sabato, Settembre 25

Melodrammi di celluloide field_506ffb1d3dbe2

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Opera cinema

Trascorso, finalmente, l’anno del bicentenario, che ha impegnato i teatri di tutto il mondo ad accodarsi a celebrazioni tanto scontate quanto inutili (considerata l’importanza dei due autori e la frequenza di rappresentazione delle loro opere) possiamo tornare a parlare dell’Opera con l’attenzione di sempre e non con quell’atteggiamento celebrativo, retorico, edittale, ultroneo imposto dalle ricorrenze.

Riteniamo interessante, quindi, dedicare uno spazio alla cinematografia ispirata dal Melodramma che, in passato, cioè per quasi tutto il Novecento e soprattutto in Italia, ha riscosso una grande attenzione da parte del pubblico, come testimoniano il grande numero di film ed i cospicui incassi da essi realizzati. Si tratta di tutte quelle pellicole che trasferivano sul set un’opera lirica, o ne utilizzavano la trama, o imbastivano una storia su uno dei suoi personaggi (autori o interpreti). Esse riscossero un grande successo perché placavano la sete di Opera che c’era in Italia, dando la possibilità anche alle fasce sociali più svantaggiate, di partecipare agli spettacoli del Teatro musicale e conoscerne i protagonisti (da vicino), senza dover spendere le cifre richieste per accedere agli spettacoli dal vivo.

Il fenomeno della cinematografia ispirata dall’Opera non è irrilevante visto che nel Novecento sono state prodotte circa 200 pellicole dedicate a questa, tra le quali, alcune, soprattutto nel decennio successivo alla seconda guerra mondiale, hanno realizzato record di incassi, con altissimo gradimento da parte del pubblico, anche se con scarsa valutazione da parte della critica cinematografica.

Naturalmente la critica, che in generale non ama i fenomeni popolari (sino a quando non diventano globali, ed a quel punto non può più esimersi dall’apprezzarli), non gradiva che il cinema facesse riferimento ad un genere di spettacolo diverso, tra l’altro più antico e consolidato nei gusti delle grandi platee, ma soprattutto la cui peculiarità era in una certa artificialità dei modi di espressione e nei tempi dell’azione, cristallizzati nell’irrealtà della musica; contrastante, quindi con quella presunzione di verità che il cinema voleva incarnare: la staticità dell’Opera negava l’essenza stessa del movimento che è aspetto peculiare, già nel significato etimologico del nome “cinematografo”.

Curiosamente, sin dall’epoca del cinema muto la nascente cinematografia si era ispirata allo spettacolo melodrammatico (che era allora lo spettacolo per eccellenza) portando sugli schermi i titoli più celebrati di quel repertorio. La “non trascurabile” parte sonora veniva realizzata dal vivo in sala. Dall’avvento del sonoro (agli inizi degli anni Trenta del Novecento), poi, ci fu, un considerevole incremento di attenzione da parte delle produzioni, verso un filone cinematografico che aveva nella musica uno dei suoi punti di forza ed era molto apprezzato e richiesto dal pubblico. Tale richiesta nasceva soprattutto dal favore di cui godeva l’opera lirica in quegli anni, e quindi dalla possibilità di vedere spettacoli operistici a costi contenuti, di poterli fruire con facilità anche in ambiti non urbani, nonché da una serie di altri fattori, tra i quali, senz’altro, la semplice possibilità di vedere affiancati, sugli schermi, divi della lirica e divi del cinema.

Essendo, allora in Italia, i protagonisti dell’opera molto popolari, l’industria della celluloide aveva la possibilità di contrapporre figure nostrane a nomi e volti provenienti prevalentemente dal dorato mondo di Hollywood. Il fenomeno, pertanto, si rivelò soprattutto italiano. Molti e diversificati furono i prodotti di derivazione melodrammatica. Oltre alle opere liriche trasferite semplicemente sul set (filmate in teatro o in esterni), o a vicende operistiche sceneggiate per il cinema, ci fu un fiorire di film biografici dedicati ad autori e cantanti.

È da questa ultima tipologia che presero, probabilmente, l’abbrivio, negli anni ’50 e ’60 quei film interpretati da cantanti di musica leggera, i cosiddetti “musicarelli”, imperniati sulla figura di un divo o su qualche suo successo, dove troviamo Gianni Morandi, Little Tony, Domenico Modugno, Tony Renis, Caterina Caselli e tanti altri quali protagonisti.

Per tornare all’Opera, ed alle sue biografie, fu proprio un “Giuseppe Verdi” di Raffaello Matarazzo (quello della trilogia lacrimevole “Catene”, “Tormento” e “I figli di nessuno”) a guadagnarsi il secondo posto nella classifica degli incassi nel 1953 e nello stesso anno il “Puccini” di Carmine Gallone (uno dei principali registi di questo genere) non sfigurò piazzandosi al quarto posto. Tra i titoli d’Opera sempre del ’53 (anno d’oro per il genere) “Aida” di Clemente Fracassi è al sesto posto della stessa classifica! Era un’Aida speciale, cui prestavano il volto Sofia Loren (si pensi che il suo debutto cinematografico da protagonista era avvenuto proprio in uno di questi film: “La Favorita” di Cesare Barlacchi, così come era stato per la Lollobrigida nei “Pagliacci” di Mario Costa, dopo un ruolo di contorno nell’”Elisir d’amore”, sempre di Costa, insieme a Silvana Mangano) e la voce Renata Tebaldi: talvolta, infatti, non erano gli stessi cantanti a prestare voce e volto, ma venivano sostituiti, in video, da attori famosi.

Molti i volti noti del cinema, oltre alle tre dive già citate, che parteciparono a produzioni legate all’Opera: Anna Magnani, Amedeo Nazzari, Alida Valli, Antonella Lualdi, Raf Vallone, Lucia Bosè, Anthony Quinn, Franco Interlenghi, Fosco Giachetti solo per citarne pochi omettendone molti. Come già detto ad essere trasferiti in pellicola furono soprattutto i titoli del grande repertorio, come era comprensibile, ed i divi del palcoscenico operistico divennero spesso attori apprezzati (quanti i film con Lauri Volpi, Gobbi, Gigli, Tagliavini, Schipa …) anche in pellicole non esclusivamente musicali.

L’opera al cinema ha stuzzicato, negli ultimi decenni del secolo passato, la fantasia e il desiderio di cimentarvisi anche in registi tra i più accreditati, fornendoci realizzazioni importanti come possono essere considerate il Flauto magico di Bergman, La Bohème, La Traviata e l’Otello di Zeffirelli, l’Orfeo di Goretta, la Carmen di Rosi, il Don Giovanni di Losey, etc. fino ad arrivare a “Tosca nei luoghi di Tosca” divenuto un fenomeno planetario per il numero di spettatori che la trasmissione televisiva in mondovisione ha potuto registrare, ma che non è stato eguagliato, nei record e nei risultati, dai successivi Traviata e Rigoletto concepiti alla stessa maniera.

Il fenomeno dell’Opera al Cinema, in conclusione, merita una qualche attenzione soprattutto per la capacità di comunicazione immediata che il Cinema possiede e quindi per la sua forza di divulgazione del Melodramma, dei suoi autori, dei suoi personaggi, delle sue tematiche e dei suoi interpreti più celebrati, anche tra un pubblico che non frequentava (o non frequenta) abitualmente i teatri d’opera. Al di là di valutazioni artistiche ed estetiche esso ha rappresentato una testimonianza visiva, oltre che sonora, di alcuni tra i suoi protagonisti più celebrati.

 

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