sabato, Maggio 8

Melania Rizzoli: l’ottimismo della medicina

0

Abbiamo più volte ‘corso il rischio’ di incontrarci, Melania De Nichilo Rizzoli -già deputata di Forza Italia nella XVI Legislatura e componente della Commissione degli Affari sociali- ed io. In particolare, un paio d’anni fa, quando uscì, edito da Sperling e Kupfer, il suo libro ‘Detenuti’ ed io mi occupavo di organizzare eventi. Poi il progetto di presentazione, suggeritomi da un amico prezioso, Gianluca -non dico i cognomi, rispettandone la privacy dei nostri rapporti- rimase allo stadio embrionale ma, intanto, io il libro lo avevo letto e mi aveva molto colpito, per la capacità dell’Autrice di raccontare introspettivamente le persone che aveva incontrato dietro le sbarre. Dico con estrema sincerità che, fosse toccato a me, non sarei stata in grado di sgombrare il campo dai miei pregiudizi riguardo ad incalliti assassini, criminali inveterati, autori di orribili delitti (frase fatta: i delitti sono sempre orribili). Dalle sue pagine, invece, Melania ci restituiva il fattore umano, persino inaspettato se si fosse data retta alla semplice cronaca dei reati commessi da costoro. La marea della vita non ci aveva mai avvicinate più di tanto per cui, quando Myriam, la mia amica Pigmalione a cui spesso mi confido, mi propose di fare da trait d’union fra noi due, fui pronta a riconoscere che era una splendida idea. Velocemente ci siamo accordate per vederci e qui mi sono imbattuta in un’altra caratteristica di Melania: la sua semplicità, il suo modo diretto di fare le cose. Troppe volte, negli anni di ‘giornalismo militante’, ho incrociato personaggi e ‘personaggie’ che giocavano a ‘fare i preziosi’, a farsi un po’ pregare, forse per rimarcare il presunto privilegio che concedevano. Non ne troverete nessuno nei miei articoli perché, appena qualcuno ha tentato con me questo giochetto meschino, è stato subito depennato dalla lista degli intervistandi. Al momento dell’appuntamento, Melania mi stupisce, poi, con un altro ‘effetto speciale’: arriva puntuale, persino qualche minuto prima. Anche questo è un tassello della sua personalità che va detto: troppe volte, agli incontri, trovo frustrato il mio senso del rispetto del tempo altrui da chi spensieratamente ha un orologio non sintonizzato su Greenwich (insomma, i ritardatari senza pudore). E, a proposito di sintonia, troviamo immediatamente la lunghezza d’onda giusta, forse perché la mia chiave d’accesso alle interviste, ovvero una domanda sui progetti di vita adolescenziali è un modo ‘garbato’ e, al tempo stesso, confidenziale per invitare il mio ‘ospite’ ad aprirsi. “A sedici anni avrei voluto fare la giornalista. Sentivo che l’avrei fatta anche bene, perché già da allora mi piaceva vedere ciò che c’era dietro le parole e i comportamenti. E’ un mestiere che è trasversale alla vita, ne affronta tutte le sfaccettature e io che, invece, come medico, vedo solo il lato sofferente delle altrui esistenze, percepisco che mi manca ‘qualcosa’, perché non c’è, per fortuna, solo il dolore nel mondo. E ne pativo la mancanza, come se mi fossi privata di una rappresentazione a 360 gradi della realtà”.

