venerdì, Dicembre 3

Messico con 'responsabilità migrante' field_506ffb1d3dbe2

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Nel Piano Nazionale di Sviluppo, il programma elaborato dal Governo messicano per il quinquennio 2013-2018, uno dei cinque «obiettivi nazionali» è quello che prevede un «Messico con responsabilità globale»: «possiamo essere una forza positiva e propositiva nel mondo», si legge nell’esergo della sezione dedicata allo sviluppo della politica estera, «una nazione al servizio delle migliori cause dell’umanità». A scorrere le quindici pagine, però, di umanitario si trova poco: il testo riguarda perlopiù la presenza dello Stato messicano nel consesso internazionale in termini di peso economico, accordi commerciali ed integrazione regionale. Solo a pagina 10 si trova un’esigua descrizione di quello che, ad oggi, continua a rappresentare il punto di raccordo tra la necessità di un’effettiva assunzione di responsabilità umanitaria e la presenza della popolazione messicana nel mondo: il tema della migrazione.

Su queste pagine sono stati analizzati, in precedenza, i flussi che, da qualche tempo, puntano verso il maggior Paese dell’America Centrale. Si tratta di una tendenza a due volti, a seconda dell’origine: da un lato, cittadini nordamericani ed europei in cerca di un buen retiro o di opportunità lavorative che la crisi economica ha reso rare in patria; dall’altro, cittadini provenienti dagli Stati dell’istmo centroamericano, anch’essi in cerca di migliori condizioni di vita, ma soprattutto di un passaggio verso la stessa America del Nord. Il che va ad aggiungersi, però, alla già ampia migrazione messicana al di là del confine settentrionale, un tema controverso ma la cui soluzione è resa ancor più necessaria dai dati emersi pochi giorni fa: sono infatti più di 17.000 i messicani detenuti negli Stati Uniti per ‘crimini migratori’ (attraversamento illegale del confine, traffico di esseri umani e frodi nei visti), una cifra che, pur risalente al 2010, illustra un incremento di quindicimila arresti rispetto al 1994.

Si tratta delle stime rivedute il 22 ottobre scorso dall’Ufficio di Statistiche Giudiziarie (BJS), agenzia statunitense che risponde al Dipartimento di Giustizia Federale. Il documento riporta inoltre che, dei tre crimini relativi alla migrazione, quello che contribuisce maggiormente all’incremento della popolazione carceraria negli Stati Uniti è l’accesso illegale, anche reiterato: riguarda infatti il 90% degli arrestati per questo genere di reato, che a loro volta compongono ormai il 29% dei detenuti nei penitenziari statunitensi, in aumento di dieci punti percentuali rispetto al 2000. La pena media per questo genere di crimine è di 15 mesi, ma in quattordici casi su cento i rilasciati nel 2007 hanno varcato nuovamente la soglia dell’istituto di pena entro i primi tre anni di libertà: una cifra generale, ma che riguarda prevalentemente cittadini messicani e centroamericani, i cui casi costituiscono, rispettivamente, il 78% ed il 10% del totale dei crimini migratori.

Non tutti i migranti, però, terminano il loro viaggio in una cella. La maggior parte di loro, anzi, viene respinta a sud di Texas e Arizona, i due Stati con la maggior incidenza di reati di immigrazione. Secondo i dati forniti dall’ICE (Immigration and Customs Enforcement), sono 241.493 i cittadini messicani respinti durante l’Anno Fiscale 2013, su un totale di 368.644, il che li ha resi il primo ‘gruppo nazionale’ in questa infelice graduatoria. E, tuttavia, il Governo di Peña Nieto non sembra particolarmente interessato a questo fenomeno. Il programma di Governo sostiene che i rimpatri «obbligano lo Stato messicano ad elaborare ed implementare programmi ed azioni che garantiscano il loro reintegro nel Paese con dignità», ma sono frequenti le critiche da parte del CNDH (Comisión Nacional de los Derechos Humanos) per le politiche federali in materia di migranti. Inoltre, neanche l’espressa richiesta del Presidente Peña Nieto al suo omologo statunitense Barack Obama perché Washington attui una riforma della politica migratoria sembra aver sortito alcun effetto. Al momento, la discussione langue ed il 9 dicembre è dovuto intervenire il nuovo Console messicano a Miami, José Antonio Zabalgoitia, per invocare pazienza da parte dei propri connazionali interessati: sono infatti sei milioni i messicani privi dei documenti regolari sul territorio statunitense.

