giovedì, Ottobre 28

Messico, una mappa della povertà field_506ffb1d3dbe2

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Messico poverta

Il Messico è tra i Paesi latinoamericani in cui la povertà è in aumento. Questo, in estrema sintesi, il messaggio lanciato al Governo del Presidente Enrique Peña Nieto da uno studio di più ampio respiro pubblicato dalla Banca Mondiale sotto il titolo di ‘Guadagni sociali in bilico: una sfida per la politica fiscale in America Latina e nei Caraibi’ (Social Gains in the Balance: A Fiscal Policy Challenge for Latin America & the Caribbean). Il quadro che emerge dal documento è desolante: il Messico, che già dall’estate scorsa affronta peraltro una fase di ristagno nella crescita economica, è tra i Paesi che ‘frenano’ lo slancio virtuoso della regione.

I dati della Banca Mondiale parlano chiaro: la proporzione totale di persone che vivono sotto la soglia di povertà (fissata a meno di 2,50 dollari al giorno) nell’intera area ha subito un drastico taglio tra il 2003 ed il 2012, dimezzandosi al 12,3% dei 600 milioni di cittadini latinoamericani e caraibici. Ma il contestuale incremento del ceto medio, in cui rientra ad oggi il 34,3% di detta popolazione, è principalmente dovuto alla crescita del cosiddetto cono sur, ossia dei Paesi dell’America meridionale: nello specifico, la riduzione della povertà sarebbe dovuta per il 68% alla crescita economica e per il restante 32% al ridimensionamento delle ineguaglianze. Fattori che, apparentemente, hanno altre dinamiche in America Centrale e soprattutto in Messico, dove la quota di popolazione in stato di povertà è oggi pari al 41%, rispetto al 30% del 2000.

Questo nonostante proprio il Messico risulti, insieme a Brasile ed Uruguay, fra i tre Paesi in cui le politiche fiscali hanno ottenuto il maggior impatto (-0,03) nella riduzione del coefficiente di Gini, ossia uno dei principali strumenti di misurazione della disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza. Il problema, sottolinea la Banca Mondiale, è che la tendenza virtuosa legata alla tassazione diretta ed ai trasferimenti monetari si scontra con «l’affidamento della regione alla tassazione indiretta (come le imposte sul valore aggiunto)». Sebbene si possa evincere dalle premesse che il Messico sia ‘penalizzato’ dall’appartenere all’area col minor «contributo relativo alla crescita», le considerazioni della Banca Mondiale non possono non richiamare almeno due aspetti dell’economia messicana: il dibattito sull’IVA nell’ambito della riforma fiscale e l’ampiezza del settore commerciale ‘informale’. Inoltre, non è da dimenticare quanto riportava, appena lo scorso settembre, il Centro di Analisi Multidisciplinare (CAM) dell’Università Nazionale Autonoma del Messico: dal 1970 al 2012, «la spesa totale del Governo federale in programmi di lotta alla povertà a livello nazionale è stata continua, ma non ha risolto il problema della povertà». Nonostante un incremento dei fondi pari al 96%, avvenuto perlopiù dagli anni Novanta in avanti, il CAM segnala che il Messico rimane «un Paese con un’enorme diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza», dove solo il 14,6% della popolazione ha «un reddito che copra l’80% delle sue necessità», cioè rientra nel profilo del ceto medio stabilita dagli standard di Nazioni Unite e FMI.

Il problema della povertà, d’altronde, si sovrappone in Messico ad un’altra questione rilevante e, ciononostante, poco ricordata nel dibattito nazionale: quella delle comunità indigene presenti nel Paese. «La società nazionale non conosce esattamente i suoi diversi componenti, che parlano più di 60 lingue originarie. Molti messicani pensano che il proprio Paese abbia una storia unica ed ignorano le altre storie che hanno instaurato i popoli indigeni nello spazio di più di cinque secoli» indicava già nel 2010 la Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni (CDI), che aggiungeva: «sono storie che potrebbero spiegare l’attuale situazione di povertà ed abbandono in cui hanno vissuto questi messicani». Eppure, come sottolineava la Banca Mondiale nell’aprile 2011, con 10 milioni di persone il Messico ha sì una percentuale di popolazione indigena rispetto a quella totale inferiore a quella di altri Paesi latinoamericani, ma è anche il Paese con la comunità amerindia più ampia, che rappresenta fra l’altro un terzo di quella totale del subcontinente. Un dato che non sembra però migliorare la situazione degli interessati, definiti dal rapporto della Banca Mondiale del 2011 come «i più poveri dei poveri del Paese».

