giovedì, Giugno 17

Mezzo secolo fa San Marco portò l’Italia nello spazio

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Il 15 dicembre 1964 da una base di lancio americana l’Italia inviava la sua prima sonda orbitale nello spazio. Era una modesta nazione la nostra, compressa tra le mire nazionaliste centro-europee e un Mediterraneo in agguato perenne; la sconfitta dalla guerra ancora ci teneva esposti tutti al tormento di piaghe non del tutto rimarginate eppure pochi uomini con pochissimi soldi realizzarono un progetto che ci avrebbe posto sul podio dei primi tre stati ad aver collocato un satellite in orbita. Prima di casa nostra, “appena” Unione Sovietica e Stati Uniti. Il dispositivo lanciato era il San Marco 1 e i suoi ideatori provenivano essenzialmente dalla facoltà di ingegneria aerospaziale de La Sapienza di Roma. Ora, è pretenzioso affermare che il progetto italiano sia stato in competizione con il blocco sovietico e con la potenza americana e eviteremo qualunque errore di trionfalismo ma proveremo a raccontare cosa sia avvenuto per trarne le dovute conclusioni.

 

La prima tappa di una storia

Il lancio del primo San Marco avvenne nella Wallops Flight Facility. La base, aperta nel 1945, si affaccia sulla costa orientale degli Stati Uniti a est della Virginia, presso la penisola Delmarva a meno di 200 km. da Washington. E là, è operativo il Goddard Space Flight Center, uno dei principali siti della NASA per gli studi dei programmi suborbitali. Poco dopo le 14:30 del 15 dicembre di 51 anni fa, al termine del consueto count-down, iniziò la grande avventura del nostro piccolo, grande Paese quando dai tecnici della NASA fu dato l’ordine di lancio allo Scout X4 alto 25 metri che si alzò potente verso l’alto per trasportare una palla metallica di circa mezzo metro di raggio piena di tutta la tecnologia e il buon senso che il gruppo di ingegneri di San Pietro in Vincoli era riuscito a mettere assieme. Ma avevano lavorato con lena, i nostri scienziati perché quel lancio era essenzialmente un test ed era l’unico modo per convincere il mondo occidentale della capacità operativa dell’Italia nel settore per cui qualunque errore sarebbe stato imperdonabile. E poi l’Italia era al centro di anni duri; la prima congiuntura del dopoguerra stava mordendo già la coda ad un miracolo che aveva fabbricato molte speranze e tantissime illusioni. Nonostante i governi si alternavano l’uno dopo l’altro in un clima di grande instabilità e quantunque quel periodo fosse adombrato da grossi rischi reazionari e da poteri poco chiari, in alcune università si stava lavorando giorno e notte per ricostruire un tessuto scolastico in grado di poter portare l’Italia oltre lo stato di arretratezza causato da tanti fattori storici e politici che l’avevano fiaccata, ma l’impatto con le realtà di indigenza e di un oscurantismo ancora in piena forma seguitavano a soffocare il divenire di innovazioni che avrebbero potuto pigiare il Paese molto più avanti. Poi c’erano in ballo questioni assai rilevanti. Il sistema elettrico nazionale era stato unificato perché da esso sarebbe dipeso il nuovo assetto industriale attraverso la costruzione delle dorsali ad alta tensione, l’elettrificazione delle zone rurali e la realizzazione del centro nazionale di dispacciamento al fine di gestire i flussi di energia sulla rete di produzione, trasmissione e distribuzione. Problemi assai complessi che avrebbero sommerso altri meno pressanti se la caparbietà e la determinazione di alcune menti pensanti non avessero spinto l’Italia anche su altre strade poco tangibili. Inoltre l’Europa cercava anch’essa i suoi segmenti di crescita nello spazio tirando la coperta italiana verso scelte più comunitarie e meno atlantiche. O forse più comode per qualcuna delle nazioni che sperava di gestire in prima linea situazioni non lontane dalla strategia militare e imprenditoriale che con la mentalità continentale entravano ben poco.

 

San Marco

San Marco 1 rappresentava semplicemente una sonda. Il suo compito era quello di effettuare esperimenti tra 198 e 856 km. di quota per fornire dati che sarebbero stati preziosi contributi per tutti i lanci a seguire. E rendere ai tecnici italiani quella credibilità necessaria per realizzare un progetto in piena autonomia. Naturalmente il lancio non nasceva dal nulla. L’interesse dell’Italia per lo spazio si delineava nella seconda metà degli anni Cinquanta con l’invio di alcuni allievi delle università italiane negli Stati Uniti per approfondire la fisica delle velocità ipersoniche e i comportamenti degli elementi meccanici in ambienti così spinti. Tra gli studenti da ricordare, due ragazzi che sarebbero diventati grossi nomi dello spazio mondiale: Carlo Buongiorno a Roma e Luigi Napolitano a Napoli. Il regista di questo programma stratosferico era Luigi Broglio, proveniente dall’Arma Aeronautica, docente a La Sapienza, studioso di fama internazionale. Veneziano di nascita e si dà per certo che il suo progetto prendesse proprio il nome del santo patrono della sua città. Il viatico era stato ovviamente complesso e aveva opposto molti ostacoli che sarebbero apparsi insuperabili se il team di Broglio non avesse avuto il cemento di un entusiasmo smodato e uno spirito di abnegazione di pari intensità. Ma argomentazioni così spinte, come può essere la ricerca spaziale, specie se a ridosso delle due superpotenze che dominavano il mondo con il potere missilistico, non avrebbero avuto modo di essere, senza avere un interesse politico e un sostegno del maggior partito presente nel Parlamento italiano.

Broglio però non era arrivato a questa conclusione per una raccomandazione politica. Il 13 gennaio 1961 a Perda Is Furonis in Sardegna con un vettore Nike opportunamente modificato, il suo staff aveva portato a termine la ricerca denominata “Nube di Sodio” e da questi studi erano scaturiti risultati rilevanti per la comunità scientifica mondiale ma soprattutto, ora si doveva fare il salto di qualità. Una sonda vera e propria che andasse ad indagare oltre l’aria che noi respiriamo, oltre quella soglia di gravità che ci tiene opportunamente ancorati al suolo della nostra Terra. Oltre il futuro. Quindi le credenziali per una ricerca assai seria c’erano tutte. Sorgevano però due difficoltà: come e dove lanciare questo mezzo costruito nei recinti dell’università. Per il lanciatore, l’Italia non era ancora pronta. Ma era agli inizi anche l’Europa, che effettuava costosi esperimenti dall’Australia cercando di coniugare le tecnologie dei suoi paesi membri senza riuscire a proporre congiuntamente un prodotto competitivo. Gli Stati Uniti avevano da parte loro un arsenale importante frutto di molte ricerche ma anche di una volontà militare fortemente aggressiva. In Italia i silos della base militare di Gioia del Colle erano pieni di missili Jupiter pronti ad essere lanciati contro Mosca se il Cremlino avesse dato ordini di guerra dall’isola di Cuba.

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