venerdì, Settembre 24

Metti la politica fuori dai talk show e lo share s’impenna Davvero i talk show italiani sono morti? Le opinioni di David Parenzo, Barbara Romano, Anna Mazzone, Antoinette Nikolova, Dimitri Deliolanes

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talk show politici

 

Un tempo i talk show si invadevano, non si evitavano. Prestare la propria immagine alla telecamera era un onore, ma anche una garanzia. La sanno lunga addetti stampa di partito e portavoce di Governo, per lungo tempo impegnati a gestire il traffico incrociato delle richieste delle reti e le pressioni dei propri assistiti per ottenere un’ospitata in uno dei salotti chic della tv. Ma oggi è ancora così?  

E’ ripartita da qualche settimana la stagione dei talk show politici. Nuovi debutti e vecchi duelli sono tornati a confrontarsi sui principali temi di attualità, ma anche a contendersi i leader politici di primo piano nella speranza di ottenere il fatidico scoop. I tempi di Alan Frost sono ormai tramontati, e con essi la convinzione che con i salotti tv si potesse confezionare un prodotto informativo gettonato e seguito.    

Per anni nel nostro Paese si è pensato che per fare il boom d’ascolti l’ospite politico fosse la soluzione. Nei palinsesti che accompagnavano le prime e le seconde serate degli italiani, la ‘tv delle parole’ era diventata la cena cui non si poteva più dire di no. Attraverso il piccolo schermo si prendevano appunti e spunti, si conoscevano i leader. Quelli che in tv convincevano venivano ripagati nei sondaggi e nelle urne.    

Certo, a dare man forte all’audience è stata anche la politica italiana: da sempre considerata – soprattutto dagli osservatori stranieri – fonte inesauribile di critiche, ma anche di curiosità.  E quindi di notizie. Tuttavia, con gli anni, la staticità di alcuni palinsesti, unita ad un riempimento all’inverosimile dei programmi di approfondimento politico, ha reso «nauseante» un prodotto fino ad allora considerato d’eccellenza.  

La definizione è del conduttore di ‘Servizio Pubblico‘ Michele Santoro. Persino lui, che pure di quel tipo di format può essere considerato tra gli inventori, qualche giorno fa è dovuto capitolare e ha parlato di «pubblico stanco del chiacchiericcio della politica nei salotti tv». 

Che cosa è accaduto? E’ stata colpa della politica italiana che è si è fatta autoreferenziale fino a diventare ridondante? Oppure del mancato adeguamento di certi palinsesti a soluzioni più tecnologiche ed avanzate che nel resto del mondo fanno invece la differenza?    

Innanzitutto è il sentimento del Paese ad essere cambiato, ed è cambiato nel profondo. La rissa continua appassiona ormai soltanto una parte marginale  dell`opinione pubblica. I dati Auditel, a tal proposito, non fanno sconti a nessuno. Basta guardare quanto è avvenuto giovedì scorso al termine della puntata di ‘Servizio Pubblico‘, quando Santoro ed il sodale di una vita Marco Travaglio hanno litigato in diretta tv. Ebbene, in quella occasione – stando ai dati diffusi da Voices from the Blogs, progetto di ricerca dell’Università degli Studi di Milano – «il gradimento in termini di sentiment si è praticamente dimezzato rispetto a quello fatto registrare nelle puntate precedenti» .

Un altro dato interessante è quello che emerge sui ‘twitter-spettatori‘: nel suo rapporto dedicato alla comunicazione e ai media, anche il Censis ha affermato che gli unici mezzi a riscuotere un successo crescente «sono quelli che integrano le funzioni dei vecchi media nell’ambiente di Internet, come gli smartphone e i tablet», mentre prosegue l’emorragia di telespettatori che usano passivamente la sola tv.    

