in materia. Però, tale situazione mi pare un sintomo forte e chiaro della deriva delle Istituzioni e del rispetto verso di esse. Finché non era così evidente il fallimento totale della politica, ormai considerata semplicemente un albero della cuccagna per intraprendenti giovincelli e giovincelle, si manteneva un certo rispetto verso le istituzioni, considerate i propilei dello Stato.
Ma quando il cittadino impotente si trova di fronte ad un sistema elettorale completamente arbitrario, che gli impone di votare per cortigiani di Segreterie politiche o di singoli ras, che senso ha andare a votare? Quale partecipazione può dare su questioni già pre-definite altrove? Altro che riforme…

Dunque, ci troviamo ora dinanzi a una situazione ingovernabile, o governabile solo come brasseurs d’affaires, ovvero in conventicole dove i cittadini sono considerati solo come vacche da mungere. Vacche che non sono neanche più grasse, ma molto simili a quelle scheletriche che circolano in India, intoccabili in quanto sacre -che se ne fanno di uno Stato depauperato della voce democratica dei cittadini se non nell’inconfessato (e inconfessabile) intento di avviarlo verso un’oligarchia underground?

I fatti, non le parole, son quelli che parlano. Facta concludentia, dicevano i miei insegnanti di Diritto. E, se i facta concludentia son quelli di un Presidente del Consiglio che afferma che l’affluenza risicata è secondaria, allora c’è da ipotizzare che a lui serve che un sempre maggior numero di italiani NON vada a votare. Anzi che lo faccia, come ho letto recentemente da un pezzo del caro Massimo Gramellini, direttamente sulla sua mail di Palazzo Chigi: matteo@governo.it. Anche questa, una dissacrazione del ruolo, come si scrivesse al proprio cugino. E’ la riforma verso l’oligarchia, bellezza!

 

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