La distribuzione della popolazione indigena è significativa, concentrandosi nelle regioni più povere e conflittuali del Paese: se già mons. Raúl Vera ci aveva indicato la difficile situazione nello Stato del Chiapas, gli stessi dati statistici della CDI confermano come i maggiori insediamenti si trovino, salvo qualche eccezione, nella parte meridionale del Paese, in particolare negli Stati dello Yucatán, di Oaxaca e di Guerrero. Proprio quel settore geografico del Paese che, secondo il dott. Enrique Cárdenas Sánchez, «rimane praticamente scollegato, più isolato». La definizione della Banca Mondiale, dunque, non dovrebbe stupire: d’altronde, sempre lo stesso documento segnala chiaramente come il tasso di povertà della popolazione indigena tra il 1992 ed il 2008 sia risultato spesso superiore del 40% a quello dei non indigeni, rasentando la quasi totalità nel 2000 e non scendendo mai sotto l’80%. Una differenza che si riflette anche nella vita di tutti giorni: secondo un’inchiesta svolta a Città del Messico e resa pubblica lo scorso agosto, le maggiori discriminazioni riconosciute in Messico per il 10,7% degli intervistati riguardano soprattutto i neri, per il 12,2% gli omosessuali e, per il 24,0%, appunto, gli indigeni. In ogni caso, per il 93% del campione, è confermata la discriminazione ai danni di questi ultimi.

Ma l’emarginazione ha anche risvolti più materiali. Nel suo saggio pubblicato nel 2008, per il sessantennale della CDI, Federico Navarrete Linares riportava che gli indigeni «hanno un minor grado d’istruzione; numerosi uomini e, soprattutto, donne tra gli indigeni sono analfabeti ed hanno minor accesso ai servizi sanitari. È maggiore anche il numero di insediamenti indigeni sprovvisti di luce elettrica, acqua potabile e drenaggio. Insomma, in quasi tutti gli indicatori su tenore di vita e sviluppo umano, gli indigeni stanno sotto al resto della popolazione». Se, per Navarrete Linares, le cause fondanti di questa emarginazione sono «la discriminazione, lo sfruttamento e la spoliazione», il perno della situazione attuale sembra essere rappresentato dall’accesso alla terra. Questo non solo perché, «sebbene la Rivoluzione abbia cambiato le leggi agrarie e restituito lentamente molte terre comunitarie, la maggioranza delle comunità indigene non recuperarono la propria autosufficienza e gli indigeni si videro obbligati a continuare a lavorare in fondi, proprietà terriere e, sempre di più, nelle città, per salari molto bassi», ma anche perché «infine, le riforme economiche che si sono imposte nel nostro Paese negli ultimi 20 anni hanno colpito gli indigeni ancor più che il resto della popolazione, riducendo i loro salari ed il loro benessere, benché già fossero il settore più vulnerabile».

È significativo che, nonostante il saggio di Navarrete Linares si situasse in pieno ‘calderonato’ (il sessennio di Governo del conservatore Felipe Calderón) ad oggi il tema della terra risulti fra i grandi assenti del poderoso programma di riforme avviato da Peña Nieto durante il suo primo anno di presidenza. Più volte rimandato, il patto rurale attende ancora di entrare nell’agenda di Governo e si pone come punto di snodo tra la questione indigena e quella agraria, accomunate dall’altissimo tasso di povertà. Non solo: poiché riguarda zone come il Michoacán, il 29 gennaio il Congresso Agrario Permanente ha voluto sottolineare anche lo stretto legame tra l’approvazione del patto e la risoluzione della complessa situazione istituzionale nella zona. Ritornando alla distribuzione delle comunità indigene, troviamo come anche il Michoacán ne ospiti un buon numero, soprattutto nella zona orientale, al confine col Guerrero.

È, insomma, difficile immaginare come il Messico possa contrastare efficacemente la povertà senza iniziare a migliorare effettivamente le condizioni della propria popolazione indigena. Come si è visto, la spesa sociale dedicata al problema, il cui aumento è riconosciuto da più enti, si è evidentemente incanalata nel corso dell’iter amministrativo, perché non le fa seguito un effettivo miglioramento della situazione: ad una prima analisi, questa soluzione risulta essere quella più convincente a fronte delle contraddizioni esposte dal rapporto della Banca Mondiale. Né il miglioramento di alcuni indicatori economici, come ad esempio quelli relativi agli investimenti dall’esterosembrano fornire una soluzione definitiva, se il risultato è una polarizzazione tra diversi settori (geografici e demografici) del Paese: questo nonostante l’iperattivismo di Peña Nieto nel procacciare al Paese contatti commerciali all’estero. Più banalmente, tutto sembra dover partire dal recupero della terra da parte di indigeni e contadini e dal recupero del territorio da parte dello Stato. Ma, attualmente, non sembra questa la strategia del Governo.

 

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