mercoledì, Aprile 21

Mercato del libro in crisi? Intervista a Paola Dubini, Alfieri Lorenzon e Alessandro Vettori

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Libri mercato del libro

Nonostante il Salone Internazionale del libro di Torino sia in corso dal 8 fino al 12 maggio prossimo con importanti novità, il mercato del libro resta in crisi. Il 2013 mostra un altro pesante segno meno, con una perdita del 6,2% nei canali di trade. Questo è un dato che emerge dall’indagine Nielson presentata dall’Associazione Italiana Editori (AIE) al Salone Internazionale del libro di Torino il 9 maggio. In essa si fa presente che le copie di libri vendute nel nostro Paese si assestano al -2,3%, il che significa che gli italiani hanno acquistato 2,3 milioni di libri in menoPer quanto riguarda gli ebook si apre invece un altro scenario, questa volta in positivo, perché dal 2011 ad oggi cresce la loro richiesta in termini di titoli disponibili e di quota di mercato. Si percorrono così nuove strade per la promozione della lettura, mentre le librerie, sempre più ridotte e con risorse sempre più esili, esplorano nuove formule unendo nelle loro sedi anche l’offerta di cibo, o cercano di rispondere alle nuove esigenze del cliente allestendo store online o prevedendo la lettura di pagine pixel. Questo, secondo l’indagine dell’AIE, pone all’editore una sfida per farlo diventare ancora più distintivo, unico e insostituibile.

Abbiamo intervistato sull’argomento Paola Dubini,professore Associato di Economia Aziendale all’Università Bocconi di Milano, direttore del corso di laurea in Economia per le Arti, la Cultura e la Comunicazione (CLEACC), coordinatore dei corsi sulle filiere dei contenuti per CLEACC e ACME e Docente senior dell’area Strategia – SDA Bocconi, visiting professor in Models of organization of cultural institutions presso IMT Institute for Advanced Studies Lucca – PhD in Management and Development of Cultural Heritage, fino al 2013 Direttore di ASK (Art, Science e Knowledge), centro di ricerca su temi legati alla cultura e all’economia, affiliato al centro di ricerca DIR Claudio Dematté SDA Bocconi, responsabile del modulo di Economia – Master per redattori – Università degli Studi di Milano, AIE Fondazione Mondadori, fino al 2013 professore a contratto di Economia della Cultura e di Economia delle Imprese Editoriali presso la facoltà di Lettere e Filosofia Università degli Studi di Milano,visiting scholar presso la Stern School of Business – New York University (1988), la Wharton School University of Pennsylvania (1991) e visiting faculty presso University of St. Gallen (2004-2006), EDHEC Business School Nice (2006-2008), EMLYON Business School (2001-2012) e Alfieri Lorenzon, direttore responsabile della Associazione Italiana Editori (AIE).

 

Gli italiani, nel 2013, hanno acquistato 2,3 milioni di libri in meno. In compenso cresce il mercato degli ebook sia in termini di titoli disponibili che di quota di mercato. È in crisi ‘il libro’, oppure è in crisi il libro tradizionale?

(Paola Dubini) Secondo me è un po’ in crisi il libro, ma perché patisce una fase di trasformazione. In realtà il settore del libro è molto particolare, per cui basta che ci siano pochi titoli che vendono molto bene e il mercato riparte immediatamente. Secondo me il problema è semmai un altro: l’indubbia crescita delle vendite di ebook. La prima cosa che mi sento di dire è che io non penso che il libro tradizionale sia in crisi, ma è il suo mercato ad essersi ridimensionato, e questo perché per alcuni segmenti di libri i nuovi supporti permettono di funzionare meglio che non il libro cartaceo (sto pensando all’enciclopedia, o all’editoria scientifica); pertanto ci sono delle fette di mercato dell’editoria libraria che si sono trasformate perché sono entrati dei nuovi supporti. Il secondo motivo per cui il libro soffre la crisi, è perché si è moltiplicata l’offerta di prodotti alternativi per lo svago, per la formazione. Banalmente 30 anni fa i videogiochi non c’erano: pensi solo all’esplosione caratterizzata dalle App che sono un fenomeno che non ha ancora 10 anni. Le ore del giorno però rimangono sempre ventiquattro! Inevitabilmente lo spazio per la lettura di libri si è modificato riducendosi, anche se lo spazio di lettura è aumentato: leggiamo e scriviamo molto di più rispetto al passato, senza necessariamente leggere libri. L’altra cosa che mi viene da dire è che sul fronte degli ebook è vero che a loro volta crescono, ma non con tassi così roboanti e forti. Questo accade per diversi motivi. Uno è perché ci sono tanti standard, per esempio non è chiaro la forma del libro digitale a quali condizioni funzioni meglio: se l’ebook inteso come prodotto chiuso, o quello interattivo che si basa sul web, oppure un’App. C’è una fase di transizione anche per l’offerta digitale e questo sconcerta un po’ il mercato: non ci sono gli stessi standard nei lettori digitali, ci sono una serie di piattaforme, e ciò non aiuta la crescita di un mercato nuovo. Queste sono le prime cose che mi sento di dire per rispondere alla sua domanda.

