martedì, Ottobre 19

Messico: elezioni da mezzogiorno di fuoco per Obrador … e criminalità Domenica le più grandi elezioni nella storia del Paese, sia in termini di numero di seggi, in palio ce ne sono 21.000, che di potenziale ridistribuzione del potere politico. E in pista, ci sono anche i gruppi criminali

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Domenica 6 giugno, in Messico si terranno le più grandi elezioni nella storia del Paese, sia in termini di numero di seggi in gioco che di potenziale ridistribuzione del potere politico. E in pista, alla ricerca del potere politico e della conseguente impunità, ci sono anche i gruppi criminali.

In palio ci sono 21.000 incarichi (si vota infatti per 15 governatorati statali, l’intera camera bassa federale del parlamento con 500 seggi, 30 congressi statali e 1.923 incarichi municipali). A confrontarsi nell’arena politica, da una parte le forze politiche che sostengono il Presidente in carica, Andrés Manuel López Obrador, soprannominato AMLO,con il suo partito, Morena, dall’altra i partiti di opposizione, che appaiono decisamente deboli. In mezzo, circa 198 gruppi armati criminali, secondo i dati raccolti da Crisis Group nel 2019, che controllerebbero circa il 35-40 per cento del territorio messicano. Ciò in una situazione in cui la politica «è fortemente polarizzata e i partiti sono deboli e opportunisti», come sostiene il think tank.

Il voto sarà un test per AMLO, secondo alcuni osservatori sarà un referendum sulla sua linea politica, di certo dall’esito di questo voto dipenderà il futuro della politica di Obrador, perchè, se riuscirà infiltrare il sistema istituzionale del Paese, i prossimi anni saranno quelli dell’era Obrador. Infetti, queste elezioni di medio termine sono cruciali, affermano Mariana Campero e Ryan C. Berg del Center for Strategic and International Studies, nel progetto politico di AMLO, che ha definito la ‘quarta trasformazione‘. Secondo gli analisti del CSIS, gli elettori dovranno decidere«tra la continuazione del cambio di paradigma incarnato nella quarta trasformazione o un ritorno al percorso iniziato nel 1995, quando il Messico ha abbracciato l’idea che il suo destino fosse meglio intrecciato con quello del Nord America come regione».
«Nei suoi primi due anni in carica,
AMLO ha mostrato una tendenza a concentrare il potere nell’ufficio di presidenza. Oggi Morena ha la maggioranza qualificata al Congresso e il potere di cambiare la Costituzione del Paese. Spesso, AMLO influenza in modo significativo il modo in cui vengono allocati i fondi nel tentativo di premiare i lealisti e punire i detrattori». Una clamorosa vittoria di Morena potrebbe portare a un ulteriore consolidamento del potere presidenziale e all’erosione dei controlli e degli equilibri. Per Obrador, che si avvicina alla metà del suo mandato di sei anni ed è costituzionalmente vietata la rielezione, la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Con Morena e i partiti alleati, Obrador «mira a ottenere i posti e i seggi di cui ha bisogno per realizzare laquarta trasformazione‘ promessa, compreso il raggiungimento di una maggioranza di due terzi nella Camera bassa federale che sarebbe consentirgli di apportare modifiche costituzionali» afferma Crisis Group.

AMLO è salito al potere nel 2018 proclamandoche la sua missione era quella di «liberare il Paese dalle élite corrotte e neoliberali».
In cosa consiste questa sua agenda, che discende dal rapporto del Messico con il Nord del continente americano (USA in primis), provano spiegarlo Campero e Ryan.

