sabato, Maggio 15

Metti il Botox ne' L'Unità field_506ffb1d3dbe2

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Lo ammetto, sono molto prevenuta. Ma carta canta e villan dorme e, dunque, il mio pregiudizio non è peregrino.

Quasi quasi mi verrebbe da scrivere una letterina a Matteo Fago, detentore del 51% del pacchetto azionario della NIE, la società editrice del quotidiano ‘L’Unità‘, che avrà perso il ‘sottotitolo’ ‘Organo del Partito Comunista’, ma ancora risulta coram populo ‘Fondata da Antonio Gramsci’.

Matteo io lo conosco da un bel po’, metti dai primi anni 2000.
Mi capitò di seguire per qualche tempo l’ufficio stampa della fortunatissima start up ‘Venere.com’ che rese ricchi quattro ragazzi, fra cui Matteo, con un’idea innovativa: un sito di prenotazioni alberghiere on line.
L’iniziativa, sostenuta dal fondo di venture capital Kiwi 2, creatura di Elserino Piol e Oliver Novick, divenne una realtà molto importante del settore e macinò utili, fino alla cessione ad un colosso straniero concorrente.

Ho risentito parlare di Matteo quando acquisì il pacchetto de’ ‘L’Unità‘ e ho scoperto che aveva una casa editrice che aveva pubblicato il libro di un caro amico.

Mi colpì il ‘nom de plume’ editoriale, ‘L’Asino d’oro’; pensai ad Apuleio ed alla fortuna del suo libro, ‘L’Asino d’Oro’, appunto, l’unico ‘romanzo’ antico interamente giunto fino a noi.
Sarò superstiziosa, ma il nome non mi parve particolarmente attraente … Perché ci sarà l’oro, ma sotto sotto, gratta gratta, sempre l’asino c’è.

Come al solito, l’ho presa alla larga. Perché non è Matteo (nome fatale e porte bonheur per altri personaggi quasi coetanei) l’obiettivo del mio pezzo.

Per lui, ‘L’Unità non è stata decisamente un business; anzi, gli si è squagliata fra le mani, magari mettendo a repentaglio anche il suo tesoretto, oltre che le sorti dei giornalisti e dei poligrafici.

E’ il post messa in liquidazione, il tema di questa mia cronaca lunare. I due liquidatori Emanuele D’Innella e Franco Carlo Papa, hanno infatti ricevuto  -ed ora c’è l’ufficialità-  l’offerta di una cordata tutta al femminile, composta da due ‘personaggie’ note alle cronache non specificamente per acumi editoriali, bensì per altri motivi (anche se qualche vicinanza, sforzandosi un po’, la si può trovare).

Ormai la notizia ha fatto il giro del web e non mi pare di strappare lo scoop del secolo raccontandovi che le aspiranti compratrici de’ ‘L’Unità‘ sono due signore che fanno parte della fauna vippaiolo/politico/giornalistica che circola nelle nostre lande: Daniela Santanché e Paola Ferrari De Benedetti.

Di loro non si conoscono fatiche letterarie, ma la mente, ai loro nomi, raccoglie un caleidoscopio di fotografie patinate dove emerge la bravura della truccatrice piuttosto che qualche frase memorabile. O meglio, della prima, mi pare di ricordare qualche dito medio a gogò e certe dichiarazioni scatenate.  

Naturalmente, non sono accoppiate con Carmine il verduraio o Gennarino il macellaio, bensì l’una con un caustico e partigiano direttore di un quotidiano, divenuto il portavoce di un certo Cavaliere scavallato; l’altra, in una posizione opposta, giacché suo suocero ha nientemeno che contribuito allo scavallamento del Cavaliere, aggiudicandosi giudizialmente un tesoretto mica da ridere.

Insomma, una strana coppia. Cosa le accomuna? A loro dire, conoscono la formula per riportare almeno in pareggio il dissanguato quotidiano, ormai quasi cadavere.

Un mistero gaudioso assai, giacché non è conosciuto da nessun editore del mondo, essendo il settore alla canna del gas un po’ ovunque.

I lettori, in ogni realtà socio-culturale, si squagliano come omini di neve all’Equatore, mentre loro denunciano la propria abilità di venditrici di frigoriferi al Polo.

Botox in resta, Santanché & Ferrari, invece, si dichiarano sicure di poter compiere il miracolo.

La Redazione, pur ammettendo di essere allo stremo  -sono mesi che gli stipendi non vengono pagati- inorridisce alla ‘proposta indecente’ delle due damazze. E si dimena come un capitone a Natale.

Le alternative presentate ai liquidatori non è che appaiano tanto più concrete: c’è anche da considerare che ogni salvataggio pubblico per L’Unità‘ susciterebbe un vespaio perché la carta stampata è tutta, suppergiù, nella medesima palude.

Se L’Unitàpiange, ‘Europa’, quotidiano nato dalla trasformazione del democristiano ‘Il Popolo’, non ride.

Anche lì si parla di pochi mesi d’ossigeno. La dead line del quotidiano diretto da Stefano Menichini parrebbe fissata al 30 settembre.

E da qualche parte è spuntata l’ipotesi di fondere i due giornali … ma sarebbe come proporre una fusione fra le squadre di Roma e Lazio; o fra Inter e Milan… Insomma una mission impossibile che pare sia giunta nel cesto delle patate bollenti del povero Premier.

Mai una gioia, per lui, dalle vicende editoriali legate al PD. Perché, in alternativa alla congiura delle Dame potrebbe esserci l’acquisto (almeno per ‘L’Unità’) da parte della Pessina Costruzioni. Un nome low profile, ma qualche chiacchiera pure circola: «Si tratta», si legge su un articolo de’ Il Fatto Quotidiano’, «di un’azienda edile, capitanata da Massimo Pessina, con circa 70 milioni di fatturato, meno di un milione di utile e quasi 100 milioni di debiti, di cui 40 verso le banche (bilancio 2012). Si è distinta nella costruzione della nuova Regione Lombardia, di Malpensa 2000 e della nuova fiera di Milano».
Insomma, non è certo un pretendente molto rassicurante per la Redazione del ‘Quotidiano fondato da Antonio Gramsci’.

Per esclusione, fra un costruttore traballante e il baratro della chiusura, la proposta delle due signore, per quanto apparentemente audace e da dilettanti allo sbaraglio, magari è sempre meglio dei catenacci.

Certo, ci si pone il dubbio pellegrino della disponibilità del capitale atto al salvataggio. Non bisogna dimenticare, però, che ci sono i contributi per l’editoria ‘politica’ che non sono certo pinzillacchere!

Inoltre, Daniela Santanché pare che, attraverso la società di sua proprietà ha rilevato alcune Testate nelle cure dimagranti di altre case editrici, sia assolutamente solvibile, anzi ci guadagni pure.

Diventa difficile da capire come quest’operazione possa sfociare.

Se faccio l’insinuante, obiettando che le signore sono più note per l’alacrità del loro chirurgo estetico che per i piani di risanamento (ma il botox non è forse un risanamento dell’immagine?), mi attirerò le giuste invettive di chi sottolinea che noi donne siamo sempre là, a lanciarci gomitate e calci sotto il tavolo.

D’altronde, perché un impresario edile in semiperdita sì ed una imprenditrice pubblicitaria ed editrice no?

Ai posteri l’ardua sentenza, scrisse qualcuno.

Noi ci affidiamo all’epoché  -o sospensione del giudizio-, neo scettici in un’epoca in cui, più che l’atarassia, vige il dito medio. E su quello, Monna Daniela, può dare lezioni.

 

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