venerdì, Luglio 23

Meno risorse, più impoverimento scientifico

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venzuela uni caracas

Nelle ultime settimane, da quando un gruppo di rappresentanti delle università pubbliche ha annunciato una carenza di risorse per il 2015, quest’affermazione è diventata una preoccupazione. I fondi erogati dal Governo serviranno soltanto a coprire le spese operative e di personale. Ciò vuol dire che lo sviluppo scientifico non avrà più la priorità e che le università dovranno fare grandi sforzi per portare a termine i propri progetti.

A questo proposito, il Ministro per la pianificazione e la conoscenza, Ricardo Menéndez, ha rencentemente dichiarato che le università parlano di crisi per creare instabilità nel Paese ed ha inoltre aggiunto che quest’anno i fondi destinati all’università hanno subìto un aumento del 30-40% rispetto allo scorso anno. Ad ogni modo questa percentuale non copre l’inflazione, che ad agosto 2014 raggiungeva il 63,4%.

Secondo Marisol Aguilera, presidente dell’Associazione Venezuelana per il progresso della Scienza, si tratta di un problema di lunga data che ha assunto una dimensione drastica negli ultimi anni. “Per il 2015 il Governo ha approvato, salvo alcune eccezioni, il 30% in meno di quanto richiesto dalle università, e ciò avrà certamente delle conseguenze sullo sviluppo scientifico. L’aspetto tragico è che si tratta di un colpo alla produzione di conoscenza, di cui non beneficiano soltanto coloro i quali si dedicano alla scienza, ma anche tutti i professionisti e l’intero Paese” spiega, aggiungendo che la situazione ha rafforzato l’impoverimento culturale del Venezuela, perlomeno nell’ambito della ricerca.

Anche la preoccupazione si è fatta più forte solo negli ultimi giorni, certo è che la mancanza di copertura economica è stata una costante nelle università pubbliche. Un articolo pubblicato da Félix Tapia, coordinatore del Consiglio di Sviluppo Scientifico e Umanistico dell’Università Centrale del Venezuela, segnala che dal 2009 i fondi universitari si sono ridotti del 7%; ciò ha fatto sì che  le risorse a disposizione della ricerca subissero a loro volta una riduzione compresa tra il 20 e il 25%.

In pratica, l’effetto di questo ribasso è inquietante. Il Venezuela è l’unico Paese dell’America del Sud dove la produzione scientifica si è diminuita: secondo un resoconto pubblicato a giugno 2014 dalla rivista Nature, tra il 2009 e il 2013 la pubblicazione di articoli scientifici è diminuita del 29%. Il Brasile è invece cresciuto da questo punto di vista, e ospita più dei due terzi delle ricerche scientifiche presenti sul continente.

 Ora, una spiegazione alla carenza di risorse si può leggere in questi dati: secondo la ONG Centro de Divulgación para el Conocimiento Económico, nel 2015 il Paese dovrà fare i conti con un deficit di risorse di 100 milioni di bolivares, l’equivalente di 630 milioni di dollari con il cambio ufficiale di 6,30 bolivares per dollaro.

Jaime Requena, docente della Academia Venozolana de Ciencias Físicas, Matemáticas y Naturales, sostiene invece che non serve usare le difficoltà economiche come scusa, e che la scarsa assegnazione di risorse non è casuale:«Si tratta di una politica mirata per soffocare le università che non condividono l’ideologia socialista del Governo». Il problema si fa ancora più grave quando si    va a porre l’attenzione sul controllo dei tassi di cambio – in vigore da ben 11 anni – e la scarsità di beni. Requena segnala inoltre che i problemi nel reperimento di valuta straniera hanno inciso sulla produzione scientifica perché  è sempre più difficile importare i materiali necessari ai laboratori e, tra le altre cose, partecipare a congressi e stabilire contatti con ricercatori di altre parti del mondo.