«Sebbene il Messico di AMLO non sia il Venezuela di Hugo Chávez, la sua elezione ha segnato un allontanamento radicale dal paradigma che ha governato la strategia messicana negli ultimi decenni. AMLO ritiene che il Messico abbia preso una svolta sbagliata negli anni ’90, quando il Paese ha aderito all’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) insieme a Stati Uniti e Canada. Ciò che seguì furono due decenni di robusta crescita economica in Messico e di innalzamento del tenore di vita, specialmente nella parte settentrionale del Paese.Tuttavia, AMLO ha descritto la ricerca del Messico di politiche di mercato aperto e di integrazione economica come unacalamità neoliberista‘». Per tanto, il suo obiettivo è invertire la rotta. Così, «AMLO ha rinnegato i contratti e ha aumentato il ruolo dello Stato nell’economia del Messico. Il suo principale punto di riferimento è un periodo storico in cui l’economia messicana era meno collegata ai mercati globali e dove lo Stato era il principale attore dell’economia».
Tra le decisioni molto criticate in economia, quella di staccare la spina al
nuovo aeroporto internazionale del Paese, che avrebbe migliorato la connettività globale del Messico, gestendo quattro volte più passeggeri e triplicando il volume delle merci.
Non bastassero queste decisioni autarchiche che danneggiano il Paese, «
l’agenda economica di AMLO ha risentito di interessi altamente campanilistici e del perseguimento di progetti preferiti a scapito di una politica macroeconomica più solida». Caso esemplare, quello di Dos Bocas,una raffineria di petrolio da 8 miliardi di dollari nel suo Stato natale, di Tabasco, nonostante le tendenze globali verso l’uso di fonti di energia più pulite. «Il progetto della raffineria è visto con tale scetticismo dagli investitori internazionali che il finanziamento statale cinese è stata l’unica grande fonte finanziaria disposta a investire. Considerato economicamente irrealizzabile, l’obiettivo di AMLO, con la raffineria di Dos Bocas, è quello di contribuire allasovranità energetica‘ eludendo il Texas come principale raffinatore di greggio pesante messicano e riducendo la dipendenza dalle importazioni di benzina e diesel dagli Stati Uniti. Tutto questo, nonostante il fatto che “è più economico per il Messico importare i prodotti di cui ha bisogno dagli Stati Uniti”, secondo Ben Cahill del CSIS». «Rifacendosi a un precedente periodo di controllo statalista, l’obiettivo finale della ricerca dellasovranità energetica‘ da parte di AMLO è ripristinare l’ex monopolio detenuto da Petróleos Mexicanos (PEMEX), la compagnia energetica statale, e dare la priorità alla società di servizi pubblici rispetto ai privati che hanno investito miliardi nel settore energetico messicano».
In fatto di
fisco, AMLO è stato conservatore. «Ad esempio, è andato contro il consiglio della maggior parte degli economisti e ha stretto la cinghia del Messico durante la pandemia di coronavirus». Tanto che il vuoto lasciato dal governo è stato riempito dalle organizzazioni criminali messicane che sono intervenute a consegnare pacchi di soccorso in tutto il Messico.

L’austerità fiscale ha colpito l’economia del Paese, già in recessione prima della pandemia. La contrazione è stata dell’8,5 per cento, la più dura dagli anni ’30, e hanno chiuso oltre 1 milione dipiccole e medie imprese. Il consumo interno è crollato e ora più di 70 milioni di messicani vivono al di sotto della soglia di povertà -10 milioni in più rispetto al 2018, quando il Presidente è entrato in carica. «Il FMI stima che l’economia del Messico non tornerà ai livelli pre-pandemia almeno fino al 2022. Questo, nonostante i venti favorevoli provenienti dagli Stati Uniti, che assorbono circa l’80% delle esportazioni del Messico». Le rimesse inviate da cittadini messicani che vivono negli Stati Uniti hanno raggiunto i livelli più alti dal 1995, fungendo da ancora di salvezza per le famiglie a basso reddito.

«Dati questi indicatori macroeconomici, non dovrebbe sorprendere che il Messico abbia perso parte del suo splendore con gli investitori internazionali. In effetti, alcune delle leggi approvate dal partito Morena di AMLO, che controlla il Parlamento nazionale, violano il nuovo Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA), che aveva lo scopo di fornire ulteriore certezza economica per gli investitori. Nel 2020, gli investimenti privati hanno rappresentato solo il 18,6% del PIL nominale, il livello più basso dal 1994, anno in cui il Messico è entrato nel NAFTA. Per il secondo anno consecutivo, il Messico non si è registrato tra i primi 25 Paesi più attraenti al mondo per gli investimenti esteri».

In queste circostanze, l’emigrazione messicana negli Stati Uniti, è aumentata negli ultimi mesi.

La campagna elettorale 2021 è stata caratterizzata da Morena (partito creato nel 2014 per promuovere le aspirazioni presidenziali di Obrador) che ha vantato la missione iniziale del suo Presidente, ma che «manca di coesione ed è stato sfruttato da tirapiedi che lo vedono come un comodo veicolo per raggiungere il potere», dalle opposizioni -divise tra loro e prive di autentici grandi leader- che denunciano la negligenza del governo in fatto di COVID-19, la sua retorica divisiva e il suo tentativo stabilire un controllo centrale e autoritario sull’apparato statale, e dai gruppi criminali «impegnati a cercare potenziali alleati tra i futuri funzionari eletti, indipendentemente dalla loro affiliazione». Da ciò, l’ondata di violenza elettorale, che finora ha causato 89 vittime, secondo Crisis Group. Violenza che è probabile continui durante e dopo le elezioni.