E invece, la scelta verso la medicina. Perché?
Una scelta, certo. Da ragazza pensavo che la scrittura fosse la mia strada, poi optai per l’impegno medico, perché il suo lato umano aveva su di me un’attrattiva ancora maggiore. Persi una cugina col un cancro al cervello: fu quella la molla per iscrivermi a medicina. Questa decisione è stata rafforzata frequentando le corsie del Policlinico da quando avevo 20 anni: è lì che impari la medicina ‘vera’, a visitare il malato, giudicandone i sintomi per trarne una diagnosi, che è clinica e coincide con quella ‘strumentale’. Noi medici non dobbiamo rinunciare a visitare i malati solo perché le analisi facilitano ogni valutazione: sono due elementi imprescindibili. L’ascolto del paziente, poi, è fondamentale: ciò mi ha abituata ad usare un linguaggio semplice, comprensibile. Che io sia per la limpidezza, la semplicità, la chiarezza lo racconta anche la mia grafia, che è semplice, leggibile: non quei geroglifici che, pare, siano appannaggio dei medici. Questo stesso meccanismo di semplicità e ‘leggibilità’ dovrebbe essere esercitato in tanti altri settori, ad esempio in quello giudiziario.

In che senso?
Prendiamo il caso di un omicidio. In questi delitti, i primi due giorni di indagine sono fondamentali: a prove calde (così come avviene per i sintomi) si riesce a determinare come siano andati veramente i fatti; solo dopo si deve ricorrere alle prove strumentali, come può esserlo l’analisi del DNA, che, talvolta, fanno anche sorgere false piste.

Come ti definiresti?
Senza dubbio un’ottimista, malgrado la vita mi abbia spesso messo a dura prova. Continuo ad avere in me un fortissimo istinto di sopravvivenza, che è quello che mi aiutato a superarle. Non mi sono mai pianta addosso. Una perdita di tempo ed io detesto perdere tempo. La vita mi ha insegnato quanto poco ce n’è concesso e, dunque, quanto sia autolesionistico consumarlo vanamente. Ho imparato sulla mia pelle, come sosteneva Dostoevskij, quanto il carattere sia più importante dell’intelligenza. Quando la vita ti dispensa un uppercut, devi sfoderare il tuo carattere, altrimenti rischi di essere travolto. Una reazione necessaria, giacché i dolori indeboliscono gli anticorpi e, per evitare ciò, bisogna elaborare che, per tutti noi, le perdite rappresentano un elemento fisiologico, non una patologia. Si perdono gli amori, gli amici, le cose: ma così come il destino toglie, restituisce, come le onde di un mare in continuo movimento. Per superare ogni trauma, occorre pervenire alla convinzione che navigare nel mare della vita è bello, fra tempeste e bonacce.

Raccontaci della tua carriera di medico.
Ho studiato tantissimo, immergendomi letteralmente nei libri e nelle corsie ospedaliere. Mi sono laureata a 23 anni; con i successivi 5 anni di specializzazione ho sommato 11 anni all’Università, trascorrendo il periodo più bello della vita, la giovinezza, sui libri. Nonostante un impegno di studio così oneroso, oggi il medico non si differenzia da qualsiasi altro professionista. È come se mancasse la molla ideale che lo differenzia.

Dunque, una professione che è cambiata?
Innanzitutto, si trova ad affrontare una fascia di pazienti nuova, quelli della ‘quarta età’: sono in molte le persone che arrivano, in una condizione di salute praticamente ‘buona’ agli 80 anni, essendosi innalzata l’età media di mortalità.
I progressi della medicina già da ora ci consentono di vivere fino a cent’anni, purché non ci siano patologie croniche. E le sempre nuove scoperte conducono ad un’aspettativa di vita in costante allungamento. Il Presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha vissuto nella cosiddetta ‘quarta età’, anche avanzata nell’ultimo scorcio, il suo magistero; e se Oriana Fallaci fosse vissuta ai tempi nostri, avrebbe conquistato almeno dieci anni di vita in più. Moltissime malattie, una volta considerate inguaribili, oggi sono non solo curabili, ma anche guaribili. L’ho provato sulla mia pelle.