(Alfieri Lorenzon) Mi consenta di dissentire: l’Italia è in crisi e c’è una crisi di consumi che diventa generale e colpisce anche il libro. Per la prima volta siamo di fronte ad un mercato sostanzialmente fermo, gli italiani leggono poco da sempre ma quelli che leggevano continuavano a farlo; con questa crisi una piccola parte dei grandi lettori legge un po’ meno. Questo fatto, insieme alla mancanza sul mercato di quelli che chiamano megaseller, negli ultimi anni –a parte poche sfumature– sono mancati i libri da qualche milione di copie a cui eravamo abituati, ci offre la scusa per andare meno in libreria e così si compra di meno. Se però vogliamo vedere la ‘parte piena del bicchiere’, i libri per ragazzi (quindi i futuri lettori) sono aumentati, quindi abbiamo più ragazzi che leggono, e la Schiappa è uno dei prodotti italiani che sono venduti facilmente all’estero ed è una cosa molto interessante. C’è da dire che i libri di buona qualità si vendono meglio, e quello che sembrava fosse una moda imperante, il libro low cost, non c’è più: la gente vuole leggere libri buoni e la sfida per gli editori è di fare volumi belli, interessanti, che rispondano alle esigenze dei lettori, veri o potenziali. Gli editori hanno questa responsabilità: fare libri al prezzo migliore possibile, di buona qualità, per fare in modo che le emozioni di chiunque possano essere soddisfatte, solo così riusciremo a battere questa crisi che è generale. Poi, se si vuole fare un discorso completo, il fatto che gli italiani leggano al 43% almeno 1 libro all’anno, mentre il 13% legge 1 libro al mese, è un dato sconfortante per la Nazione: lo ha detto stamattina il Ministro Dario Franceschini. Se vogliamo vincere la sfida al globale, dobbiamo essere più bravi, più preparati e sapere di più; e questo si fa anche leggendo di più, ma non con il mito del libro di carta, stampato, c’è anche il libro digitale a questo scopo. L’importante è che la gente trovi modo di soddisfare la propria esigenza di scambiarsi emozioni o conoscenze e in questo l’editoria e gli editori sono ancora indispensabili.

È la crisi dei consumi che grava sulla crisi del libro oppure è una crisi strutturale? E quali sono i fattori alla base della crisi del libro?

(Paola Dubini) I fattori di crisi sono quelli che già ho detto. Non sarebbe tuttavia la prima volta che le vendite di libri hanno questa tendenza alla crisi. Da una parte il fatto che banalmente non ci sono dei titoli nuovi fortissimi: basterebbe un ‘Harry Potter’ per aprire un genere, o un nuovo format distributivo, o nuove modalità che funzionano, oppure l’affermazione di uno standard solo dal punto di vista tecnologico: non dobbiamo dimenticare che il settore dei libri è molto piccolo e molto fragile. Un primo motivo per cui c’è quindi la crisi, secondo me, è dovuto al fatto che forse non ci sono dei titoli in grado di aprire i mercati. Un altro tema è la concorrenza di nuovi formati: adesso abbiamo i libri, quelli digitali, le App, i web-doc che sono delle vie di mezzo fra blog, periodici e gli stessi libri, ecc. Abbiamo veramente tante cose che non necessariamente chiamiamo libri e che svolgono in parte tale funzione. In alcuni segmenti dell’editoria libraria abbiamo avuto delle trasformazioni molto profonde, come dimostra ad esempio l’editoria universitaria.