Un caso concreto: da un anno a questa parte alcuni laboratori dell’Università Simón Bolívar – con alle spalle 47 anni di attività nella formazione e nella ricerca – sono a corto di  reagenti chimici. Ciò è dovuto al fatto che in Venezuela questi materiali non vengono prodotti e anche importarli è diventato impossibile a causa delle restrizioni sui beni. Allo stesso modo ci sono gruppi di scienziati, il cui lavoro è necessario per realizzare progetti di ricerca, che sono bloccati dalla mancanza di materiali proveniente dall’estero.

 Aguilera pone l’accento su un’altra questione collegata alla scarsità di beni: a causa delle restrizioni, anche l’ottenere finanziamenti da altri Paesi è diventato più difficile. “Se per esempio un’istituzione venezuelana riceve un certo ammontare di dollari per un progetto, una volta effettuato il cambio al tasso ufficiale di 6,30 bolivares quella stessa cifra diventa insufficiente per coprire tutte le spese” dice. E questo è ancora più vero alla luce dell’inflazione e delle altre difficoltà economiche. Requena aggiunge che per le altre nazioni la ricerca venezuelana risulta meno attrattiva a causa della situazione generale del Paese, luogo di insicurezza, instabilità ed ostacoli per ottenere anche un semplice biglietto aereo. Alcuni anni fa, racconta, si realizzavano progetti di grande successo in colloborazione con gli Stati Uniti e la Francia, ma ormai queste collaborazioni si sono fatte più rare.

 Di fatto, lo studio della rivista ‘Nature’ segnala che tra il 2008 e il 2012 le relazioni tra il Venezuela ed altri paesi nell’ambito delle pubblicazioni scientifiche sono state molto deboli.  Anche all’interno dei confini nazionali gli apporti di fonti differenti da quelle governative si sono ridotte. Nel 2005 le università recepirono di buon grado la Ley Orgánica de Ciencia, Tecnología e Innovación, un provvedimento che permetteva alle imprese di finanziare direttamente i progetti di ricerca.

Nel 2007 questa legge ha subìto una riforma ed è stato creato un fondo nazionale alle quali le aziende devono attribuire tra l’ 0,5% e il 2%  dei propri introiti. Questo fondo governativo ha poi l’incarico di distribuire i fondi tra i progetti che fanno domanda, ma gli esperti hanno dei dubbi sui criteri con cui tali risorse vengono assegnate.

 Requena sostiene che, nonostante la propaganda del governo affermi di destinare tra il 2% e il 3% del PIL alla scienza e alla tecnologia, non ci sia una vera trasparenza. Aguilera aggiunge che molti dei progetti finanziati non sono legati al progresso scientifico tradizionale ma con la gestione pubblica, la quale non può essere  considerata come “ricerca”. Dal 2006 al 2014 per esempio, il  Fondo Nacional de Ciencia Tecnología e Innovación ha erogato risorse per 401 iniziative di tecnologia sociale, messe in atto per migliorare alcuni problemi specifici della quotidianità.

Di fronte ad uno scenario tanto complesso per la scienza, molti ricercatori hanno deciso di abbandonare il Paese. È il caso ad esempio dell’Università  Simón Bolívar, la quale ha perso ben 265 dottori di ricerca in pochi anni. E questo è solo un’esempio di quanto accade in un Paese con una migrazione crescente: secondo la Banca Mondiale, al 2010 erano 521.620 i venezuelani emigrati verso altri Paesi.

In ambito scientifico, la conseguenza è la mancanza di formazione di generazioni in grado di prendere il testimone lasciato da quelle precedenti; a realtà e le sue difficoltà fanno perdere ogni stimolo all’iniziativa. E questo, secondo Requena, è una dramma: “Negli anni novanta c’erano 4.500 venezuelani in possesso di un dottorato di ricerca. Molti di questi se ne sono andati, o si sono arresi. Nel frattempo, il Paese sta andando verso la rovina culturale”.

 

 Traduzione a cura di Marta Abate

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