sabato, Maggio 21

Mélenchon: il ribelle di Francia all’ultima corsa I vantaggi e i limiti di France Insoumise e del suo leader carismatico

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Il punteggio di Jean-Luc Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali dell’aprile 2022 sarà il culmine di una terza campagna effettiva del leader della sinistra radicale francese, molto più di una dinamica fondamentale che risale al lancio di France Insoumise (IF).

Comprendere lo stato attuale di questa struttura politica implica una valutazione dei suoi punti di forza nella ricomposizione del panorama politico nazionale, nonché dei limiti incontrati durante i sei anni dalla sua fondazione.

Durante gli anni 2010, i successi elettoraliconquistati da Syriza in Grecia e poi da Podemos in Spagna hanno ispirato una corrente unita attorno al Parti de gauche e Jean-Luc Mélenchon, condividendo l’osservazione del fallimento dei tentativi di un “cartello di sinistra” che riuniva una coalizione di partiti.

Mercoledì 10 febbraio 2016, durante un’apparizione televisiva, Jean-Luc Mélenchon ha creato una sorpresa proponendo la sua candidatura per le elezioni presidenziali francesi del 2017. Solo pochi parenti erano stati informati di questa scelta, siglando la fine dell’esperienza del Front de gauche e il lancio di un nuovo movimento,France Insoumise. Una struttura ispirata alle forze chiave della sinistra.

Il successo è stato immediato, facilitato da un’iscrizione online minimalista e gratuita tipica delle nuove forme partigiane che si stanno affacciando in Europa: al 27 marzo 2017 il sito del partito contava 332.123 iscritti. Questa strutturazione, apertamente ispirata a Podemos, tenta di conciliare la verticalità della leadership decisionale e carismatica di un partito patrimonializzato con l’orizzontalità dell’impegno dei gruppi di sostegno locali, caratteristiche dei ‘movimenti di partito‘ analizzati da Rémi Lefebvre.

Il candidato di Insoumis ha ottenuto il 19,58% dei voti al primo turno delle elezioni presidenziali del 2017, dopo il candidato repubblicano, una svolta parzialmente confermata a giugno dall’elezione di 17 deputati. Tali successi iniziali avrebbero potuto conferire alla Francia ribelle il ruolo di principale forza di opposizione che intendeva assumere.

Cinque anni dopo, la scommessa iniziale ha lasciato il posto a grandi delusioni, senza che queste portassero al collasso dell’organizzazione.L’etichetta partigiana ribelle ha perso il suo valore e ora si fonde in un’identità più ampia che riprende l’idea di una coalizione di forze progressiste sotto il nome di Union populaire.

Questa nuova etichetta fa un chiaro riferimento all’Unidad Popular cilena di Salvador Allende, come all’eredità del Programme commun o, più recentemente, della coalizione greca Syriza che riunisce partiti e associazioni.

Ma nei suoi aspetti tecnici (ologrammi candidati, campagne coordinate sui social network) come nei suoi elementi programmatici, la campagna 2022 è in gran parte una ripetizione di quella del 2017.
La mobilitazione di iscritti e simpatizzanti in lieve calo durante incontri o marce (a Marsiglia come a Parigi) testimonia una difficoltà ad iscriversi a lungo termine alla formazione. Questa valutazione estremamente eterogenea può essere spiegata da cause cicliche nonché da debolezze strutturali che sono state particolarmente evidenziate negli ultimi anni.

La strategia dell’IF disegnata nel 2017 può essere definitapopulista di sinistra‘ in linea con il lavorodi Ernesto Laclau e Chantal Mouffe. Per i suoi pensatori si tratta di uscire dall’impasse elettorale in cui vegeta la sinistra radicale proponendo un programma chiaro.
Questo è sintetizzato attorno a temi trasversali, suscettibili di mobilitarsi oltre i ranghi della sinistra, prendendo di mira in particolare le classi lavoratrici attratte dall’astensione o da un voto di protesta dell’estrema destra.
La Repubblica, i simboli nazionali, sono investiti di un nuovo significato e si intrecciano con quelli ereditati dai movimenti sociali di protesta nel discorso prodotto dal leader. Sul piano simbolico come nei termini dell’impegno, la rottura è completa con i partiti della sinistra tradizionale: la strutturazione minima del partito evita la costituzione di baronie locali, e le convenzioni ribelli arrivano semplicemente a sanzionare l’orientamento generale definito a monte. La rete dei dirigenti del Parti de gauche viene a formare la spina dorsale ribelle sul terreno.

