MEMORANDUM LIBIA: la ‘guerra semantica’ di Saif Al-Islam Seconda parte dell'intervista a Francesco Strazzari, professore associato alla Scuola Superiore sant’Anna di Pisa

Del regime rispetto a che cosa?

Non rispetto al segno politico del regime, sicuramente. C’è una nostalgia che è legata a chi ha perso una serie di benefici, o di chi ha l’idea di uno Stato che comunque funzionava, distribuiva una serie di privilegi rispetto a tutti gli altri Stati e aveva degli indici di sviluppo non comparabili con nessun altro Stato del continente africano, insomma dal punto di vista del PIL pro-capite, dei servizi pubblici. La Libia era un Paese ben al di là degli standard medi che si registrano negli altri Paesi del continente africano. C’è sicuramente questo tipo di nostalgia. C’è soprattutto il problema gigantesco dell’insicurezza quotidiana, cioè i rapimenti che sono diventati sistematici, a Tripoli come altrove, rapimenti che inizialmente nascono magari per  punizione, e che poi diventano un’industria di estorsione e di saccheggio dovunque ci sia ricchezza, per cui chiunque esce di casa ha paura. Poi il problema del non riuscire ad avere accesso alla liquidità, le banche appartengono alle milizie, cioè le milizie regolamentano chi può entrare o no nelle banche. Questo fa sì che uno non abbia liquidità per comprare il pane. Nel frattempo l’inflazione è esplosa, per cui i prezzi sono lievitati a livelli indescrivibili. Tutto questo non fa che scavare sotto la legittimità delle autorità fragili che non governano la Libia oggi. Mi riferisco di Fayez al-Sarraj a Tripoli, che non governa nulla di fatto, ma che è il tramite con il quale la Comunità Internazionale fa passare gli aiuti. Mi riferisco al Governo di Khalifa Haftar che riceve banconote stampate da Vladimir Putin attraverso dei cargo, quindi circolante che – è stato ormai accertato anche in Occidente – è di conio russo, e mi riferisco all’altro Governo che controlla qualche Ministero a Tripoli che fa capo a Misurata, più tutta la questione del Fezzan del sud e Zintan. In questo quadro scomposto, in cui la paura è diventata un tratto legato all’imprevedibilità, cioè non è più semplicemente uno scontro politico, il richiamo all’uomo forte è un richiamo importante. Le milizie si stanno esse stesse sfaldando in guerre prive di senso. Una settimana fa c’è stata una sparatoria alla Tarantino a Tripoli, perchè elementi della guardia presidenziale che sono quelli in qualche misura allineati col Governo dell’Occidente,  stavano transitando a sud e sono stati fermati da un posto di blocco di una milizia locale; è nato un alterco, sono volate parole grosse, e si è passati alle armi, alcuni sono stati uccisi lì, poi è partita una missione di vendetta nelle case di quelli che facevano parte del posto di blocco ed ecco che è scoppiata una battaglia che, visto che il Paese è militarizzato ben oltre il livello di gang di strada, implica l’uso delle armi pesanti, quindi in questo caso partono mortai modificati da parte di milizie che non li sanno usare. Quindi partono colpi un po’ a caso che tendenzialmente uccidono civili a piccoli gruppi che non fanno neanche più notizia, quest’estate è morta della gente in spiaggia, famiglie che hanno provato andare in spiaggia uccise da colpo di mortai. In questa situazione di diffusa paura l’idea, l’immagine, la memoria del passato non suona a tutti come velenosa, a qualcuno comincia a suonare come qualcosa che esercita un richiamo, ecco in questo si inserisce Saif.

Saif, nel memorandum, fa un parallelo particolare tra l’Iraq del 2003, l’invasione, e la guerra in Libia, e sostiene che come in Iraq anche per la Libia sono state costruite  prove per screditare il Governo Gheddafi. E’ un parallelo possibile?