Ottimista, coraggiosa e guarita da una ‘brutta’ malattia?
Sì, alcuni anni fa sono stata vittima di un tumore maligno del sangue, l’ LNH, che ho affrontato, curato e guarito grazie a un trapianto di cellule staminali. Un’esperienza che interiormente mi ha cambiata e che ho voluto trasferire, cinque anni dopo l’insorgere della malattia e la guarigione in un libro intitolato ‘Perché proprio a me?‘ Era la domanda che tutti i pazienti oncologici neo diagnosticati mi rivolgevano, quasi imputando al destino l’origine del loro male. Era anche la domanda che mi ero posta quando seppi del mio male e che si pongono le persone che si trovano a combattere contro un nemico subdolo e spesso imprevedibile. Ritengo che questo libro sia la cosa più bella che io abbia fatto per gli altri; ancora oggi sono in tanti a chiamarmi per dirmi che la mia testimonianza è servita loro per ritrovare la speranza, dopo una diagnosi infausta. D’altronde, precedentemente alla malattia, avevo lavorato 10 anni nel Dipartimento di Oncologia del Policlinico Umberto I di Roma, in collegamento con Villa Flaminia, e la speranza costituisce essa stessa un elemento della terapia. Il male si combatte anche col carattere: nel mio caso, mi sono sdoppiata nel ruolo di medico e di paziente e sapevo perfettamente tutto ciò a cui andavo incontro. Ogni mese mi capita qualcuno che mi chiede di dedicare questo libro ad un proprio caro che sta male e che sente rarefarsi in lui la speranza. Non solo lo faccio ma, se mi è possibile, cerco d’incontrare l’ammalato per dargli coraggio testimoniandogli la mia vittoria sul cancro.

Un’esperienza molto forte. Mi dici che ha cambiato la tua maniera di affrontare la vita. Come?
In seguito alla malattia, non posso più svolgere il mio lavoro in Ospedale, in quanto sono diventata incompatibile al contatto quotidiano con germi, batteri e virus. Un vero dolore per me. Io che penso sempre positivo, ho così deciso di dedicarmi alla Sanità sotto il profilo politico e sociale, impegnandomi nella risoluzione di problemi che peggiorano la qualità della vita del popolo dei malati.

Dalle tue parole, si trae di te l’immagine di una donna che combatte e non s’arrende.
Ne hai dato prova anche nelle tue vicende familiari? Sono stata sposata con Angelo Rizzoli per 25 anni, e non sono pochi. Angelo è stata la persona più importante della mia vita, e che mi ha lasciato in eredità due figli speciali che mi addolciscono la sua mancanza. Già quando ci siamo conosciuti, soffriva di varie patologie che gli ho tenuto a bada e cronicizzato, offrendogli la possibilità di condurre una vita autonoma e lavorativamente attiva. Devo dire con franchezza che Angelo avrebbe potuto vivere tranquillamente altri 8-9 anni, se non fossero intervenute le sue vicende giudiziarie e, soprattutto, l’arresto, situazione assolutamente incompatibile con le patologie di cui soffriva. Mi sono battuta come una tigre per evitare tutto ciò, ma non c’è stato nulla da fare. Le sue condizioni cliniche sono irreversibilmente precipitate, fino a determinare, dopo tre mesi, la sua morte. Aveva 69 anni, un’età oggi considerata ‘troppo giovane’ per morire.

Come vi siete conosciuti?
Per ragioni cliniche. Era il 1989: un giorno lui stava male e Bettino Craxi, di cui ero il diabetologo, mi chiese di visitarlo. Cosa che feci, diagnosticandogli un diabete che non sapeva di avere e che gli stabilizzai in meno di una settimana. Fu allora che s’innamorò perdutamente di me e nacque la nostra relazione. Dopo tre giorni che ci conoscevamo, Angelo mi annunciò: ‘Io ti sposerò’. Lo guardai incredula, poi la sua costanza ispirò il mio amore e la sua profezia si concretò. Abbiamo due figli di 23 e 21 anni, Arrigo e Alberto, che hanno studiato in Italia e all’estero, ma ora lavorano in altri Paesi, dove il merito viene davvero riconosciuto. Lo ammetto, non vogliono più tornare perché non avrebbero in Italia le stesse opportunità e la remunerazione che si son conquistati all’estero e che premiano la loro pur giovane professionalità. Il minore, Alberto, è in partenza per una borsa di studio alla Singularity University di Silicon Valley, dopo aver avuto grandi successi in Inghilterra, nel campo delle nuove tecnologie e delle stampanti in 3D.