Per mantenere lo slancio tra due periodi di voto favorevoli alla politicizzazione, l’IF deve ‘camminare con le proprie gambe’, mobilitandosi nelle istituzioni così come per le strade. Tali sequenze hanno segnato la sinistra radicale dell’Europa meridionale: oltraggiata in Spagna, movimento per occupare le piazze in Grecia nel 2011 o contestazione del ‘diritto del lavoro’ in Francia nel 2016 costituiscono trampolini di lancio per il lancio di nuove forze partigiane che trasmettono le loro richieste nei parlamenti.
Ma lungi dal rafforzare questi movimenti, l’ascesa al potere di Syriza e Podemos a livello municipale tendeva ad accompagnare un declino delle mobilitazioni sociali.
Lo stesso vale per la
FI, che ha attraversato una grave crisi tra il 2017 e il 2019. Alcuni dei leader originari, come Thomas Guénolé, Charlotte Girard o Georges Kuzmanovic, l’hanno poi lasciata, delusi dalla debolezza dei meccanismi di democrazia interna o dai cambi di linea.
Con l’
11,03% al primo turno delle elezioni legislative del 2017, poi il 4,86% al secondo turno, il 6,31% alle europee del 2019 (per 6 seggi ottenuti), oltre ai risultati deludenti delle ‘liste di cittadini’ sostenute durante il elezioni comunali del 2020, i punteggi dei ribelli sono in forte calo.
Il divario tra aspirazioni popolari emergenti e proposte politiche rivolte ai giovani laureati urbani è particolarmente evidente nel 2019. Nonostante una possibile convergenza di rivendicazioni, il movimento dei Gilet Gialli non giova in alcun modo a FI, i cui attivisti attivisti vengono subito coinvolti.

Il fallimento è reale: FI non riesce nel quinquennio a generare attorno a sé una coalizione popolare che riunisca i delusi dalla politica istituzionale portando la voce delle mobilitazioni emergenti, secondo la funzione di tribuno cara al politologo Georges Lavau.
Gli attivisti di base stanno lottando per trovare il loro posto in un’organizzazione che certamente lascia loro una grande autonomia, ma è gestita in modo estremamente verticale. I progetti per stabilire un discorso controegemonico attraverso staffette come ‘
Le Média‘ o attraverso il coinvolgimento di figure come il deputato François Ruffin, stentano a dare i loro frutti nella ‘guerra di posizione‘ culturale attinta dal pensiero di Antonio Gramsci. Tuttavia, la leadership rilevata dal resto della sinistra francese durante le precedenti elezioni presidenziali viene mantenuta.

Le infinite battute d’arresto di socialisti ed ecologisti le cui forze viventi sono state in gran parte prosciugate dalle dinamiche di Emmanuel Macron, fanno eco alla persistente debolezza di un’estrema sinistra pigra. Resta dunque uno spazio politico aperto per la FI, che si sta progressivamente riposizionando a sinistra.

Dovremmo concludere che il partito opera una rottura con la strategia populista, prevedendo invece un superamento della divisione destra-sinistra a favore di nuove divisioni sociali? Si tratta più semplicemente di una scelta di opportunità rispetto alla debolezza delle sinistre parlamentari, unita alla crescente attrazione di nuovi attori. Questioni come l’ecologia, il femminismo, l’antirazzismo o la lotta contro l’autoritarismo vengono affrontate a fondo da Jean-Luc Mélenchon e dai suoi sostenitori. A rischio di importare all’interno della struttura anche un insieme di scollature specifiche di questi movimenti, particolarmente marcate a sinistra.
La visibilità mediatica di questi soggetti e la sovrarappresentanza di una popolazione giovane e qualificata potrebbero però avere la conseguenza di isolare gli Insoumi da una parte delle classi lavoratrici sensibili ai temi della giustizia sociale ma diffidenti dell’etichetta di sinistra.

Questi ‘fâchés pas fachos‘, apparsi sulla scena politica durante il movimento dei Gilet Gialli,costituiscono la parte visibile di un mosaico di astensionisti e elettori lepenisti che FI intendeva sedurre. La rottura con questo progetto iniziale,senza riuscire a raggiungere un elettorato socialdemocratico, potrebbe compromettere le prospettive di ascesa al potere della sinistra radicale.

Per il leader ribelle, il ballottaggio del 2022 rappresenta un’ultima campagna prima della consegna.
Mantenere una dinamica partigiana dopo la sua partenza sarà una grande sfida, sia la FI che l’Unione Popolare sono iniziative fortemente personalizzate intorno alla sua persona. L’emergere di una figura che riesce a sostituirlo pur mantenendo la sua coerenza programmatica potrebbe, tuttavia, consentire a questo campo politico di sfondare un soffitto di vetro elettorale dovuto in gran parte alla personalità divisiva di Jean-Luc Mélenchon.

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