venerdì, Maggio 7

Metaldetector, fra scavi regolari e tesori nascosti field_506ffbaa4a8d4

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L’utilizzo del metaldetector nella ricerca archeologica deriva dall’adattamento di uno strumento di rilevazione di oggetti nascosti, usato originariamente a scopo militare (per mine, o bombe inesplose, ecc.) e poi sfruttato per un rapido scoprimento di tesori nel sottosuolo.

Lo sfruttamento dell’apparecchiatura, basata per il suo funzionamento su impulsi a bassa frequenza, e con un’ampia facilità a individuare oggetti metallici nella terra, unita ad una notevole maneggevolezza, ha determinato il successo della stessa, ma anche una sua diffusione tra i cosiddetti cercatori di tesori, che sperano in tal modo di arricchirsi senza troppo sforzo, a scapito dei materiali e dei contesti archeologici, troppo spesso sconvolti da tali indagini che nulla hanno di scientifico. Ovviamente, l’uso del metaldetector da parte degli scavatori di frodo ha favorito notevolmente l’attività di questi ultimi, a spese delle istituzioni deputate a svolgere le ricerche sul territorio con tutte le autorizzazioni e titolarità necessarie, ma troppo spesso senza poter disporre di tali strumenti.

Così, a fronte di Università o Amministrazioni pubbliche che intraprendono indagini a scopo culturale e scientifico, spesso con mezzi esigui o scarsamente adeguati, per tutelare e valorizzare il territorio di competenza, in Italia si registra anche la piaga degli scavatori clandestini, spesso attrezzati assai più e meglio degli archeologi di professione, e in grado di far prosperare il mercato antiquario all’estero ricavandone utili e profitti non indifferenti, grazie ad oggetti minuti ma preziosi per il materiale di cui sono fatti (bronzo e ferro, soprattutto, ma anche oro e argento in molti casi) e per la loro tipologia (nel caso di monete, oreficerie, manufatti privati o di apparato), quanto mai interessanti per i collezionisti privati e per molti musei d’oltralpe.

Le zone in Italia dove si sono registrati i casi più diffusi di interventi col metaldetector sono quelle delle regioni meridionali, dove la civiltà greca conobbe una straordinaria fioritura nelle colonie fondate in età arcaica e sviluppatesi fino all’epoca ellenistica e alla conquista romana (VII-II a.C.), e in Etruria, nell’area a cavallo fra Lazio e Toscana.

Già nel 2014 parlammo del metaldetector, dei suoi usi nell’ambito del ritrovamento di antichi tesori scomparsi e la legislazione italiana. Siamo dunque tornati sulla questione e ne abbiamo parlato  con Giovanni Di Stefano, direttore del Parco Archeologico di Camarina (Ragusa) e docente universitario.

Che cosa è e come viene utilizzato il metaldetector?

Il metal detector è uno strumento in grado di misurare la rotazione di fase prodotta dagli oggetti metallici sepolti, ed è in grado di amplificare l’ampiezza del segnale.

Uno degli strumenti di più facile uso è lo Scope, prodotto in Inghilterra dalla ‘Candle International Ltd.’ e distribuito in Italia dalla ‘G.B.C’. I principi basilari di questo tipo di metal detector sono l’oscillazione a battimento di frequenza, che comporta un facile uso e un basso costo, il bilanciamento a induzione, per cui lo strumento dispone di un buon grado di penetrazione. Altri pregi sono la frequenza a bassissimo livello con l’esclusione della terra e la possibilità di discriminazione, caratteristiche che consentono l’uso dello strumento in terreni variabili e spesso, anche, una buona indicazione del metallo rilevato.

I tipi principali di strumenti prodotto dalla ‘Candle International Ltd.’ sono i Beat frequency oscillation, gli Induction bilance, i diretti discendenti del cercamine dell’ultima guerra, i Pulse induction principle, che però non sono sensibilissime al materiale ferroso. Infine, l’ultimo tipo do metal detector prodotto dalla ‘Candle International Ltd.’ è il tipo VLF, usato nel nostro cantiere. Si tratta di uno strumento a bassa frequenza, estremamente pratico e stabile, che irradia e riceve segnali di pochi KHZ (da 2 a 25).

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