mercoledì, Giugno 23

MEMORANDUM LIBIA: Saif Al-Islam non può risolvere la crisi Intervista esclusiva a Francesco Strazzari, docente presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

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La figura di Gheddafi potrebbe ricomporre il mosaico politico libico?

Sarebbe eccessivo pensare che, rientrando in scena Gheddafi, i pezzi vadano semplicemente a loro posto, quasi come fosse un tetris meccanico. In realtà, nel momento in cui Saif ricompare persiste comunque l’elemento tribale, e quindi l’attuale questione dei Warshafana, o dei Kaddafa, ovvero una tribù più piccola, ad esempio. Si aggiunge, poi, il fatto che Zintana e Haftar non sono la stessa cosa, ma mantengono interessi, economie e posizionamenti all’interno del mosaico del conflitto libico differenti. Pertanto, non è corretto dire che, se emerge Gheddafi, la Libia si ricompone immediatamente. Non si può tantomeno semplificare il mosaico libico dividendo da un lato il fronte nazionalista secolarista, dall’altro il fronte islamista. La libia non funziona così, ci sono elementi religiosi localistici e tribali importanti, e allo stesso tempo le città sono un elemento di grande confusione. Basta solo pensare che all’interno del mondo che si schiera dalla parte di Haftar ci sono anche i salafiti madkaliti, o madkalisti, ovvero formazioni legittimiste da sempre filo-potere, i quali hanno messo le loro armi dalla parte di Gheddafi e hanno combattuto a Sabratah all’inizio di ottobre. Quindi, semplificare dicendo che da una parte ci sono gli islamisti e dall’altra i nazionalisti, e pensare che in maniera molto semplice la figura di Gheddafi giocherebbe nella prima ‘formazione’ non corrisponde a verità.

Ma chi è Saif Al-Islam e come è visto in Libia?

La storia di Saif è particolare rispetto a quella del padre. Lui non è semplicemente il figlio in linea diretta e di continuità. Fino all’ultimissima fase, quella che volge poi a guerra civile nel corso dell’estate 2011, la figura di Saif ha più volte preso le distanze da Muhammar Gheddafi, subendone anche le censure. Ad esempio, in un’occasione, prese le distanze dal padre anche pubblicamente, dichiarando che la Libia aveva bisogno non di più democrazia, ma di democrazia, in quanto – secondo quanto sosteneva – fosse assente nel Paese. Nel suo ruolo di referente ultimo del sistema mediatico, si permise una serie di posizioni che oggi potremo definire liberal riformiste, che qualunque altro libico le avesse sostenute, le avrebbe pagate assai care. Ebbe un ruolo importante in tutta una serie di partite relative al posizionamento internazionale della Libia. Mi viene in mente ad esempio, la questione delle infermiere bulgare arrestate e condannate a morte per aver diffuso l’AIDS nel Paese. Quando venne ospite in Italia presso le Autorità nel nord, tra Torino e Milano, prese una posizione scomoda, perchè definì l’attentato di Nassiria come un atto di legittima resistenza contro un’invasione e, di conseguenza, vennero cancellate tutte le altre successive interviste.

A differenza però dei fratelli, la Saif è sempre stato visto come una figura relativamente costante e questo ne ha sempre fatto, già dai tempi di Gheddafi, il papabile successore. La sua figura, fino all’estate del 2011 è stata sempre vista come propensa alle riforme. Chiunque lo ha incontrato all’epoca – mi riferisco ad esempio a personaggi del calibro della leadership di Human Rights Watch – riteneva inopportuno sottostimare l’importanza e il peso di un personaggio come Saif nello nello spingere il regime verso l’apertura. Saif Al-Islam, dottorato alla London School of Economics and Political Science di Londra, ha giocato da alfiere in una linea discontinua, per lo meno fino all’estate del 2011.

Cos’è successo nell’estate 2011?

La posizione di Saif Al-Islam cambia radicalmente e diventa un ringhioso esponente del regime Gheddafi, il quale si trova in affanno sotto gli attacchi della NATO. Nel memorandum, infatti, Saif menziona spesso l’organizzazione Nord Atlantica, definendo tutte le sue azioni come illegittime e criminali. Da quel momento in poi il figlio dell’ex-rais libico non è più una figura di riferimento per l’occidente, ma quest’ultimo lo ha tradito alleandosi con elementi del conservatorismo islamista. Tra questi personaggi spicca, forse, la figura di Belhaj, il leader del comando militare di Tripoli. Belhaj, come scrive Saif nel memorandum, era stato arrestato per attività jihadisti in Asia e poi barattato in una serie di partite piuttosto convulse, per poi essere liberato dalle carceri in uno scambio tra Inghilterra e Libia (in cui probabilmente ebbe un ruolo anche Saif).

Questo suo cambio radicale da cosa è dovuto?

È dovuto al tradimento nel trovarsi fuoco e fiamme. Nel momento in cui Saif pensava fosse possibile negoziare ed arrivare ad via d’uscita evidentemente nella direzione da lui sempre auspicata, ovvero quella democratica, il figlio dell’ex-Ramis ha invece realizzato che si trattava di un ‘regime change’ -cambio di regime -. Anziché negoziare, Saif si è trovato davanti a un ribaltamento del regime per mano militare, dove i rivoltosi avevano accesso alle armi e il personale militare veniva macellato. A quel punto capisce, inevitabilmente, che non c’è una via d’uscita politica e che la spinta che si è mattonata nel Paese sull’onda delle rivoluzioni nei Paesi arabi è una spinta nella quale chi governa ci avrebbe lasciato  la testa. Saif, quindi, quando capisce che ci si stava dirigendo verso la battaglia, che l’occidente non stava solo scommettendo, ma stava anche armando gli insorti – e lo stava facendo con i Paesi del Golfo, con un occhio che viene chiuso al trasbordo di armi e attraverso il Golfo di Sirte -, capisce anche Di trovarsi di fornte a tutta una serie di elementi di ‘gioco sporco’, i quali hanno reso impossibile una via d’uscita al Paese per raggiungere una stabilizzazione.

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