(Alfieri Lorenzon) Come le ho detto, non credo alla crisi del libro, ma alla crisi dei consumi come cosa reale, che si sviluppa anche in un mercato come quello editoriale: si comprano meno auto, meno vestiti e anche meno libri, molti negozi dei centri storici stanno chiudendo e non soltanto le librerie. È vero che la competizione con alcuni mezzi di divertimento o di scambi di informazione diventa sempre più ardua; il libro è un fenomeno in buona parte statico, quando vi sono strumenti come il tablet, lo smartphone, che possono essere collegati col mondo, fare giochi, o permettere immediatamente contatti con gli amici, è chiaro che risulta un po’ penalizzato. Sui mezzi pubblici, ad esempio, fino a pochi anni fa tutti leggevano giornali low cost, o libri, adesso sono presi ad ascoltare musica o smanettano con il telefonino per fare moltissime altre cose, dalla comunicazione al divertimento: è indubbiamente una competizione che ci costringe ad essere capaci e a produrre libri interessanti, nuovi e moderni che siano in grado di catturare l’attenzione ora e in futuro.

Cosa bisogna fare per far ripartire questo settore?

(Paola Dubini) Innovare, innovare, innovare… Secondo me questo è un momento molto interessante perché dopo l’‘ubriacatura’ legata all’affermazione delle piattaforme digitali, adesso affermare che Amazon, o Apple, o Google, siano dei nuovi player fa ridere, anche se sono effettivamente giovani rispetto all’età media delle case editrici. Essi sono motori fortemente consolidati nell’ambito competitivo, quindi si sono affermati. Esiste ancora una guerra a distanza sul fronte dell’hardware in corso, anche se penso che sarà difficile difendere la presenza di lettori deputati nel lungo periodo, cioè nella concorrenza fra tablet e ebook reader io penso vincerà il tablet. Si tratta poi di vedere se nella concorrenza tra tablet e smartphone vincerà l’uno o l’altro. Se lo spazio per il tablet rimane, allora è difficile immaginare che una persona abbia con sé, come dotazione tecnologica, un lettore ebook, un tablet, un telefono, poi magari anche un computer. È troppa tecnologia, troppa roba da portarsi dietro! Sul fronte delle piattaforme queste si sono consolidate, sul fronte dell’hardware c’è ancora battaglia e dinamismo, ma le cose più interessanti che stanno uscendo adesso sono proprio le piattaforme per pubblicare. Quello che bisogna fare per uscire dalla crisi è sperimentare, sperimentare, sperimentare….. Il momento è interessantissimo da questo punto di vista!

(Alfieri Lorenzon) Come ho già detto, produrre libri belli e interessanti, al prezzo giusto. Non è facile, ma ci eravamo abituati male, con un libro all’anno che vendeva oltre un milione di copie e c’era tanta gente che andava in libreria. Adesso dobbiamo reinventarci: faccio un esempio, sembra che i ragazzi non leggano, ma ora ci sono centinaia di copie del libro de La Schiappa e ragazzini di 11-15 anni si stanno riappassionando come se fosse il nuovo Harry Potter. Non c’è mai niente di scontato, ma esiste la volontà di fare investimenti per nuove scoperte, per le quali bisogna lavorare e nel contempo aver pazienza.

Il mercato degli ebook va bene solo perché costa meno?

(Paola Dubini) No, io penso che il mercato degli ebook vada bene fino ad un certo punto, nel senso che quelli che normalmente definiamo ebook sono prodotti nuovi. Non sappiamo bene ancora che forma avrà il libro futuro. Certamente non è tanto un problema di prezzo, che è più basso, ma è più una possibilità di personalizzarlo in funzione del lettore. In realtà quando ho il libro in formato digitale, posso vendere a ciascun lettore il libro al prezzo per il quale è disposto a pagarlo: e questo potenzialmente mi allarga molto il mercato.