I cartelli rimangono una grande sfida per il Messico, e minacciano anche gli Stati Uniti. I cartelli messicani, afferma il CSIS, «hanno diversificato con successo i loro flussi di entrate molto tempo fa, derivando la maggior parte delle loro entrate da altri crimini, come rapimenti, estorsioni, riciclaggio di denaro, traffico di esseri umani e disboscamento illegale, tra gli altri. Certe zone del Messico sono impenetrabili anche alle grandi multinazionali come la Coca Cola, costretta a pagare per la protezione ea consegnare i prodotti per la distribuzione da parte dei cartelli».

Questi gruppi criminali, spiega Crisis Group, «sono sempre più coinvolti in aspre faide l’uno con l’altro. Negli ultimi anni, i grandi gruppi che un tempo dominavano la scena del crimine organizzato del Paese si sono frammentati in molte fazioni più piccole». Il che aumenta la competizione per l’accaparramento dei candidati, e di conseguenza la violenza. «Le fiorenti relazioni tra attori statali e gruppi criminali, ancorate in un quid pro quo tra sostegno elettorale illegale e corruzione ufficiale, sono tra i maggiori ostacoli alla riduzione degli altissimi tassi di violenza e impunità del Messico».
«L’accesso allo Stato messicano è un mezzo cruciale per la sopravvivenza e l’espansione criminale. “Se c’è una regola che tutti i gruppi [armati illegali]conoscono, è che crescono solo coloro che hanno la protezione dello Stato“, ha affermato un consulente politico con una lunga esperienza su come gli accordi tra candidati e gruppi criminali sono mediati. La necessità di protezione statale a sua volta significa che i gruppi criminali hanno un interesse acquisito nel sabotare i sospetti accordi dei concorrenti con i funzionari statali che minacciano di dare loro il sopravvento, e sono particolarmente inclini a farlo in tempo di elezioni, quando vengono mediati nuovi patti. I criminali investono nelle elezioni fornendo finanziamenti illeciti alle campagne elettorali».

Secondo gli osservatori, e tra loro gli analisti di Crisis Group, «il partito di Obrador sembra destinato a fare meno bene rispetto a tre anni fa, ma comunque non troppo male». L’indice di gradimento del Presidente è rimasto al di sopra del 55% e l’intenzione di votare per Morena supera il 40%. «Un panorama politico diviso sembra il risultato più probabile: Morena potrebbe non riuscire a mantenere la maggioranza assoluta nel parlamento federale anche se vince più di otto dei quindici governatorati statali».
Il successo di Morena, fosse pure ridimensionato, molto deriva dalla debolezza dell’opposizione, a partire dai partiti più importanti, Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI) e Partito d’Azione Nazionale (PAN). «Secondo un politologo, “il Messico attualmente non ha un’opposizione [partiti]degna di nota e difficilmente rappresentano una sfida per Morena, almeno non in queste elezioni“. Lo stesso osservatore ha osservato che i partiti di opposizione sarebbero meglio descritti comecomposti opportunisti‘, in cui gruppi di interesse contrapposticombattono per il potere senza regole, [anche con]la forza fisica e armata”. In un sondaggio del 2020 dell’Istituto nazionale di statistica e geografia, il 76,4 per cento degli intervistati ha affermato di avere poca o nessuna fiducia nei partiti politici», afferma Crisis Group.

Qualche problema c’è anche all’interno di Morena,attraversata da un conflitto interno, che si è intensificato in vista delle elezioni di giugno. «Sono emerse importanti tensioni tra coloro che si considerano attivisti, molti dei quali di estrema sinistra e membri del partito sin dalla sua creazione, e altri che considerano nuovi arrivati, opportunisti e chiamati chapulines’ (locuste)».

Secondo Campero e Ryan, se Morena perde seggi-e il partito di governo normalmente subisce perdite nelle elezioni di medio termine- AMLO probabilmente rafforzerà ancora di più la sua narrativa contro tutti coloro che gli si oppongono. «Potrebbe persino gettare nel caos il panorama elettorale messicano affermando l’esistenza di brogli elettorali». E però il rafforzamento dell’opposizione potrebbe portare Obrador a «fare qualcosa che non ha dovuto fare durante i suoi primi due anni in carica: cercare una sorta di sistemazione», accordo, «con i partiti di opposizione e le istituzioni politiche destinate a fungere da controllo sul suo potere. Il compromesso politico probabilmente fermerebbe la centralizzazione del potere di AMLO e metterebbe un freno al cambio di paradigma nelle relazioni USA-Messico annunciato dalla sua presidenza». Se, al contrario, Morena riesce perdere meno del previsto, queste elezioni certificheranno l’eredità di Obrador nel sistema istituzionale messicano.

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