Si pensi che in alcuni Paesi del mondo per porre rimedio a questa emorragia ci si è inventati la figura degli ‘astroturfers‘: in pratica, dei commentatori online a pagamento che diffondono post e tweet per influenzare l’opinione pubblica e, nel caso dei talk show, per far parlare bene di una trasmissione anche quando è poco seguita sulla rete. Logiche certamente lontane dal nostro modo di concepire l’informazione, ma che sono un campanello d’allarme per tutti i produttori d’informazione così come per gli analisti.      

Sintetizzando, quindi, c’è una tendenza crescente ad abolire i salotti modello curva da stadio‘, e, allo stesso tempo, a raffinare palinsesti e ospiti. Evitare, insomma, di far vedere in televisione ‘gente che non vorremmo mai avere in casa’, per citando la celebre definizione che Frost dava del piccolo schermo.    

Il pubblico, insomma, è in fuga da tutto che sa di rito e quindi di prevedibilità. E’ la tesi sostenuta in una dichiarazione rilasciataci da David Parenzo, inviato della trasmissione ‘Matrix‘, condotta da Luca Telese, e che nella seconda serata del 16 ottobre scorso ha portato a casa l’8.40% di share, decidendo di parlare della diffusione del virus Ebola. Secondo Parenzo, il talk show di Canale 5 “è uno dei pochi a non aver subito la doccia gelata del rifiuto del pubblico”. Forse, spiega il giornalista, “perché noi affrontiamo temi che toccano il pubblico, e perché parliamo di politica, ma non con la solita liturgia destra-sinistra“. Parenzo nega la fine dei talk show: “la guerra di parole ci sarà sempre“. Il calo di ascolti delle trasmissioni del martedì, ci spiega, “è forse dovuto al fatto che sono un po’ prevedibili: se sai già come il cuoco cucinerà quella minestra, anche il pubblico ne sarà meno attratto“. Ecco perché il suggerimento è quello di “offrire novità”. Anche “il grande Santoro offriva happening“, sottolinea il giornalista. Mentre oggi, prosegue, “è difficile farlo: non puoi perché c’è un unanimismo nei confronti del governo, e questo non ti permette di avere un racconto in contrapposizione“.

Il duello del martedì, infatti, è, al momento, quello più penalizzato della stagione. Non fa bene né a ‘RaiTre‘ né a ‘La7‘. Anzi, la sovrapposizione crea disamoramento nei telespettatori al punto che Massimo Giannini e Giovanni Floris vengono addirittura «battuti da Rambo e Boldi»,  come ha scritto la commentatrice di ‘Libero‘ Alessandra Menzani.  

La presenza del politico, insomma, non dà più garanzia di ascolti. Figurarsi di riscontro elettorale. I giornalisti devono cavarsela da soli, investendo in nuove strategie. E tra queste, paradosso, c’è proprio quella di lasciare a casa gli esponenti di partito.  

Sarà forse la ricerca di questo assestamento che ha fatto cambiare per ben tre volte la collocazione di Floris a La7. Il suo share non è dei migliori nonostante la partecipazione alla trasmissione Otto e mezzo di due importanti esponenti del governo Renzi: la puntata di giovedì 16 ottobre con ospite il sottosegretario Graziano Delrio ha registrato un ascolto di 1.453.000 telespettatori, share del 5,45%; quasi lo stesso dato di quella del giorno dopo con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.    

Situazione non troppo diversa dalla trasmissione ‘Ballarò‘, abituata a viaggiare su uno share a doppia cifra e che da qualche settimana si assesta intorno al 5,7-6%. Un’unica eccezione: la prima puntata, che ha registrato uno share intorno al’11% grazie alla partecipazione di una figura popolare come Roberto Benigni. Nemmeno figure di peso del mondo della politica come Giulio Tremonti, Deborah Serracchiani, il ministro dell’Ambiente Luca Galletti, o addirittura l’ex segretario del Pd Pierluigi Bersani, Mario Monti o il Sindaco di Firenze Dario Nardella sono riusciti a far alzare l’asticella.  