Il riferimento ai pregressi, si fa giustamente riferimento alla questione irachena, ma si può andare anche più indietro. Nel memorandum tira fuori la questione del Viagra nei carri armati, ed è una storia vecchia, talmente pacchiana l’abbiamo già vista nel caso del Kosovo, quando arrivarono a Pristina  le formazioni del comando del Kosovo Liberation Army  e vennero fuori scatole di giornali pornografici e preservativi, e questa doveva essere la prova del fatto che siano stati commessi stupri di guerra – e gli strupri di guerra sono un crimine serio che è stato commesso in Bosnia in maniera sistematica – quella dei giornali porno e dei preservativi fu chiaramente una messa in scena a cui assistemmo all’epoca e io lo scrissi. Stessa cosa per il Viagra nei carri armati. Ma questo fa parte della falsificazione del contesto e che riguarda qualunque documento che esca fuori dalla Libia. Quando lei vede le lettere scritte dalle milizie a nome delle Nazioni Unite o a nome di qualche Governo, lei le guarda un secondo e capisce benissimo che si tratta di una falsificazione pacchiana. Saif Gheddafi può dire quello che vuole, ma i mille e rotti morti di Abu Saleem esistono, sono qualcosa imputata a suo padre, cioè i criminali che hanno gestito l’apparato dei sicurezza dei Gheddafi sono stati identificati, uno in particolare, se non sbaglio capo dell’intelligence militare, colui che è stato responsabile del massacro di Abu Saleem, centinaia di uomini passati per le armi nel giro di un paio di notti, a piccoli gruppi, e le cui ceneri sono state occultate, triturate e spartire. Non stiamo parlando  semplicemente di configurazioni inesistenti. Quindi bisogna discernere l’evidenza e la realtà rispetto a una marea di falsificazioni che hanno circondato l’intera vicenda libica come le altre vicende di guerra. Nel momento in cui le guerre odierne sono anche guerre attraverso le parole, sono guerre in cui la parola definisce la guerra. Perchè hanno molto a che fare con ‘costruzioni sematiche’.  La guerra per essere venduta oggi deve essere forgiata o in termini di costruzione della vittima, o di costruzione del carnefice, e dunque, da una parte il movente umanitario – ‘stanno morendo, sono massacrati, non hanno di che vivere nè magiare’ -, dall’altra parte l’immagine del cattivo supersonico. Queste sono le due polarità che governano la costruzione della giustificazione ‘Jus ad bellum’  nell’età contemporanea. Quindi c’è un forte elemento di ideologia. Nel caso dell’Iraq si trattò di una visione fortemente ideologica legata ai neoconservatori americani, e quindi a un cambio di regime forzato ben oltre qualunque mandato internazionale; nel caso della Libia, che a Saif Gheddafi piaccia o no, un mandato c’è stato, nel senso che le Nazioni Unite senza il veto di Russia e Cina, autorizzarono l’uso della forza,  sulla base di una dottrina emergente non ancora consolidata, ma emergente, che è il ragionamento su quella che viene chiamata ‘Responsability to Protect’, cioè il momento in cui le truppe di Gheddafi si dirigono verso Bengazi e tutti  -anch’io all’epoca – temono una carneficina, perchè a Bengazi si concentra quella parte della Cirenaica da sempre ribelle e da sempre poco allineata – quel mondo, poi, nell’immediato dopo guerra verrà tratteggiato da molti suoi colleghi come il mondo liberal, non come il mondo degli islamisti. Le Nazioni Unite adottano una risoluzione che dà il via libera, ma – e questo è il punto su cui Gheddafi ha messo il dito in una piaga – la Responsibility to protect non prevede il cambio di regime,  prevede che gli Stati e la Comunità Internazionale, nel momento in cui lo Stato si mostra incapace di porre fine o anzi è coinvolto nel perpetrare abusi sistematici dei diritti fondamentali gravi, possa rispondere, anzi, debba e abbia la responsabilità di rispondere. Questa risposta avrebbe dovuto limitarsi a fermare il massacro, fermando l’esercito che andava su Bengazi; quello che è successo, invece, è che a quel punto abbiamo avuto una caccia ai gheddafisti, l’ultimo assedio di Bani Walid finisce in un bagno di sangue, e credo che Saif fosse, tra l’altro, da quelle parti, con gli ultimi resistenti che resistettero fino all’ultimo, poi abbiamo la caccia a Gheddafi, dentro un tombino della fogna, questa è stata ‘assistita’ dall’alto dagli aerei della NATO. Non è che si può dire che è stata una caccia all’uomo portata avanti dalle bande o milizie, cioè gli spostamenti erano monitorati per via satellitare. Questo accanimento, che è quello di cui parla Saif, non è qualcosa che stia nel mandato o nel tracciato dell’ONU, e quindi c’è un travalicamento del mandato, che, peraltro, è stato sinistro per quello che poi abbiamo visto in Siria. Nel senso che il fatto che il mandato sia stato così palesemente e grottescamente superato con ogni schieramento di mezzi e che ci sia stato il cambio di regime violento, che poi ha catapultato il Paese in una crisi che conosciamo, ha creato un precedente sinistro per la Siria, perché, vista la mala parata, Russia e Cina sulla Siria hanno opposto la più ferma e reiterata negazione di qualunque concessione rispetto alla dottrina della Responsibility to protect. Per cui anche laddove ci sono stati grandi massacri in Siria, le Nazioni unite non hanno minimamente preso iniziativa da un punto di vista dell’uso della forza, perchè la Libia era andata obiettivamente male. Poi c’è un’altra questione importante che forse Saif tocca che ha a che fare col fatto che comunque il Paese nel momento in cui viene sconfitta la Libia che lui rappresenta viene messo in mano a persone che non hanno minimamente il senso di come dirigerlo. Le Nazioni Unite e comunità internazionale si limitano a una posizione di quello che si dice in termini diplomatici ‘secondment’ delle autorità locali, non capendo che le autorità locali sono un mosaico di volontà configgenti tra loro, e quindi non riescono a prendere in mano, come hanno fatto nei Balcani, la transizione, ma semplicemente la assecondano, il problema è che si tratta di una transizione che va contro se stessa, questo è il problema fondamentale.