(Alfieri Lorenzon) Il mercato dell’ebook va bene perché c’è chi desidera avere un altro strumento per poter leggere quando lo ritiene più conveniente, o per i periodi di vacanza o di viaggio. C’è gente ‘nativa digitale’ che vuole leggere solo su ebook , quindi bisogna anche pensare ad una formula nuova e diversa di libro per questo pubblico che non conosciamo e dobbiamo apprezzare. Dobbiamo fare uno sforzo come editori perché non basta mettere sul tablet il libro di carta, il futuro anche dei libri di scuola sarà nell’interrelazione fra carta con parola scritta e immagine, cioè qualcosa di completamente diverso cui stiamo pensando, a metà fra carta e digitale. Non credo alla sostituzione completa, perché è meraviglioso avere più strumenti per fare una stessa cosa, cioè leggere: ci metterei la firma per inventare qualcosa di così raffinato come il libro digitale.

La crisi colpisce pesantemente le librerie. C’è una perdita, nel solo 2013, del 6,2%. Quali sono le politiche che il Governo centrale e le Amministrazioni locali dovrebbero mettere in atto per sostenere le librerie?

(Paola Dubini) Sinceramente non lo so, perché in realtà gli sforzi dei Governi centrali e di quelli locali li vedo più orientati che mai a scegliere le biblioteche piuttosto che le librerie. Uno potrebbe interrogarsi sulla necessità/opportunità di difendere le librerie, di sostenerle, a meno che non si riesca a dimostrare, a capire o a valutare l’importanza culturale delle librerie, che in alcuni casi c’è ed è fortissima, ma non necessariamente in tutti. Secondo me le librerie sono in questo momento l’anello più debole della filiera, perché è indubbio che con un mercato molto piccolo e con poche persone che leggono, se le librerie chiudono in massa, non ci sarà più il settore del libro e questo rappresenta davvero un grosso problema. Allora cosa si può fare delle librerie? Da una parte c’è la necessità di riportare le librerie, o almeno alcune di esse, dall’essere un punto di vendita ad un luogo di socializzazione, a un punto dove si costruisce capitale sociale; quindi alcune librerie si sono convertite in luoghi di sosta, si sono trasformate, hanno cambiato il loro assortimento di prodotti, organizzano eventi, iniziative, confronti. C’è da immaginare, come è successo per le biblioteche, che le librerie si mettano in rete e razionalizzino il più possibile i flussi dell’assortimento e del servizio: ciò può essere fatto innanzitutto dalle librerie di catena che in questo sono favorite, ma volendo anche da reti di altre indipendenti. L’altro spazio di possibilità per le librerie è di lavorare molto di più sulla relazione col territorio, però certamente in questo periodo le librerie sono un osservato speciale e non vedo come molto facile la possibilità di coinvolgere gli enti pubblici a sostegno delle librerie, perché esse nascono essenzialmente come punti vendita per quanto particolari, e allora perché non sostenere di più le biblioteche se dobbiamo ritornare a una funzione pubblica? La scommessa secondo me per le librerie è come fare a rendersi indispensabili rispetto al territorio. Alcune hanno fatto delle cose molto interessanti, ma è senza dubbio un momento molto difficile e delicato per loro.

(Alfieri Lorenzon) È una domanda che dovrebbe essere rivolta più ai rappresentanti dei librai. Per quanto riguarda gli editori, sono convinto che ogni libreria che chiude è un punto di democrazia in meno, per cui la gente è più povera perché non riesce a scambiarsi questo tipo di prodotto. Le librerie dei centri storici dovrebbero avere, come in Francia, un aiuto per quel che riguarda gli affitti; non è un caso che ci siano così tanti locali sfitti, però alla fine le librerie vengono escluse perché si preferisce avere più vicino qualche negozio di jeans. Non si uccidano i centri storici, ma si faccia in modo che le librerie siano i centri di aggregazione culturale che sono sempre state, ci siano le agevolazioni per gli affitti calmierati (di cui si ha gran bisogno) e si abbia una politica fiscale attenta a certe multinazionali che pagano le tasse non nel paese dove lavorano e attuano una concorrenza sleale verso la piccola libreria che rende quotidianamente un servizio al cittadino italiano.

I Saloni, le Fiere del libro generalmente stanno andando molto bene. Quanto fanno male queste manifestazioni alle librerie?