Ma non solo: come si diceva innanzi, la riforma riguarderebbe anche i cittadini degli altri Paesi dell’America Centrale, in particolare Guatemala, Honduras ed El Salvador, che seguono il Messico nelle graduatorie relative all’immigrazione illegale. Però, per questi migranti, il problema è doppio, giacché riguarda anche la politica migratoria dello stesso Messico. Come afferma il solito programma governativo, «a causa della sua posizione geografica, il Messico riceve circa 140.000 gli stranieri privi di documenti ogni anno, principalmente dall’America Centrale, il cui obiettivo è di proseguire verso gli Stati Uniti». Il numero di questi migranti sembra in aumento (secondo il BJS vi sarebbe stata una crescita del 9% tra il 2002 ed il 2010) e ciò richiederebbe «un nuovo modello di gestione e di ordinamento frontaliero, così come di protezione per i diritti dei migranti e delle loro famiglie». Nonostante dal I gennaio 2013 sia in vigore un ‘Programma congiunto dei migranti vulnerabili in transito’ siglato con le Nazioni Unite, ed a prescindere dagli accordi presi anche nel contesto centroamericano, come gli Stati Uniti il Messico non ha ancora concluso l’iter di approvazione della nuova Legge sulla Migrazione, approvata alla Camera dei Deputati il 3 settembre scorso e da allora ferma presso il Senato.

Nel frattempo, però, la situazione descritta innanzi sta appunto diventando viepiù complicata. In agosto, il flusso migratorio proveniente dal confine meridionale era raddoppiato rispetto all’anno precedente, in quello che il Console honduregno Marco Tulio Bueso Guerra ha definito uno dei maggiori incrementi nella storia del fenomeno. Uno dei documenti più recenti, denominato ‘Narrative della trasmigrazione centroamericana nel suo passaggio in Messico’ parla di più di 21.000 migranti passati per sei degli Stati messicani ed espone le dinamiche storiche del fenomeno: dalle politiche di ‘dipendenza dagli Stati Uniti’ attuate dal Presidente Vicente Fox (2001-2006) a quelle più rivolte all’ambito umanitario del suo successore Felipe Calderón (2007-2012), tra cui spicca la Legge Generale sulla Migrazione del 2011 ma che non impediscono la scomparsa di 26.567 persone, fino all’attuale Piano Nazionale di Sviluppo, alle cui promesse di miglioramenti nell’ambito dei diritti umani risponde una «grave situazione di insicurezza e impunità». Una situazione legata in ampia parte alla chiusura delle frontiere meridionali operata dal Governo di Peña Nieto, che ha dato adito alla speculazione sui flussi da parte di organizzazioni criminali come Los Zetas, Cartello del Golfo, Mara Salvatrucha e El Señor de los Trenes, ma anche a violazioni dei diritti umani da parte delle stesse autorità: le percentuali di abusi riportate sono ripartite rispettivamente al’82% ed al 18%.

E, tuttavia, proprio lo Stato messicano dovrebbe conoscere i vantaggi apportati dalla migrazione. Il 18 dicembre, Giornata del Migrante, la fondazione Hispanic Wisconsin Scholarship, che si occupa di studenti migranti negli Stati Uniti, ha portato molti di loro in visita nello Stato di Jalisco, origine per alcuni, ma anche tra gli enti federali messicani con più espulsioni di migranti all’attivo. La visita è stata l’occasione per segnalare come molti migranti di seconda o terza generazione aspirino a ruoli sempre più rilevanti nella società statunitense, e come questo debba coniugarsi col mantenimento delle radici messicane. Già ora, però, il loro ruolo è rilevante per l’economia del Messico, con rimesse che quest’anno sono stimate per 21,6 miliardi di dollari ma che la politica repressiva attuata sinora dall’Amministrazione Obama potrebbe ridimensionare: già la somma di quest’anno indica una diminuzione del 5,5% rispetto all’anno precedente.

La situazione dei migranti in America Centrale sembra quindi priva di prospettive per miglioramenti concreti: al contrario, ha assunto da tempo i tratti di una «carneficina», secondo le parole del Vescovo di Saltillo Raúl Vera. Il Messico, che è al contempo origine e crocevia potrebbe giocare davvero un ruolo di «responsabilità globale», tanto più che la recente approvazione della riforma energetica sembra aver dimostrato ulteriormente che il Governo di Enrique Peña Nieto ha i numeri – almeno, quelli istituzionali – per poter portare avanti il proprio programma, anche sulle tematiche più controverse. Al momento, però, nulla si muove, a parte chi, in cerca di una vita migliore, è costretto ad affrontare ogni genere di difficoltà.

 

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