sabato, Luglio 24

Messico – USA: qualcosa è cambiato con Obrador? E' possibile una revisione della posizione che, pur fra alti e bassi, Città del Messico ha almeno dall’inizio degli anni Duemila nei confronti del suo vicino settentrionale?

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Il successo nelle recenti elezioni presidenziali del cardenista Andrés Manuel López Obrador segna un punto di passaggio importante nella storia recente del Messico e, con ogni probabilità, dei suoi rapporti con gli Stati Uniti. Con la sua vittoria, Obrador ha rotto la sequenza di esponenti del Partito rivoluzionario istituzionale che ha retto le sorti del Paese dal 1934, salvo la breve parentesi del Partito azione nazionale di Vincente Fox e Felipe Calderón fra il 2000 e il 2012. Ciò significa, da una parte, una netta sterzata a sinistra della barra politica nazionale, dall’altra una possibile revisione della posizione che, pur fra alti e bassi, Città del Messico ha almeno dall’inizio degli anni Duemila nei confronti del suo vicino settentrionale. Pur sottolineando il suo favore verso gli Stati Uniti e la sua intenzione d’instaurare un rapporto di piena collaborazione con il governo di Washington, Obrador (che s’insedierà ufficialmente il 1° dicembre) ha già espresso, infatti, sia la sua contrarietà al muro di confine che continua a essere uno dei cavalli di battaglia della retorica di Donald Trump, sia la sua volontà di forgiare nuove relazioni con gli USA, «fondate sul mutuo rispetto e sulla tutela dei nostri connazionali emigrati che lavorano e vivono onestamente» negli Stati Uniti.

Ovviamente, è ancora presto per capire come queste parole si tradurranno in fatti. Negli ultimi mesi, la tensione fra le due sponde del Rio Grande è cresciuta molto. Sia durante l’ultima campagna presidenziale statunitense, sia dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, la questione dell’immigrazione è stata ragione di screzio con il Presidente Enrique Peña Nieto. L’estensione al Messico dei dazi su alluminio e acciaio adottati lo scorso marzo a difesa dell’industria americana ha aggravato le cose, spingendo Città del Messico a ipotizzare l’introduzione di misure di ritorsione contro l’export statunitense. A ciò si sommano i timori sul futuro dell’accordo NAFTA (North American Free Trade Agreement), oggetto di attacchi costanti da parte della Casa Bianca, e delle molte altre iniziative di collaborazione in atto fra i due Paesi, che spaziano dal controllo congiunto della frontiera alla lotta al traffico d’armi e di stupefacenti. Da più parti è stato rilevato come il successo di Obrador possa costituire il segnale di un cambiamento imminente in questo stato di cose, di un possibile ulteriore irrigidimento delle posizioni messicane e di un abbandono dei toni diplomatici tenuti sinora dal governo di Peña Nieto e che sono stati puniti in maniera pesante del risultato delle urne.

Ovviamente, i problemi che il nuovo Presidente sarà chiamato ad affrontare non saranno diversi da quelli che ha dovuto affrontare il suo predecessore. I rapporti fra Messico e Stati Uniti si strutturano da sempre intorno all’ampio differenziale di potenza che esiste fra i due Paesi. Washington assorbe circa l’80% dell’export messicano e fornisce oltre il 45% delle importazioni; due cifre che da sole permettono di capire il peso che l’accordo NAFTA ha per il Paese e la difficoltà di metterlo in discussione nonostante la volontà statunitense di rinegoziarne le condizioni a proprio vantaggio. Un discorso analogo vale per la questione ‘immigrazione’. Anche di recente, aspre critiche sono giunte della Casa Bianca al presunto lassismo delle politiche migratorie messicane e all’incapacità delle autorità di Città del Messico di arrestare i flussi di popolazione che attraversano il Paese provenienti soprattutto da Honduras, Guatemala e El Salvador e diretti verso gli Stati Uniti. La minaccia di Trump di agganciare i negoziati sul NAFTA all’adozione da parte delle autorità messicane di misure più severe in tema d’immigrazione non può, quindi, non destare timore, come attestano anche le reazioni che lo scorso aprile hanno seguito le ennesime dichiarazioni di Washington sulla questione.

Quello che appare probabile è, invece, un cambiamento di stile. La stampa statunitense ha messo in luce le presunte affinità esistenti fra Obrador e Donald Trump. In effetti, il cardenismo di Obrador, con i suoi accenti populisti e con la critica feroce della ‘politica politicante’, ha vari punti di contatto con la ‘democrazia jeffersoniana’ di Trump. Una ragione del successo di Obrador è poi il linguaggio da lui usato, anche in questo vicino a quello di Trump. Messaggio e tono appaiono, oggi, in sintonia con quelli che sono gli umori di un Messico nel quale il sentimento antiamericano è in ascesa e che guarda con preoccupazione a un’amministrazione tesa a massimizzare i benefici legati alla sua posizione di forza. In questo, il sentimento popolare ha giocato un ruolo importante nel determinare gli esiti della consultazione del 1° luglio. Si tratta ora di capire quanto le realtà della politica consentiranno di andare incontro a questo sentimento o se, piuttosto, non saranno causa di nuove frustrazioni. Le prime parole del Presidente eletto delineano uno scenario tutto sommato positivo. Di contro, i timori espressi da alcuni congressmen per il possibile nascere di un ‘nuovo Venezuela’ appena a sud della frontiera texana non rappresentano certo un segnale incoraggiante per il futuro.

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