(Paola Dubini) Io non penso che facciano male, ma che è quello che serva in un mercato piccolo, perché quello dei libri è un mercato piccolo. Una volta si diceva che i veri consumatori di prodotti culturali in Italia sono 5 milioni di persone di buona volontà, ma forse adesso sono anche un po’ meno, ovvero le persone che leggono i libri, i giornali, che vanno ai concerti, che visitano i musei, che fanno turismo culturale, insomma il cardine della società civile. Ora, il punto secondo me è che se la società civile ha possibilità di incontrarsi e di ritrovarsi, di identificarsi come lettore, non vedo come ciò possa far male alle librerie. Semmai è il contrario, è l’identità del lettore di libro che determina la possibilità di avere un mercato del libro e di questo possono beneficiare le librerie. Da questo punto di vista un’iniziativa come BookCity a Milano è stata un raggio di sole perché ha dimostrato come una città che è notoriamente disattenta e richiede molta energia per organizzare degli eventi, essendo piena di persone indaffarate, con molte opportunità e che tendono a distrarsi, ebbene BookCity è stata una manifestazione davvero mobilitante il territorio e che fa ben sperare.

(Alfieri Lorenzon) Non fanno male, perché non vanno a toccare le vendite tradizionali, ma sono vendite in più. Sono feste, occasioni di incontri per persone definite innamorate del libro e della cultura. Non credo che la libreria ne riceva un contraccolpo negativo, perché chi prende un libro ne prenderà anche altri e poi oltre alle fiere di Torino o come ce ne sono in altre occasioni, la gente continuerà ad andare a comprare nelle librerie di riferimento.

I mega store come Amazon quanto danneggiano la libreria e quali sono gli elementi di concorrenza sleale che giocano a favore dei mega store e contro le librerie?

(Paola Dubini) Amazon danneggia davvero le librerie secondo me per due motivi: il primo motivo sta nel fatto che è molto bravo, cioè svolge un ottimo servizio e non possiamo nascondercelo; inoltre ha un modello di business che è economicamente conveniente e ciò rappresenta una minaccia grossa per le librerie. Poi c’è l’elemento di concorrenza sleale, quello sì, e riguarda il fatto che Amazon non paga le tasse in Italia, mentre le librerie sì. Un terzo elemento negativo è che Amazon è uno, mentre le librerie sono tante e l’impiego di persone di qualità è molto basso, per cui da un certo punto di vista, anche se ciò rappresenta un po’ una forzatura, Amazon è uno di quegli attori che razionalizza il mercato del lavoro, il che significa che in Amazon ci sono tanti posti da magazziniere, pochi livelli intermedi, ovvero poche opportunità professionali da impiegato (per fare un paragone con le aziende che conosciamo) e per questo è problematico. Inoltre ci sono libri che si trovano solo su Amazon e non nelle librerie, e un grande lettore, pur fedele agli acquisti nelle librerie di fiducia, ne compera inevitabilmente meno là, essendo invitato dalla scelta che Amazon propone ad aggiungere altri titoli a quello trovato.

(Alfieri Lorenzon) Anche questa è una domanda che sarebbe meglio fare ad un libraio, perché gli editori producono libri per venderli in tutti i luoghi destinati a tale funzione: librerie normali, on line, quelle su grandi superfici o anche per corrispondenza. Credo che Amazon abbia una filosofia di servizio decisamente innovativa e diversa, le librerie dovranno abituarsi ad avere una concorrenza di questo tipo, ma questo vale ad esempio anche per i negozi di alimentari rispetto ai supermercati.

E le librerie, invece, come dovrebbero innovarsi per salvare se stesse?

(Paola Dubini) Un grosso tema è legato alla composizione degli assortimenti e al mix di attività, un altro alle collaborazioni per rivedere la filiera logistica e un terzo alle iniziative di creazione di comunità. Non sono tante le librerie che hanno l’indirizzario dei loro lettori, che mettono in comune i loro clienti con altre librerie per immaginare dei servizi insieme. Il problema delle librerie è che ogni singola libreria ha un’azione di manovra limitata per cui se non fa rete, fa molta fatica. Ci sono degli esempi interessanti in questo senso per esempio in Sardegna si è creata una rete, chiamata Lìberos, che mette insieme gli amministratori comunali, le biblioteche, le librerie, gli autori e gli editori sardi per l’attività di promozione della lettura. Bisogna immaginare forme di lotta, mi verrebbe da dire, perché è vero che il momento è molto complicato.

