giovedì, Giugno 24

Meloni – Salvini: duello per la leadership Meloni scopre le sue carte e dichiara di essere pronta a guidare il Paese. Salvini, cerca di giocare un ruolo di partito al governo e all’opposizione insieme ma sente il fiato sul collo

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Il gioco si annuncia duro, chissà se i duri cominceranno a giocare (e soprattutto se sapranno giocare). Ad ogni modo, ora che va con il vento in poppa e i sondaggi la accreditano appaiata alla Lega dell’alleato-rivale Matteo Salvini, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, scopre le sue carte. Ospite di ‘Mezz’ora in più‘, a domanda diretta della conduttrice Lucia Annunziata, dichiara di essere pronta a guidare il Paese, e ricoprire l’incarico di Presidente del Consiglio: «Io mi preparo a governare la Nazione, ma per carattere non sono una che fissa degli obiettivi di tipo personale. Voglio andare lì con una classe dirigente all’altezza di questo compito. Quando vedo i sondaggi che crescono, so quali responsabilità questo comporta…sono pronta ad assumermi le responsabilità che gli italiani mi chiederanno di assumere. Mi tremano le mani. Ma se non fosse così, perché farei politica?».


Si può immaginare la soddisfazione di Salvini, che si vede esplicitato un ‘programma’ che da mesi comunque risulta chiaro. Il partito di Meloni punta a ‘soffiare’ la leadership del centro-destra. In questo senso sarà determinante il risultato delle elezioni amministrative d’autunno, il vero banco di prova. Nell’attesa del D-day, fissa dei paletti: «La differenza fra me e Salvini è che la Lega è legata a una dimensione più territoriale, mentre FdI è piu legata a una posizione nazionale. Faccio l’esempio dell’appoggio all’indipendenza della Catalogna che per noi invece non esiste».
Bastone, e poi carota: «I rapporti con Salvini sono costanti. Ci sentiamo continuamente. A volte ricostruzioni giornalistiche non aiutano, poi noi ci sentiamo e ci ridiamo su. Io combatto la sinistra ed il M5S, spero di dare una mano in questo anche al centrodestra, che ha deciso di restare al governo e quando questa esperienza finirà correremo insieme». Proprio perché da giorni Meloni e Salvini si affannano ad assicurare che i loro rapporti sono buoni e le voci di una rivalità infondata, c’è motivo di dubitarne. Se Salvini ride, la sua è da tempo una risata amara.
Certo, Meloni corre il vento a favore. Aver scelto di essere all’opposizione di quello che è a tutti gli effetti un Governo di unità nazionale, gli garantisce una discreta rendita di posizione. Al contrario, la Lega di Salvini, per quanto cerchi di giocare un ruolo di partito al governo e all’opposizione insieme, sente il fiato sul collo, perché non si può spostare continuamente l’asticella e al tempo stesso scongiurare che la corda si logori al punto di spezzarsi. E’ quello che con una certa rudezza gli ricorda da giorni il segretario del Partito Democratico Enrico Letta.
Appollaiata all’opposizione, Meloni guarda e sorride. Salvini, che sostiene il governo Draghi, e ha in quota tre ministeri e svariati sottosegretari, deve invece dare risposte. I suoi brontolii e le suegridamal si conciliano con il discreto e silenzioso fare di Draghi e l’urgenza di approvare una sfilza di riforme necessarie al Recovery.

Dalle ultime elezioni politiche a oggi, è cambiato un po’ tutto. I partiti presenti in Parlamento, la loro composizione in Senato e Camera, è sicuro, non rispecchiano più da tempo gli umori presenti nel Paese. E’ questo Parlamento nei fatti delegittimato che dovrà a breve eleggere il successore di Sergio Mattarella e realizzare le riforme richieste da Bruxelles. Avrà il compito di individuare una figura autorevole, prudente e audace, discreta e determinata, che per sette anni deve incarnare un’istituzione cui spetta un compito delicato e difficile. Sono molti i pretendenti e gli aspiranti. La soluzione migliore sarebbe una riconferma di Mattarella, ma a parte la disponibilità dell’interessato (niente affatto scontata), difficile che i partiti possano accettare una simile soluzione. Una ripetizione del ‘film’ visto con Giorgio Napolitano sarebbe la conferma ulteriore del fallimento e dell’incapacità di questa classe politica, misto di un ‘nuovo’ più ‘vecchio’ del ‘vecchio’, di cui tuttavia non ci si è liberati.
Il candidato adatto per una simile ‘emergenza’ porta il viso e il nome dell’attuale Presidente del Consiglio. Ma eleggere Mario Draghi significa che immediatamente dopo si sciolgono le Camere, si forma un nuovo Governo; una coalizione formata da chi? A dar credito ai sondaggi, i tre partiti del centro-destra eminori‘. Si torna dunque al punto di partenza: la conquista della leadership Meloni o Salvini.

Questo duello spiega anche la recente intesa realizzata sui temi della giustizia da Salvini con il Partito Radicale. Il segretario radicale Maurizio Turco, allievo di Marco Pannella, lesto ha saputo cogliere l’opportunità offerta dalla situazione politica.
Allo ‘scandalo’ costituito dall’intesa Lega sui temi della giustizia dal Partito Radicale rispondono citando Ernesto Rossi: «Si può anche mangiare la zuppa col diavolo ma occorre adoperare un cucchiaio col manico molto lungo»; e vale la massima di Deng Xiao Ping: «Non importa se il gatto è nero o bianco, finché catturerà i topi sarà un buon gatto». Fino a una citazione di Giovanni XXIII: «Se incontri un viandante non chiedergli da dove viene: domanda dove sta andando».
E’ sempre antipatico fare i processi alle intenzioni, ad ogni modo Salvini al di là della sincerità della sua adesione all’iniziativa referendaria dei radicali, aderisce al progetto perché può utilizzarlo come strumento che lo distingue da Meloni; non a caso Fratelli d’Italia si limita a un imbarazzato: «iniziativa interessante». Non può sabotarla, e neppure aderire per non apparire subalterna alla Lega. Raccogliere le 500mila firme necessarie, se davvero Salvini si mobiliterà, sarà uno scherzo. E sarà un’ulteriore carta nelle sue mani nel ‘duello’ per la conquista della leadership del centro-destra. Anche perché malaccortamente il PD, attraverso Enrico Letta ha già scomunicato l’iniziativa, mostrando ancora una volta di essere in scarsa sintonia con gli umori del Paese. Un recentissimo sondaggio, infatti, certifica che solo il 39 per cento degli italiani si fida dei magistrati; e che in dieci anni la fiducia nella magistratura è passata dal 68 per cento, al 39 per cento. PD e dintorni non ha ancora capito che la mala-giustizia è un problema sociale ed economico che tocca tutti, la vera grande emergenza del Paese; non solo, come si dice, una questione di diritti civili, che pure sarebbe importante.

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