Una domanda ‘politica’: Forza Italia avrà bisogno di un medico?
Probabilmente sì. E di una terapia d’urto. Ormai Berlusconi si candida al ruolo di Padre Nobile di un Partito Repubblicano in cui dovrebbero convergere tutte le forze di Centro destra. Un’alleanza che dovrebbe creare una strenua e responsabile opposizione, non l’attuale contrasto frammentato, dunque inesistente, che fa solo il gioco di Matteo Renzi il quale, in questo momento, non sembra avere avversari, riuscendo ad ottenere e realizzare tutto quello che vuole.

Parli di Renzi come se, fra voi, tirasse aria di tempesta… Eppure, avete firmato il Patto del Nazareno.
Finché sono rimaste in vita le condizioni di quel Patto, Berlusconi le ha rispettate. Non è stato lui a rompere il Patto. Non c’è nel centrodestra una figura carismatica che possa contrastare la mitologia di Matteo Renzi, un personaggio portatore di novità assolute nei metodi e nelle suggestioni che sa suscitare negli elettori.

Sei una donna iperattiva e molto impegnata nel sociale. Quali sono i tuoi altri fronti d’azione?
Non mi piace sprecare il tempo, pertanto rifuggo i tempi morti. Di certo, però, sono un’iperattiva costruttiva, non inconcludente, come persone che mi capita talvolta d’incontrare. Quando si sta così male, si percepisce più compiutamente il valore del tempo e, dunque, si sta attenti a non sprecarne neanche un minuto.

Seguendo un andamento circolare, ritorniamo al punto di partenza, ovvero al tuo libro ‘Detenuti’, quello di cui avrei dovuto organizzare la presentazione.
Nel 2010, da deputata, partecipai ad un’indagine sullo stato delle Carceri e, in particolare, dei loro Centri Clinici. Mi espressi, in quell’occasione, avversando la detenzione di pazienti con patologie incompatibili alla permanenza in carcere. Per amara ironia della sorte, tale situazione ha riguardato proprio mio marito! Volevo che su questo problema nascesse un dibattito presso l’opinione pubblica e perciò scrissi un libro di cui parlavamo, ‘Detenuti’, inserendovi i miei incontri con i più famosi criminali ristretti in carcere.

Quale è il detenuto che ti ha colpito di più?
Senza dubbio, per personalità e carattere, Totò Riina; ma è anche quello che non troverete nel libro, giacché l’allora Procuratore Nazionale Antimafia, Pietro Grasso, oggi Presidente del Senato, mi negò il permesso d’inserire nel libro il mio colloquio con Riina, in quanto intravide nelle parole di Riina dei messaggi destinati ai suoi ‘seguaci’. Fra quelli pubblicati, invece, mi ha impressionato il colloquio con Roberto Savi, uno dei protagonisti della Banda della Uno Bianca, che, in particolare, insanguinò con efferati delitti l’Emilia Romagna e le Marche, fra l’87 e il ’94. Savi si proclamava cambiato dopo quasi vent’anni di detenzione e io lo incalzavo, ricordandogli i nomi delle loro vittime; si proclamava redento e che non avrebbe mai più battute le strade del crimine. Gli chiesi anche perché avessero incominciato e la risposta, di fronte alla scia di sangue che lui e i suoi complici si erano lasciati alle spalle, rivelava di un estremo cinismo: “Per soldi”.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->