(Alfieri Lorenzon) Le librerie troveranno la loro soluzione, anche se non so come potranno essere quelle del futuro. Sicuramente esse saranno con un grado di servizi e specializzazione sempre maggiore.

 

Sul tema della crisi del libro abbiamo intervistato anche lo scrittore emergente Alessandro Vettori, autore del libro ‘Le rêve du diable’, edito da Alter Ego Edizioni che sarà presentato al Salone Internazionale del libro di Torino il prossimo 12 maggio, all’interno della sezione ‘Officina, editoria di progetto’.

 

Il libro è in crisi, e non da oggi, le librerie chiudono in numero sempre crescente. Come mai oggi si sceglie di fare lo scrittore?

Perché è una crescita interna. Non si sceglie di fare lo scrittore per tentare di crearci un mestiere, ma perché si hanno delle cose da raccontare e si è convinti che queste cose possano interessare o coinvolgere comunque una larga fetta di pubblico, quindi altre persone. Se lo scrittore lo facesse per una questione puramente economica, la letteratura oggi non lo ripagherebbe affatto.

Scrittore: un mestiere a ‘tempo perso’ o un mestiere per ricchi?

Non è un mestiere a ‘tempo perso’, ma neanche un mestiere per vivere. Il mio caso è particolare perché, occupandomi di arte in genere, la scrittura l’ho poi unita ad altre situazioni che mi permettono di vivere. A tempo perso non si possono fare le cose, uno scrittore ‘a tempo perso’ non esiste perché egli avverte una esigenza di raccontare che utilizza negli spazi e tempi che preferisce. Io sono una persona che da vent’anni a questa parte solitamente occupo la notte fin quasi al mattino per scrivere.

In questo panorama di crisi come cambia il modo di fare lo scrittore?

Secondo me lo scrittore non dovrebbe guardare se c’è crisi o se non c’è. La crisi la nota l’editore, chi legge, mentre lo scrittore deve guardare le sue necessità. L’interesse dello scrittore si indirizza anche sul raccontare questa crisi che stiamo attraversando, ma essa è sociale e culturale, non economica. Lo scrittore ha necessità soprattutto di raccontare, forse oggi usa la penna come se fosse una spada e deve avere ancora più coraggio di quando non c’è crisi. È una sorta di missione per lui, oggi, questa situazione.

Quanto ci rimette uno scrittore dalla chiusura delle librerie tradizionali? Il libraio non era forse il primo e migliore promotore dello scrittore, il ‘mediatore’ tra lo scrittore e il lettore?

Il libraio preparato, ossia quello che veramente sa fare il suo mestiere, era innanzitutto un grande lettore e poi proponeva al suo pubblico la possibilità di leggere dei libri interessanti e comunque ben costruiti. Oggi, oltre alla questione dell’ebook e di altre situazioni analoghe, pesa anche l’avvento delle nuove librerie e delle grandi catene che hanno inserito al loro interno dei commessi non all’altezza della situazione, ossia persone che stanno solo cercando un lavoro e che non hanno la cultura del libraio, per cui a volte se chiedi un libro essi non sanno veramente come trovarlo e devono affidarsi a ben definiti cataloghi telematici. Sicuramente il distacco che si è creato in questo modo, anche a causa della troppa produzione, porta ad una mancanza di figure professionali all’interno delle librerie, che ha sfavorito quella che è una letteratura di forte interesse. Lo scrittore ci rimette moltissimo dalla chiusura delle librerie tradizionali, perché oltretutto le buone librerie organizzano degli eventi capaci di avvicinare le persone. Un buon libraio, conoscendo bene il libro che va a presentare, lo propone, lo cura come fosse un bambino e lo scrittore è da lui tutelato, quando quello sa fare veramente il suo mestiere. In Italia ci sono ancora diverse piccole realtà che resistono, ma sono rimaste davvero poche.