Resiste, invece, la ‘Terza Camera del Parlamento’. ‘Porta a Porta‘, il salotto di Bruno Vespa in onda in seconda serata su Rai1, nella puntata di martedì 21 ottobre ha realizzato un milione 240 mila telespettatori e il 13,70 per cento di share. Un successo che, come ci ha dichiarato la giornalista Barbara Romano, è dovuto innanzitutto alla figura di Vespa: “Un fuoriclasse che, forte di una lunghissima esperienza, è stato molto bravo nel reinventarsi il programma ogni anno“. Infatti, “quest’anno, ad esempio, non facciamo più puntate monografiche. Facendo durare meno i servizi si rende il tutto più intenso e ficcante, il che consente di non far calare mai gli ascolti come invece spesso avviene per i dibattiti che durano ore”.    

La politica tout court scompare anche dal nuovo programma di Mamma Rai condotto da Duilio Giammaria. Anna Mazzone, giornalista di ‘Petrolio’, ritiene che “il pubblico sia stanco di vedere sempre le stesse cose in tv“. Ormai, osserva conversando con noi, “siamo calati nell’informazione 24 ore su 24 e i talk show non riescono a dire nulla di nuovo rispetto al già visto e al già sentito. Ecco perché i mostri sacri del piccolo schermo perdono colpi“. La disaffezione per la politica si riflette pienamente sui talk show, quindi, considerati “vecchi, superati, noiosi“. ‘Petrolio’, “rappresenta un’eccezione: il record di ascolti che stiamo facendo in seconda serata indica chiaramente che il pubblico apprezza la nuova cifra stilistica con cui mandiamo in onda  video originali per raccontare le ricchezze del nostro Paese e anche le sue tante criticità, con un piglio assertivo ma non da Savonarola”. Il messaggio agli altri talk show è chiaro: “cambiate o cambiamo noi canale“.    

Spiegare all’estero il fenomeno televisivo della politica italiana è ancor più complicato. Se da un lato i giornalisti della stampa estera trovano positivo il fatto che nel nostro paese vi siano diverse opportunità televisive di confronto, dall’altro, come precisa al nostro quotidiano la storica corrispondente da Bruxelles, Antoinette Nikolova, oggi giornalista per ‘NOVA Broadcasting Group‘, “i talk show italiani sono diventati un terreno di esibizionisti; un luogo di apparizione di alcune facce politiche che alla fine non hanno niente di interessante da dire“. Insomma, precisa la Nikolova: “una vale l’altra“, perché “anziché approfondire alcuni argomenti di attualità diventano piuttosto un parlatorium”. Per un giornalista straniero i talk show sono di interesse solo nei momenti scottanti: “con l’informazione fornita dai più veloci strumenti elettronici il ruolo dei programmi televisivi deve essere quello di approfondire ciò che manca alla rete veloce”.      

Dimitri Deliolanes, corrispondente della televisione pubblica greca, è ancor più pessimista. “I talk show sono al tramonto perché stiamo arrivando alla fine della politica parlata, dell’annuncio, dello slogan pubblicitario» ci dice. “Il giornalismo, specie quello televisivo, è conservatore e ripropone le vecchie formule di successo. Ora le cose sono radicalmente cambiate. La crisi richiede atti politici, coraggiosi e immediati, indicazioni strategiche,  riflessioni innovative sull’Europa, l’euro e noi. Tutte cose che dalla televisione si fatica a raccogliere, interpretare e trasmettere“.    

Lo stesso pessimismo cui non si è sottratto, tempo fa, l’uomo che forse in Italia sa più di tutti di televisione, Giovanni Minoli. Alla domanda se apprezzava o meno i talk show del nostro Paese l’inventore di Mixer ha risposto con tono duro e tagliente: «I talk show sono la tomba dell’approfondimento e la morte della politica. Mettono sullo stesso piano tutte le opinioni, quella dell’attricetta e quella del ministro del Tesoro. Tutti uguali. Tutti nello lo stesso minestrone». 

 

 

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