I Saloni e le Fiere come quella di Torino hanno mediamente ottimo successo, però, secondo molti, danneggiano le librerie, e alla fine danneggiano lo scrittore, in particolare lo scrittore che non ha alle spalle la grande casa editrice e molti fondi per la promozione. Allora, lo scrittore che partecipa al salone alla fine non si fa male da solo?

Lo scrittore che partecipa al Salone lo fa, almeno nel mio caso, con la stessa voglia e piacere con cui partecipa ad ogni evento, dove mi capita di essere invitato o di essere presente, per incontrare persone nuove in un bacino di utenza comunque più ampio, visto che oggi anche i grandi nomi fanno a volte presentazioni che vanno veramente deserte. Avere una grande affluenza di pubblico, come in questi eventi, e riuscire a catturare quelle 40-50 persone nuove a cui comunicare il perché tu hai scritto un libro (perché non è tanto importante il contenuto dello stesso, quanto i motivi che ti hanno portato a scrivere, se veramente racconti qualcosa che ha un’esperienza concreta dietro e non si tratta solo di fantasie), questo mi interessa e non vedo problema in queste manifestazioni. Il problema è invece un altro: le scelte e le proposte delle grandi case editrici dovrebbero offrire più spazio agli autori emergenti, ma questo si può fare solo avendo alle spalle un’organizzazione molto competente, fatta di esperti che vanno a pescare, nelle piccole situazioni, libri davvero importanti.

Crede che l’editoria indipendente, oltre ad essere una forma per dare voce anche ai piccoli scrittori, possa far ripartire questo settore?

Sinceramente no, se l’editoria indipendente non entra nell’ottica di smettere di pubblicare qualsiasi cosa per trarne un profitto economico. È stata forse proprio questa la causa della grande crisi attuale: il fatto che una casa editrice è comunque un’impresa, una società che deve rapportarsi con dei guadagni e con delle perdite, e nel momento in cui si pubblica qualsiasi cosa, non dando particolare attenzione alla qualità reale del prodotto, si crea un surplus. Da quando l’editoria indipendente è cresciuta notevolmente, si è abbassato conseguentemente anche il livello qualitativo sia del lettore che degli autori. Io non vedo la salvezza in questa formula. Ci sono poi piccole realtà, come quelle con le quali sto collaborando, che si impegnano, investono, cercano di essere presenti nelle situazioni importanti e di fare una selezione un po’ più accurata dei testi che ricevono, ma molte sono purtroppo le stamperie che non fanno altro che prendere un testo, portarlo ad una tipografia e creare un passaggio economico su questo tipo di lavoro. Non si può pagare per fare un libro: se io credo in un artista o in un autore, ci dovrei investire sopra, non potrei chiedergli dei soldi per investire su di lui. Con questo concetto alla base, si sono trovati tantissimi autori, tutti convinti di essere dei grandi scrittori, quando poi il risultato della vendita non arriva nemmeno alle cento copie.

Dal punto di vista dello scrittore, quali sono le politiche che servono per far ripartire il mercato del libro e salvaguardare le ultime librerie tradizionali rimaste?

Secondo me per fare questo si devono attuare diversi passaggi. Uno fondamentale è quello di inserire, all’interno delle grandi e medie case editrici, personale altamente qualificato e molto selezionato che vada a cercare, attraverso nuove realtà sociali, quali possono essere anche i social network, le penne particolari che hanno una grande attitudine alla narrazione, eliminando quel vecchio stile di critica che non è aperto al nuovo e cercando invece di puntare a ciò che dà un risultato di qualità. In Italia abbiamo cominciato a puntare in maniera eccessiva su calciatori o musicisti che scrivono libri, dove il nome dell’autore è arrivato al successo prima ancora del romanzo che propone. Bisognerebbe dedicarsi alle piccole case editrici, che si rafforzano come realtà, andando a fare una selezione molto forte degli autori all’interno di esse, e nonostante forse anche delle perdite economiche nei primi momenti, a lungo andare vi potrebbe essere una crescita di qualità e anche conseguentemente di vendita. Si dovrebbe pubblicizzare la letteratura in Italia, e non si sa perché ciò non viene fatto, attraverso il canale televisivo, che fa vendere i prodotti in maniera maggiore. È una cosa che non fanno né le grandi case editrici, né le piccole, e questo mi meraviglia molto.

 

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